martedì 5 aprile 2011

SONO LA TUA CARNE INFERMA....


Non posso fare a meno di notare , specie in questi tempi liturgici “ forti “ come le chiese si riempiano in maniera crescente raggiungendo il culmine nella Solennità. Forse più a Natale che a Pasqua, ma questa è solo una mia opinabile considerazione. Durante i  “tempi ordinari” è facile vedere invece quasi sempre le stesse facce. A volte basta reclinare un’invito per suscitare  meraviglia:  No, oggi non posso, vado a Messa e prima desidero confessarmi. I volti s’irrigidiscono .Lo stupore e l’imbarazzo  lasciano il posto a qualche commento : anch’io sono credente…ma certi preti…e la Chiesa poi!!!! Non ne parliamo, credo in Gesù e basta!  
Evidentemente non tutti gli articoli del Credo sono recepiti con convinzione. Forse tu dici: «Ma come, e l'incoerenza della Chiesa? e gli scandali, perfino di alcuni papi?». Dici questo, però, perché ragioni umanamente, da uomo carnale, e non riesci ad ac­cettare che Dio manifesti la sua potenza e il suo amore at­traverso la debolezza. Non riuscendo a ottenere l'innocenza da te stesso, la pretendi dalla Chiesa, mentre Dio ha deciso di manifestare la sua gloria e la sua onnipotenza proprio attraverso questa terribile debolezza e imperfezione degli uo­mini, compresi gli "uomini di Chiesa", e con essa ha formato la sua sposa, che è meravigliosa proprio perché esalta la sua misericordia. Il Figlio di Dio è venuto in questo mondo e, da buon falegname qual era diventato alla scuola di Giuseppe, ha raccolto i pezzetti di tavole più sgangherati e bi­torzoluti che ha trovato e con essi ha costruito una barca che tiene il mare da duemila anni.
I peccati della Chiesa! Credi tu che Gesù non li conosca meglio di te? Non sapeva egli per chi moriva, dove erano in quel momento i suoi apostoli? Ma egli ha amato questa Chiesa reale, non quella immaginaria e ideale. E’ morto «per renderla santa e immacolata», non perché era santa e immacolata. Cristo ha amato la Chiesa «in speranza»; non solo per quello che "è", ma anche per quello che "sarà": la Gerusalemme celeste «pronta come Sposa adorna per il suo sposo» (Ap 21, 2). Ma perché, poi, questa nostra Chiesa è così povera e len­ta? Ce lo siamo mai domandato? Don Primo Mazzolari, che non era certo un uomo abituato a lusingare la Chiesa istitu­zionale, ha scritto: «Signore, sono la tua carne inferma; ti peso come croce che pesa, come spalla che non regge. Per non lasciarmi a terra, ti carichi anche del mio fardello e  cammini come puoi. E tra coloro che tu porti c'è qualcuno che ti fa colpa di non camminare secondo le regole e accusa di lentezza anche la tua Chiesa, dimenticando che, carica com'è di scorie umane che non può né vuole buttare a mare (sono i suoi figlioli!), il portare vale più dell'arrivare».
      La Chiesa va lenta, certo. Va lenta nell'evangelizzazione, nel rispondere ai segni dei tempi, nella difesa dei poveri e in tante altre cose. Ma sapete perché va lenta? Perché porta sulle spalle noi che siamo ancora pieni di zavorra di pecca­to. I figli accusano la madre di essere piena di rughe e que­ste rughe, come avviene anche sul piano naturale, sono pro­prio essi che gliele hanno procurate. Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei perché fosse «senza mac­chia», e la Chiesa sarebbe senza macchia, se non avesse noi! La Chiesa avrebbe una ruga in meno, se io avessi commes­so un peccato in meno. A uno dei Riformatori che lo rimpro­verava di rimanere nella Chiesa cattolica, nonostante la sua "corruzione", Erasmo di Rotterdam rispose un giorno: «Sopporto questa Chiesa, in attesa che divenga migliore, dal momento che anch'essa è costretta a sopportare me, in attesa che io divenga migliore».

 Cfr. RANIERO CANTALAMESSA – Noi predichiamo Cristo crocifisso
 Milano 1994



sabato 2 aprile 2011

Streets of Philadelphia

Ero malridotto e non riuscivo a capire
cosa sentivo
Non riuscivo a riconoscermi
Vedevo il mio riflesso in una vetrina
e non riconoscevo la mia stessa faccia
Oh fratello mi lascerai
a consumarmi
Sulle strade di Philadelphia

Ho caminato lungo il viale finchè le mie gambe sono diventate come pietra
Ho sentito le voci di amici spariti e partiti
Di notte potevo sentire il sangue nelle vene
Nero e sussurrante come la pioggia
Sulle strade di Philadelphia

Non c'è alcun angelo che venga a salutarmi
Ci siamo solo io e te amico mio
I miei vestiti non mi vanno più bene
Ho camminato mille miglia
Solo per sfuggire a questa pelle

La notte è arrivata, sono sdraiato e sono sveglio
Mi sento indebolire
Quindi fratello ricevimi con il tuo bacio infedele
O ci lasceremo soli così
Sulle strade di Philadelphia 


- Bruce Springsteen



mercoledì 30 marzo 2011

Boots of Spanish Leather

“Sto navigando via mio unico vero amore,
sto navigando via nella mattina.
C’è qualcosa che posso spedirti via mare,
dal posto nel quale sto andando?
No, non c’è niente che puoi mandarmi, mio unico vero amore,
non c’è niente che vorrei fosse mio.
Solo ritorna da me sana e salva,
dal solitario oceano.
Ho solo pensato che potresti volere qualcosa di carino
d’argento o d’oro,
o dalle montagne di Madrid
o dalle coste di Barcellona.
Ma se avessi le stelle dalla più oscura notte
ed i diamanti dal più profondo oceano,
ci rinuncerei per un tuo dolce bacio,
perché è questa l’unica cosa che vorrei fosse mia.
Potrei stare via per molto tempo
e ti sto solamente chiedendo,
se c’è qualcosa che posso mandarti per essere ricordata,
per rendere la tua attesa più sopportabile.
Come puoi, come puoi chiedermelo ancora,
questo mi rammarica.
la stessa cosa che voglio da te oggi,
la vorrei ancora domani.
Ho ricevuto una lettera un solitario giorno,
proveniente dalla sua barca in viaggio,
diceva di non sapere quando sarebbe tornata a casa,
e che dipendeva da quello che provava.
Se tu, amore mio, puoi pensare una cosa del genere,
sono sicuro che la tua intenzione è di viaggiare.
Sono sicuro che il tuo cuore non è con me,
ma con il paese nel quale stai andando.
Perciò fai attenzione, fai attenzione al vento dell’ovest,
fai attenzione al tempo burrascoso.
E sì, c’è qualcosa che puoi mandarmi,
stivali spagnoli di cuoio spagnolo”.
Joan Baez, Boots of spanish leather - 4:35
Album: Any Day Now (Songs of Bob Dylan) (1968)

lunedì 28 marzo 2011

UNA FOLLE AVVENTURA...

Cos'è quella sensazione che si prova quando ci si allontana in macchina dalle persone e le si vede recedere nella pianura fino a diventare macchioline e disperdersi? È il mondo troppo grande che ci sovrasta, è l'Addio. Ma intanto, ci si proietta in avanti verso una nuova, folle avventura sotto il cielo.
- Jack Kerouac 
 

venerdì 18 marzo 2011

COME UNO SQUILLO DI TROMBA.

Tutta la storia del Cristianesimo si riassume in due eventi : Cristo morì, poi risorse. E’ su questo che si basa la nostra fede. La contraddizione massima che l’uomo da sempre sperimenta – quella tra la vita e la morte – è stata superata. Ora la contraddizione più radicale non è tra il vivere e morire , ma tra il vivere “ per il Signore “ e il vivere per se stessi”. Vivere per se tessi è il nuovo nome della morte.

Forse soltanto quando giungeremo in Paradiso comprenderemo in pieno il dramma in cui l’uomo è precipitato dopo il peccato originale. L a morte che spezza la vita, i sogni, gli affetti, che falcia la speranza e ci rende schiavi, terrorizzati ed incapaci d’amare, moralmente decomposti come un giorno lo saremo fisicamente. La risposta di Dio  è la resurrezione di Cristo, garanzia della nostra. Può una madre dimenticare il suo bambino, così da non commuoversi per il figlio  delle sue viscere? ( Is. 49,15). E’ il Signore stesso che ripete ora alla sua Chiesa “ Io ero morto, ma ora vivo per sempre ed ho potere sopra la morte e sopra gli inferi” ( Ap. 1,18 ) A coloro che soffrono nell’anima e nel corpo, anziani, ammalati che si sentono inutili e di peso per la società e guardano forse con invidia dal loro letto, il mondo dei sani, ricordiamo come si è comportato Dio, ricordiamo la sua kenosi in una stalla, la vita umile e nascosta dell’operaio, la morte violenta riservata ai criminali.

Dio per salvarci dalla morte ha inventato il suo annientamento. Agli uomini ed alla stessa Chiesa, tentata spesso di scoraggiamento e di “ tiepidezza “, bisognosa di ritrovare il suo fervore d’un tempo, occorre far giungere come uno squillo di tromba il grido pasquale “ Enìchesen – ha vinto!” E’ ora che si realizzi nella vita di ciascuno di noi quell’essere battezzati nella sua morte, è ora che qualcosa del vecchio uomo ci crolli addosso, si stacchi da noi e rimanga sepolto per sempre nella passione di Cristo. Basta col tempo trascorso a giustificare  noi stessi e incolpare gli altri. Basta con le polemiche inutili tra credenti stessi e cattolici. Buona parte dei mali  e dell’infelicità che affliggono le famiglie, la società e la Chiesa, dipendono dal fatto che ognuno giudica  e mette sotto accusa gli altri, anziché accusare e giudicare se stesso. Pensiamo che siano gli altri a dover cambiare ma non pensiamo mai seriamente a cambiare noi stessi. E’ questa la sola rivoluzione che può rendere il mondo migliore. E non pensiamo di avere tanto tempo a disposizione…

La notte prima che crollasse, in Friuli, la diga del Vajont, il 9 ottobre 1963, provocando quell'immane sciagura, furono uditi degli scricchiolii provenire da quella parte, senza che nessuno vi facesse caso.
Ebbene, qualcosa del genere sta avvenendo intorno a noi, se lo sappiamo ascoltare. Questo mondo che ci siamo co­struiti, impastandolo d’ingiustizia e di disinvolta ribellione ai comandamenti di Dio, scricchiola. C'è odore di bruciato nell'aria. Se fosse ancora in vita, Giovanni Battista gride­rebbe: «La scure è alla radice, la scure è alla radice. Ravve­detevi!» (cf Mt 3, lO).
Il mondo stesso non credente avverte confusamente que­sta minaccia che è nell'aria, ma reagisce in maniera del tut­to diversa: costruendo rifugi antiatomici! Ci sono nazioni che investono in ciò una parte notevole del loro bilancio. Co­me se con ciò si risolvesse il problema! Anche noi credenti siamo alla ricerca di un rifugio antiatomico, ma il nostro ve­ro rifugio antiatomico, la nostra "arca di Noè", è proprio questo: il pentimento dei peccati. Infatti nulla e nessuno po­trà far paura a chi ha posto il suo cuore sulla salda roccia che è Dio. Egli canta con il salmista:'

«Dio è per noi rifugio e forza,
aiuto sempre vicino nelle angosce.
Perciò non temiamo se trema la terra,
se crollano i monti nel fondo del mare».    
 (Sal 46, 1 s)

Al mondo scatenato che mi minaccia di distruzione, possiamo dire nella fede: «Tu non hai, per farmi del male, la millesima parte della forza che io ho per sopportar­lo!». Perché «tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4, 13). In colui che ha detto: «Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo»
(Gv 16, 33).

lunedì 7 marzo 2011

LA PRIMA VOLTA CHE MIO PADRE MORI'


Ricordo come fosse ora, il giorno in cui mio padre morì per la prima volta. Avevo forse cinque o sei anni ed una domenica lui mi portò come soleva fare spesso, al parco non molto distante da casa nostra. Gli piaceva moltissimo portarmi a spasso e quella volta , dopo aver corso e giocato un po’, ci fermammo nei pressi d’una siepe. Il cielo era azzurro, l’aria mite, credo fosse aprile, una tiepida giornata d’inizio primavera. Lui mi guardò fisso negli occhi e disse con aria di sfida :  giochiamo a nascondino! Che bello, risposi io e mi andai a celare dietro un grosso fusto di pino secolare. Ovviamente lui mi trovò subito. Adesso tocca a te! Feci io. Mio padre divenne improvvisamente serio : e se mi nascondessi talmente bene che tu non riuscissi più a trovarmi? Impossibile, risposi io, ti troverò sicuramente. Fu così che mi voltai verso l’albero, chiusi gli occhi e cominciai a contare. I secondi scorrevano velocemente, sentii un piccolo e veloce fruscio, poi più nulla…Di scatto mi voltai con un sorriso beffardo. Avevo sentito qualcosa muoversi ad una decina di metri da me, giusto vicino un fossato. Sorrisi e corsi a pregustare la mia vittoria…Ma non trovai nulla.  Mi girai di nuovo ad osservare il luogo in cui ci eravamo fermati poco prima. ..non poteva essere lontano. Già più serio cominciai a guardare meglio…ma certo! Il cespuglio. Come mai non ci avevo pensato prima! Zompettai contento e veloce pregustando già la mia vittoria ma…ancora nulla. Nulla neanche dietro il cespuglio. Ero diventato serio adesso e corrucciato, il cuore cominciava a battere più veloce…ma doveva essere lì , ero piccolo ma non stupido, le persone non possono sparire. Guardai più attentamente. Negli avvallamenti del terreno nulla …dietro l’erba nulla, una lunga fila di arbusti…ci girai intorno, nulla e ancora nulla! La strada sterrata prima percorsa insieme era ora desolatamente vuota, nessun rumore percettibile, qualche farfalla volava di fiore in fiore. Fu allora che scoppiai in un pianto irrefrenabile e singhiozzante…era sparito, non c’era più! Aveva mantenuto la promessa. Era scomparso!!! E mentre le lacrime mi scivolavano sulle guance un forte abbracciò mi sollevò da terra ed una carezza sul viso : “ scemetto, perché piangi? Ero dietro la siepe , non mi avevi visto?” Ma ci misi un po’ per calmarmi. In seguito non dimenticai più questa scena e queste sensazioni. Sapevo che un giorno le avrei riprovate…e non sarebbe stato per gioco. Per molto tempo credetti d’averla fatta franca… ma poi un giorno tre anni fa il gioco gli riuscì meglio . Questa volta mio padre se ne andò sul serio dentro una grande cassa di legno ed io ero abbastanza grande per capire che non sarebbe più riuscito fuori da una siepe.
Eppure in  fondo al cuore continuo a cercarlo e ritorno spesso in quel parco e…lo confesso, guardo spesso dietro quella siepe sperando un giorno di risentire una dolce carezza sul viso….

sabato 12 febbraio 2011

QUANDO DIO RIDE ( Sorrisi e risate nella tradizione cristiana )



Diceva San Giovanni Bosco che il diavolo ha paura della gente allegra.

Spesso i cristiani sono stati accusati di essere “ musoni “, gente priva di senso dell’umorismo, o comunque ostile pregiudizialmente all’allegria ed al divertimento, genericamente considerato peccaminoso. E’ proprio così? Il Cristianesimo è davvero la religione dei brontoloni e degli uggiosi, dei tormenti e delle lacrime, della penitenza e del dolore? Esaminando le Scritture sembra proprio che sia raccomandabile per l’uomo pio, mantenere un atteggiamento sobrio e moderato, un’allegria garbata, lontana dagli eccessi di un’ilarità senza freni.

[20] Lo stolto alza la voce mentre ride;
ma l'uomo saggio sorride appena in silenzio.  Sir.  21, 20|

Negli scritti di S. Francesco e nelle fonti viene sempre raccomandata la sobrietà :

[170] 1Beato quel religioso che non ha giocondità e letizia se non nelle santissime parole e opere del Signore 2e, mediante queste, conduce gli uomini all'amore di Dio con gaudio e letizia. 3Guai a quel religioso che si diletta in parole oziose e frivole e con esse conduce gli uomini al riso. ( Ammonizioni )

1795    Non si deve però supporre o immaginare che il nostro Padre, amante di ogni perfezione ed equilibrio, intendesse che la letizia si palesi con risa o parole oziose, poiché in tal modo non si esterna la letizia spirituale, ma piuttosto la vanità e la fatuità. Nel servo di Dio egli detestava le risa e le ciarle: non solo non voleva che ridesse, ma neppure che offrisse agli altri la minima occasione a frivolezze.
2447 In ogni momento i frati erano tra loro così ambili e gioiosi che a mala pena potevano trattenersi dal ridere quando si incontravano. Ma siccome i giovani frati di Oxford ridevano troppo spesso, fu ordinato ad uno di loro che ogni qual volta avesse riso in coro o alla mensa, altrettante volte si dovesse punire con la “disciplina”: Accadde che in solo giorno quel povero frate ricevesse la disciplina undici volte senza poter tuttavia reprimere il riso. ( Cronache ed atre testimonianze francescane ).
2458 Venne anche frate Enrico da Burford che , mentre era ancora novizio e cantore tra i frati di Parigi, compose durante la meditazione i seguenti versi contro le tentazioni che doveva combattere ;
“ Tu che sei  frate minore, non ridere mai,
perchè convengono a te soltanto le lacrime;
fa’ che al tuo nome corrisponda la tua vita. “

San Francesco in questo non sembra discostarsi molto dalle indicazioni proprie della tradizione monastica. Ciò non significa tuttavia che l’umorismo ed una sana risata siano incompatibili con una vita di fede. Egli stesso ama la giocondità e la letizia e prega i suoi fratelli di fuggire la tristezza e l’atteggiamento malinconico perché disdicevoli ad un autentico frate minore. Come al solito la virtù autentica è nel mezzo.
Guai a voi che ora ridete,
perché sarete afflitti e piangerete. Lc   6. 25|    
Se la sobrietà caratterizza la tradizione cristiana, il pregiudizio, che vuole il cristianesimo intrinsecamente ostile al riso, al comico, al gioco, allo spettacolo è in sostanza una “ leggenda nera “ montata ad arte.
Anni fa questa idea fu propagandata da Umberto Eco nel romanzo Il nome della rosa di ambientazione medievale, che ruota intorno al mistero di un libro, il secondo volume della Poetica di Aristotele dedicato alla commedia e al riso, che l'ex bibliotecario Jorge da Burgos fa di tutto perché non sia letto da nessuno, arrivando a compiere numerosi delitti e a distruggere l'intera biblioteca e l'abbazia, oltre che sé stesso e il libro, in un rogo gigantesco: egli infatti condanna radicalmente il riso e ritiene che il libro aristotelico sia nefasto per la sapienza cristiana. Più di recente la stessa idea è stata trasmessa in un poderoso trattato di G. Minois, Storia del riso e della derisione (tr. it. Bari, Dedalo, 2004, pp. 799), che dedica un capitolo alla Bibbia, ai Padri della Chiesa e alla produzione monastica, intitolandolo significativamente «La demonizzazione del riso nell'Alto Medioevo. Gesù non ha mai riso» (cap. IV, pp. 123-176) e lanciandosi in affermazioni piuttosto drastiche, come: «il riso non è una caratteristica naturale del cristianesimo, religione seria per eccellenza»; «il cristianesimo ha scelto il dramma»; «Cristo non poteva che essere serio»; i cristiani «sono troppo attaccati alla loro fede per lasciare spazio all'ironia».

Ma Dio se la fa mai una risata?

Qo   3:  4 [4] C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
L’ebraismo è anche la religione del riso: Scholem Aleichem, scrittore ebreo autore di deliziosi racconti dove il pianto sa mescolarsi delicatamente al riso e al sorriso (basti ricordare Cantico dei Cantici. Un amore di gioventù in quattro parti, Adelphi, Milano 2004), non esita a dire: “L’identità ebraica è uno scoppio di risa”. Non a caso il primo ebreo per nascita ha per nome Isacco, Yizhaq, che vuol dire “colui cui Dio sorride” o “possa Dio sorridere”, dove il riferimento è al riso di Sara di fronte alla notizia che da lei bella, ma ormai non più giovane, nascerà un figlio.
 L’ebreo che ride di Moni Ovadia (Einaudi, Torino 1998) è una gustosissima raccolta di esempi di questa sapienza del riso e del sorriso, che sa dare consigli anche all’Altissimo: come quando il povero Ebreo, cui è capitato veramente tutto il negativo possibile, sussurra timidamente all’Eterno queste parole: “Noi Ti ringraziamo, Signore del cielo e della terra, d’averci scelto e prediletto fra tutti i popoli. Ma un’altra volta, non potresti scegliere qualcun altro?”
 Anche il cristianesimo, fedele alla sua radice ebraica, è religione del riso e del sorriso: basti a mostrarlo una figura come quella di San Francesco, “il giullare di Dio”, o una tradizione, diffusa nel Medio Evo europeo, quale quella del “risus paschalis”, che prevedeva il racconto del maggior numero possibile di barzellette durante la notte di Pasqua (non tutte proprio edificanti…) perché dappertutto esplodesse la gioia, solo sentimento consono alla vittoria pasquale della vita. Forse anche per questo San Filippo Neri, detto “Pippo il buono”, non riusciva a vedere altra via per l’annuncio e la sequela di Gesù che quella di un amore lieto, capace di vivere e dare gioia, di ridere e di sorridere davanti al mondo e alla vita. San Tommaso Moro, a sua volta, Lord Cancelliere d’Inghilterra morto sul patibolo per non aver voluto cedere ai compromessi morali, alle sopraffazioni e alle lusinghe del Sovrano, non esita a pregare così: “Signore, donami una buona digestione e anche qualcosa da mangiare. Donami la salute del corpo e il buon umore necessario per mantenerla. Donami un'anima semplice che sappia far tesoro di tutto ciò che è buono e non si spaventi alla vista del male, ma piuttosto trovi sempre modo di rimetter le cose a posto. Dammi un'anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri, i lamenti e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo ingombrante che si chiama ‘Io’. Dammi, Signore, il senso del buon umore, concedimi la grazia di scoprire un po’ di gioia e di farne partecipi gli altri”.
In realtà, ad aver paura del riso non è la fede, che per sua natura deve essere umile e aperta all’Eterno, terrena nella sua povertà e celeste nei suoi orizzonti e nella grazia che la pervade, ma il potere di questo mondo, che – proprio perché umano, troppo umano - teme di esser colto in contraddizione nello scontro fra le sue pretese e la sua obiettiva limitatezza. Chi è libero da sé, e fa di quanto ha dono e servizio, sa ridere e far ridere con gioiosa scioltezza.
E qui si coglie forse una differenza non di poco conto tra la tradizione ebraico-cristiana e l’Islàm, religione che insiste sul dualismo fra il mondo e Dio, piuttosto che sul gioco amoroso della lontananza e della prossimità: il Corano stesso è un testo scritto in cielo, sceso attraverso il profeta Maometto, proprio per questo estraneo a qualsivoglia spazio intermedio tra prossimità e lontananza. Ecco perché nell’Islàm più radicale il sorriso rischia di essere escluso. Certo, c’è l’eccezione dei “sufi”, i mistici che cercano nella parola “amore” una via per superare l’assenza del riso. Ma dove non c’è sorriso in questo mondo, può esserci anche più facilmente una deriva fondamentalista, che giunge fino alla follia di aspettarsi di ridere fra breve in cielo mentre ci si fa saltare in aria con un mucchio di innocenti condannati a morire per niente…
Per concludere, l'impressione complessiva conferma l'abituale giudizio secondo cui gli antichi cristiani erano, o almeno affermavano di essere, più amici del pianto che del riso, ma una serie di "distinguo" attutisce il drastico impatto di questa categorica affermazione. È fuor di dubbio che fu loro del tutto estranea la comicità forte, quella che si esprime soprattutto nel teatro, e lo stesso si può dire del riso sguaiato e incontrollato. Ma è altrettanto
evidente l'apprezzamento per il sorriso, espressione di uno stato di letizia che caratterizza il fedele in pace con la sua coscienza.
È il sorriso sugli altri e il riso su noi stessi che ci aiuta, infine, ad essere umili: ce lo fanno capire molte leggende rabbiniche e qualche aforisma: come quello del saggio ebreo che scultoreamente afferma:

“L’uomo pensa, Dio ride”.