sabato 2 aprile 2011

Streets of Philadelphia

Ero malridotto e non riuscivo a capire
cosa sentivo
Non riuscivo a riconoscermi
Vedevo il mio riflesso in una vetrina
e non riconoscevo la mia stessa faccia
Oh fratello mi lascerai
a consumarmi
Sulle strade di Philadelphia

Ho caminato lungo il viale finchè le mie gambe sono diventate come pietra
Ho sentito le voci di amici spariti e partiti
Di notte potevo sentire il sangue nelle vene
Nero e sussurrante come la pioggia
Sulle strade di Philadelphia

Non c'è alcun angelo che venga a salutarmi
Ci siamo solo io e te amico mio
I miei vestiti non mi vanno più bene
Ho camminato mille miglia
Solo per sfuggire a questa pelle

La notte è arrivata, sono sdraiato e sono sveglio
Mi sento indebolire
Quindi fratello ricevimi con il tuo bacio infedele
O ci lasceremo soli così
Sulle strade di Philadelphia 


- Bruce Springsteen



mercoledì 30 marzo 2011

Boots of Spanish Leather

“Sto navigando via mio unico vero amore,
sto navigando via nella mattina.
C’è qualcosa che posso spedirti via mare,
dal posto nel quale sto andando?
No, non c’è niente che puoi mandarmi, mio unico vero amore,
non c’è niente che vorrei fosse mio.
Solo ritorna da me sana e salva,
dal solitario oceano.
Ho solo pensato che potresti volere qualcosa di carino
d’argento o d’oro,
o dalle montagne di Madrid
o dalle coste di Barcellona.
Ma se avessi le stelle dalla più oscura notte
ed i diamanti dal più profondo oceano,
ci rinuncerei per un tuo dolce bacio,
perché è questa l’unica cosa che vorrei fosse mia.
Potrei stare via per molto tempo
e ti sto solamente chiedendo,
se c’è qualcosa che posso mandarti per essere ricordata,
per rendere la tua attesa più sopportabile.
Come puoi, come puoi chiedermelo ancora,
questo mi rammarica.
la stessa cosa che voglio da te oggi,
la vorrei ancora domani.
Ho ricevuto una lettera un solitario giorno,
proveniente dalla sua barca in viaggio,
diceva di non sapere quando sarebbe tornata a casa,
e che dipendeva da quello che provava.
Se tu, amore mio, puoi pensare una cosa del genere,
sono sicuro che la tua intenzione è di viaggiare.
Sono sicuro che il tuo cuore non è con me,
ma con il paese nel quale stai andando.
Perciò fai attenzione, fai attenzione al vento dell’ovest,
fai attenzione al tempo burrascoso.
E sì, c’è qualcosa che puoi mandarmi,
stivali spagnoli di cuoio spagnolo”.
Joan Baez, Boots of spanish leather - 4:35
Album: Any Day Now (Songs of Bob Dylan) (1968)

lunedì 28 marzo 2011

UNA FOLLE AVVENTURA...

Cos'è quella sensazione che si prova quando ci si allontana in macchina dalle persone e le si vede recedere nella pianura fino a diventare macchioline e disperdersi? È il mondo troppo grande che ci sovrasta, è l'Addio. Ma intanto, ci si proietta in avanti verso una nuova, folle avventura sotto il cielo.
- Jack Kerouac 
 

venerdì 18 marzo 2011

COME UNO SQUILLO DI TROMBA.

Tutta la storia del Cristianesimo si riassume in due eventi : Cristo morì, poi risorse. E’ su questo che si basa la nostra fede. La contraddizione massima che l’uomo da sempre sperimenta – quella tra la vita e la morte – è stata superata. Ora la contraddizione più radicale non è tra il vivere e morire , ma tra il vivere “ per il Signore “ e il vivere per se stessi”. Vivere per se tessi è il nuovo nome della morte.

Forse soltanto quando giungeremo in Paradiso comprenderemo in pieno il dramma in cui l’uomo è precipitato dopo il peccato originale. L a morte che spezza la vita, i sogni, gli affetti, che falcia la speranza e ci rende schiavi, terrorizzati ed incapaci d’amare, moralmente decomposti come un giorno lo saremo fisicamente. La risposta di Dio  è la resurrezione di Cristo, garanzia della nostra. Può una madre dimenticare il suo bambino, così da non commuoversi per il figlio  delle sue viscere? ( Is. 49,15). E’ il Signore stesso che ripete ora alla sua Chiesa “ Io ero morto, ma ora vivo per sempre ed ho potere sopra la morte e sopra gli inferi” ( Ap. 1,18 ) A coloro che soffrono nell’anima e nel corpo, anziani, ammalati che si sentono inutili e di peso per la società e guardano forse con invidia dal loro letto, il mondo dei sani, ricordiamo come si è comportato Dio, ricordiamo la sua kenosi in una stalla, la vita umile e nascosta dell’operaio, la morte violenta riservata ai criminali.

Dio per salvarci dalla morte ha inventato il suo annientamento. Agli uomini ed alla stessa Chiesa, tentata spesso di scoraggiamento e di “ tiepidezza “, bisognosa di ritrovare il suo fervore d’un tempo, occorre far giungere come uno squillo di tromba il grido pasquale “ Enìchesen – ha vinto!” E’ ora che si realizzi nella vita di ciascuno di noi quell’essere battezzati nella sua morte, è ora che qualcosa del vecchio uomo ci crolli addosso, si stacchi da noi e rimanga sepolto per sempre nella passione di Cristo. Basta col tempo trascorso a giustificare  noi stessi e incolpare gli altri. Basta con le polemiche inutili tra credenti stessi e cattolici. Buona parte dei mali  e dell’infelicità che affliggono le famiglie, la società e la Chiesa, dipendono dal fatto che ognuno giudica  e mette sotto accusa gli altri, anziché accusare e giudicare se stesso. Pensiamo che siano gli altri a dover cambiare ma non pensiamo mai seriamente a cambiare noi stessi. E’ questa la sola rivoluzione che può rendere il mondo migliore. E non pensiamo di avere tanto tempo a disposizione…

La notte prima che crollasse, in Friuli, la diga del Vajont, il 9 ottobre 1963, provocando quell'immane sciagura, furono uditi degli scricchiolii provenire da quella parte, senza che nessuno vi facesse caso.
Ebbene, qualcosa del genere sta avvenendo intorno a noi, se lo sappiamo ascoltare. Questo mondo che ci siamo co­struiti, impastandolo d’ingiustizia e di disinvolta ribellione ai comandamenti di Dio, scricchiola. C'è odore di bruciato nell'aria. Se fosse ancora in vita, Giovanni Battista gride­rebbe: «La scure è alla radice, la scure è alla radice. Ravve­detevi!» (cf Mt 3, lO).
Il mondo stesso non credente avverte confusamente que­sta minaccia che è nell'aria, ma reagisce in maniera del tut­to diversa: costruendo rifugi antiatomici! Ci sono nazioni che investono in ciò una parte notevole del loro bilancio. Co­me se con ciò si risolvesse il problema! Anche noi credenti siamo alla ricerca di un rifugio antiatomico, ma il nostro ve­ro rifugio antiatomico, la nostra "arca di Noè", è proprio questo: il pentimento dei peccati. Infatti nulla e nessuno po­trà far paura a chi ha posto il suo cuore sulla salda roccia che è Dio. Egli canta con il salmista:'

«Dio è per noi rifugio e forza,
aiuto sempre vicino nelle angosce.
Perciò non temiamo se trema la terra,
se crollano i monti nel fondo del mare».    
 (Sal 46, 1 s)

Al mondo scatenato che mi minaccia di distruzione, possiamo dire nella fede: «Tu non hai, per farmi del male, la millesima parte della forza che io ho per sopportar­lo!». Perché «tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4, 13). In colui che ha detto: «Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo»
(Gv 16, 33).

lunedì 7 marzo 2011

LA PRIMA VOLTA CHE MIO PADRE MORI'


Ricordo come fosse ora, il giorno in cui mio padre morì per la prima volta. Avevo forse cinque o sei anni ed una domenica lui mi portò come soleva fare spesso, al parco non molto distante da casa nostra. Gli piaceva moltissimo portarmi a spasso e quella volta , dopo aver corso e giocato un po’, ci fermammo nei pressi d’una siepe. Il cielo era azzurro, l’aria mite, credo fosse aprile, una tiepida giornata d’inizio primavera. Lui mi guardò fisso negli occhi e disse con aria di sfida :  giochiamo a nascondino! Che bello, risposi io e mi andai a celare dietro un grosso fusto di pino secolare. Ovviamente lui mi trovò subito. Adesso tocca a te! Feci io. Mio padre divenne improvvisamente serio : e se mi nascondessi talmente bene che tu non riuscissi più a trovarmi? Impossibile, risposi io, ti troverò sicuramente. Fu così che mi voltai verso l’albero, chiusi gli occhi e cominciai a contare. I secondi scorrevano velocemente, sentii un piccolo e veloce fruscio, poi più nulla…Di scatto mi voltai con un sorriso beffardo. Avevo sentito qualcosa muoversi ad una decina di metri da me, giusto vicino un fossato. Sorrisi e corsi a pregustare la mia vittoria…Ma non trovai nulla.  Mi girai di nuovo ad osservare il luogo in cui ci eravamo fermati poco prima. ..non poteva essere lontano. Già più serio cominciai a guardare meglio…ma certo! Il cespuglio. Come mai non ci avevo pensato prima! Zompettai contento e veloce pregustando già la mia vittoria ma…ancora nulla. Nulla neanche dietro il cespuglio. Ero diventato serio adesso e corrucciato, il cuore cominciava a battere più veloce…ma doveva essere lì , ero piccolo ma non stupido, le persone non possono sparire. Guardai più attentamente. Negli avvallamenti del terreno nulla …dietro l’erba nulla, una lunga fila di arbusti…ci girai intorno, nulla e ancora nulla! La strada sterrata prima percorsa insieme era ora desolatamente vuota, nessun rumore percettibile, qualche farfalla volava di fiore in fiore. Fu allora che scoppiai in un pianto irrefrenabile e singhiozzante…era sparito, non c’era più! Aveva mantenuto la promessa. Era scomparso!!! E mentre le lacrime mi scivolavano sulle guance un forte abbracciò mi sollevò da terra ed una carezza sul viso : “ scemetto, perché piangi? Ero dietro la siepe , non mi avevi visto?” Ma ci misi un po’ per calmarmi. In seguito non dimenticai più questa scena e queste sensazioni. Sapevo che un giorno le avrei riprovate…e non sarebbe stato per gioco. Per molto tempo credetti d’averla fatta franca… ma poi un giorno tre anni fa il gioco gli riuscì meglio . Questa volta mio padre se ne andò sul serio dentro una grande cassa di legno ed io ero abbastanza grande per capire che non sarebbe più riuscito fuori da una siepe.
Eppure in  fondo al cuore continuo a cercarlo e ritorno spesso in quel parco e…lo confesso, guardo spesso dietro quella siepe sperando un giorno di risentire una dolce carezza sul viso….

sabato 12 febbraio 2011

QUANDO DIO RIDE ( Sorrisi e risate nella tradizione cristiana )



Diceva San Giovanni Bosco che il diavolo ha paura della gente allegra.

Spesso i cristiani sono stati accusati di essere “ musoni “, gente priva di senso dell’umorismo, o comunque ostile pregiudizialmente all’allegria ed al divertimento, genericamente considerato peccaminoso. E’ proprio così? Il Cristianesimo è davvero la religione dei brontoloni e degli uggiosi, dei tormenti e delle lacrime, della penitenza e del dolore? Esaminando le Scritture sembra proprio che sia raccomandabile per l’uomo pio, mantenere un atteggiamento sobrio e moderato, un’allegria garbata, lontana dagli eccessi di un’ilarità senza freni.

[20] Lo stolto alza la voce mentre ride;
ma l'uomo saggio sorride appena in silenzio.  Sir.  21, 20|

Negli scritti di S. Francesco e nelle fonti viene sempre raccomandata la sobrietà :

[170] 1Beato quel religioso che non ha giocondità e letizia se non nelle santissime parole e opere del Signore 2e, mediante queste, conduce gli uomini all'amore di Dio con gaudio e letizia. 3Guai a quel religioso che si diletta in parole oziose e frivole e con esse conduce gli uomini al riso. ( Ammonizioni )

1795    Non si deve però supporre o immaginare che il nostro Padre, amante di ogni perfezione ed equilibrio, intendesse che la letizia si palesi con risa o parole oziose, poiché in tal modo non si esterna la letizia spirituale, ma piuttosto la vanità e la fatuità. Nel servo di Dio egli detestava le risa e le ciarle: non solo non voleva che ridesse, ma neppure che offrisse agli altri la minima occasione a frivolezze.
2447 In ogni momento i frati erano tra loro così ambili e gioiosi che a mala pena potevano trattenersi dal ridere quando si incontravano. Ma siccome i giovani frati di Oxford ridevano troppo spesso, fu ordinato ad uno di loro che ogni qual volta avesse riso in coro o alla mensa, altrettante volte si dovesse punire con la “disciplina”: Accadde che in solo giorno quel povero frate ricevesse la disciplina undici volte senza poter tuttavia reprimere il riso. ( Cronache ed atre testimonianze francescane ).
2458 Venne anche frate Enrico da Burford che , mentre era ancora novizio e cantore tra i frati di Parigi, compose durante la meditazione i seguenti versi contro le tentazioni che doveva combattere ;
“ Tu che sei  frate minore, non ridere mai,
perchè convengono a te soltanto le lacrime;
fa’ che al tuo nome corrisponda la tua vita. “

San Francesco in questo non sembra discostarsi molto dalle indicazioni proprie della tradizione monastica. Ciò non significa tuttavia che l’umorismo ed una sana risata siano incompatibili con una vita di fede. Egli stesso ama la giocondità e la letizia e prega i suoi fratelli di fuggire la tristezza e l’atteggiamento malinconico perché disdicevoli ad un autentico frate minore. Come al solito la virtù autentica è nel mezzo.
Guai a voi che ora ridete,
perché sarete afflitti e piangerete. Lc   6. 25|    
Se la sobrietà caratterizza la tradizione cristiana, il pregiudizio, che vuole il cristianesimo intrinsecamente ostile al riso, al comico, al gioco, allo spettacolo è in sostanza una “ leggenda nera “ montata ad arte.
Anni fa questa idea fu propagandata da Umberto Eco nel romanzo Il nome della rosa di ambientazione medievale, che ruota intorno al mistero di un libro, il secondo volume della Poetica di Aristotele dedicato alla commedia e al riso, che l'ex bibliotecario Jorge da Burgos fa di tutto perché non sia letto da nessuno, arrivando a compiere numerosi delitti e a distruggere l'intera biblioteca e l'abbazia, oltre che sé stesso e il libro, in un rogo gigantesco: egli infatti condanna radicalmente il riso e ritiene che il libro aristotelico sia nefasto per la sapienza cristiana. Più di recente la stessa idea è stata trasmessa in un poderoso trattato di G. Minois, Storia del riso e della derisione (tr. it. Bari, Dedalo, 2004, pp. 799), che dedica un capitolo alla Bibbia, ai Padri della Chiesa e alla produzione monastica, intitolandolo significativamente «La demonizzazione del riso nell'Alto Medioevo. Gesù non ha mai riso» (cap. IV, pp. 123-176) e lanciandosi in affermazioni piuttosto drastiche, come: «il riso non è una caratteristica naturale del cristianesimo, religione seria per eccellenza»; «il cristianesimo ha scelto il dramma»; «Cristo non poteva che essere serio»; i cristiani «sono troppo attaccati alla loro fede per lasciare spazio all'ironia».

Ma Dio se la fa mai una risata?

Qo   3:  4 [4] C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
L’ebraismo è anche la religione del riso: Scholem Aleichem, scrittore ebreo autore di deliziosi racconti dove il pianto sa mescolarsi delicatamente al riso e al sorriso (basti ricordare Cantico dei Cantici. Un amore di gioventù in quattro parti, Adelphi, Milano 2004), non esita a dire: “L’identità ebraica è uno scoppio di risa”. Non a caso il primo ebreo per nascita ha per nome Isacco, Yizhaq, che vuol dire “colui cui Dio sorride” o “possa Dio sorridere”, dove il riferimento è al riso di Sara di fronte alla notizia che da lei bella, ma ormai non più giovane, nascerà un figlio.
 L’ebreo che ride di Moni Ovadia (Einaudi, Torino 1998) è una gustosissima raccolta di esempi di questa sapienza del riso e del sorriso, che sa dare consigli anche all’Altissimo: come quando il povero Ebreo, cui è capitato veramente tutto il negativo possibile, sussurra timidamente all’Eterno queste parole: “Noi Ti ringraziamo, Signore del cielo e della terra, d’averci scelto e prediletto fra tutti i popoli. Ma un’altra volta, non potresti scegliere qualcun altro?”
 Anche il cristianesimo, fedele alla sua radice ebraica, è religione del riso e del sorriso: basti a mostrarlo una figura come quella di San Francesco, “il giullare di Dio”, o una tradizione, diffusa nel Medio Evo europeo, quale quella del “risus paschalis”, che prevedeva il racconto del maggior numero possibile di barzellette durante la notte di Pasqua (non tutte proprio edificanti…) perché dappertutto esplodesse la gioia, solo sentimento consono alla vittoria pasquale della vita. Forse anche per questo San Filippo Neri, detto “Pippo il buono”, non riusciva a vedere altra via per l’annuncio e la sequela di Gesù che quella di un amore lieto, capace di vivere e dare gioia, di ridere e di sorridere davanti al mondo e alla vita. San Tommaso Moro, a sua volta, Lord Cancelliere d’Inghilterra morto sul patibolo per non aver voluto cedere ai compromessi morali, alle sopraffazioni e alle lusinghe del Sovrano, non esita a pregare così: “Signore, donami una buona digestione e anche qualcosa da mangiare. Donami la salute del corpo e il buon umore necessario per mantenerla. Donami un'anima semplice che sappia far tesoro di tutto ciò che è buono e non si spaventi alla vista del male, ma piuttosto trovi sempre modo di rimetter le cose a posto. Dammi un'anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri, i lamenti e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo ingombrante che si chiama ‘Io’. Dammi, Signore, il senso del buon umore, concedimi la grazia di scoprire un po’ di gioia e di farne partecipi gli altri”.
In realtà, ad aver paura del riso non è la fede, che per sua natura deve essere umile e aperta all’Eterno, terrena nella sua povertà e celeste nei suoi orizzonti e nella grazia che la pervade, ma il potere di questo mondo, che – proprio perché umano, troppo umano - teme di esser colto in contraddizione nello scontro fra le sue pretese e la sua obiettiva limitatezza. Chi è libero da sé, e fa di quanto ha dono e servizio, sa ridere e far ridere con gioiosa scioltezza.
E qui si coglie forse una differenza non di poco conto tra la tradizione ebraico-cristiana e l’Islàm, religione che insiste sul dualismo fra il mondo e Dio, piuttosto che sul gioco amoroso della lontananza e della prossimità: il Corano stesso è un testo scritto in cielo, sceso attraverso il profeta Maometto, proprio per questo estraneo a qualsivoglia spazio intermedio tra prossimità e lontananza. Ecco perché nell’Islàm più radicale il sorriso rischia di essere escluso. Certo, c’è l’eccezione dei “sufi”, i mistici che cercano nella parola “amore” una via per superare l’assenza del riso. Ma dove non c’è sorriso in questo mondo, può esserci anche più facilmente una deriva fondamentalista, che giunge fino alla follia di aspettarsi di ridere fra breve in cielo mentre ci si fa saltare in aria con un mucchio di innocenti condannati a morire per niente…
Per concludere, l'impressione complessiva conferma l'abituale giudizio secondo cui gli antichi cristiani erano, o almeno affermavano di essere, più amici del pianto che del riso, ma una serie di "distinguo" attutisce il drastico impatto di questa categorica affermazione. È fuor di dubbio che fu loro del tutto estranea la comicità forte, quella che si esprime soprattutto nel teatro, e lo stesso si può dire del riso sguaiato e incontrollato. Ma è altrettanto
evidente l'apprezzamento per il sorriso, espressione di uno stato di letizia che caratterizza il fedele in pace con la sua coscienza.
È il sorriso sugli altri e il riso su noi stessi che ci aiuta, infine, ad essere umili: ce lo fanno capire molte leggende rabbiniche e qualche aforisma: come quello del saggio ebreo che scultoreamente afferma:

“L’uomo pensa, Dio ride”.

 

lunedì 31 gennaio 2011

OGGI COMINCIO….


In che senso abbiamo ancora oggi bisogno di conversione? Non l’abbiamo ricevuta una volta per tutte nel battesimo? Dovrebbe essere una questione già chiusa e adesso dovremmo essere in cammino – naturalmente con alti e bassi, con cadute e riprese – verso la perfezione e la santità. Questa è effettivamente l’immagine che ci facciamo del cammino sul quale procedono tutti i cristiani. In pratica questo cammino sarebbe diviso in tre tappe: all’inizio l’incredulità e il peccato, poi il passo decisivo della conversione e infine la ricerca della perfezione. E ciascuno di noi si colloca spontaneamente – e non senza un certo candore – in un punto imprecisato della terza tappa, a un livello più o meno avanzato.
La realtà non è né così semplice né così complicata: la grazia infatti è la semplicità stessa. La difficoltà sta nel fatto che la vita nello Spirito santo non è facile da discernere. Linee di forza diverse si incrociano incessantemente e perciò la confusione, così come l’illusione, è sempre possibile: non è sempre facile distinguere queste linee le une dalle altre. In realtà il peccato, la conversione e la grazia non sono semplicemente tre tappe in successione; nella vita quotidiana a volte sono inestricabili, crescono insieme, in una reciproca dipendenza. Non mi trovo mai totalmente nell’una o nell’altra, sono incessantemente in tutte e tre nel contempo: il peccato, la conversione e la grazia sono il mio pane e la mia porzione quotidiana...
Queste tre tappe non rappresentano tre gradini di una scala di valori, non passiamo dall’una all’altra come se salissimo le scale, non sono tre galloni che cuciamo l’uno dopo l’altro sulla manica. No! Prima della morte non diciamo mai addio del tutto all’una o all’altra delle tre. Restiamo sempre peccatori, siamo continuamente in conversione e in questo siamo costantemente santificati dallo Spirito di Dio. Non possiamo mai appartenere a quella categoria di persone di cui Gesù ha detto “che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7) perché si credono giusti: in tal caso non avremmo più bisogno di Gesù. Forse saremmo ancora in cammino verso Dio, ma soli, nel senso più “solitario” del termine, irrimediabilmente soli, continuamente in preda a noi stessi, sotto un’apparenza di santità che cercheremmo invano di realizzare; ci sentiremmo sempre più profondamente frustrati perché non incontreremmo mai l’amore autentico.
È sempre illusorio credersi convertiti una volta per tutte. No, non siamo mai dei semplici peccatori, ma dei peccatori perdonati, dei peccatori-in-perdono, dei peccatori-in-conversione. Non è data un’altra santità quaggiù perché la grazia non può agire diversamente. Convertirsi significa ricominciare sempre questo rivolgimento interiore, per mezzo del quale la nostra povertà umana – quella che Paolo chiama la carne – si volta verso la grazia di Dio. Dalla legge della lettera, passa alla legge dello Spirito e della libertà, dall’ira alla grazia. Questo ribaltamento non è mai concluso, perché non fa altro che ricominciare sempre. Antonio il Grande, patriarca e padre di tutti i monaci, lo diceva in modo lapidario: “Ogni mattina mi dico: oggi comincio”. E abba Poemen, il più famoso dei padri del deserto dopo Antonio, quando in punto di morte veniva lodato per aver vissuto una vita beata e virtuosa che lo metteva in condizione di presentarsi a Dio con estrema tranquillità, rispose: “Devo ancora cominciare, stavo appena iniziando a convertirmi”, e pianse.
La conversione infatti è sempre una questione di tempo: l’uomo ha bisogno di tempo e anche Dio vuole avere bisogno di tempo con noi. Ci faremmo un’immagine dell’uomo assolutamente errata se pensassimo che le cose importanti nella vita di un uomo possono realizzarsi immediatamente e una volta per tutte. L’uomo è fatto in modo tale che ha bisogno di tempo per crescere, maturare e sviluppare tutte le proprie capacità: Dio lo sa meglio di noi e per questo aspetta, non desiste, è indulgente, longanime. Dio ci aspetta come un pescatore paziente, per usare l’espressione di un poeta. “Tò chrestòn toû theoû eis metánoián se ághei”, scrive Paolo (Rm 2,4): “La bontà di Dio ti spinge alla conversione”. Non la collera ma, al contrario, “tò chrestón”, il suo affetto, la sua bontà, la sua pazienza. Nel prologo della sua regola, Benedetto ne fa un commento pregnante: Dio è ogni giorno alla ricerca del suo operaio, e il tempo che ci dà è “ad inducias”, è una dilazione, un dono, un tempo di grazia che ci viene accordato gratuitamente. E’ un tempo che possiamo utilizzare per incontrare Dio ancora una volta, per incontrarlo sempre meglio nella sua stupenda misericordia. Sarà solo più tardi, dopo la nostra morte, che potremo vivere fuori del tempo, e per sempre.

André Louf, Sotto la guida dello Spirito, Edizioni Qiqajon, Monastero di Bose, Magnano (BI), 1990, p. 11-13