| di ALESSANDRO D'AVENIA | |
| Tu come hai fatto a capire che quella è la strada per te, il modo in cui giocarti la tua intera vita?». Così mi ha scritto una ragazza di 16 anni, dopo aver finito di leggere «Cose che nessuno sa», mentre stavo scrivendo questo articolo. Si può morire restando vivi. Si muore in molti modi e il più diffuso è quello della solitudine causata dall’assenza di possibilità di raccontare la propria storia, unica e irripetibile, a qualcuno. Amiamo e vogliamo essere amati perché ci sia almeno un interlocutore a cui poterla raccontare questa nostra benedetta vita così grande e fragile. Alcuni giovani muoiono da vivi, per assenza di racconto. Il mondo che dovrebbe ascoltare le loro vite, quello degli adulti, giudica la loro tela assurda, prima ancora che tratti e colori di quella storia si siano potuti dispiegare. Si muore giovani, e non perché cari agli dei, ma perché disprezzati da loro. Non per una guerra cruenta, ma per mancanza di sguardo: una vocazione, una unicità, per essere ha bisogno di essere percepita. La gioia di vivere - mi hanno insegnato i miei genitori e maestri - non dipende dal successo, ma dal fatto di occupare il proprio posto nel mondo, nella fedeltà a quello che siamo chiamati a essere e fare, sulla base dei nostri talenti e dei nostri limiti, la conoscenza dei quali ha il suo spazio privilegiato nell’infanzia, nell’adolescenza e nella prima giovinezza. Ciascuno di noi è la propria vocazione, la propria chiamata, il proprio compito. Sul tempio di Apollo a Delfi c’era scritto «Conosci te stesso». Da lì prese le mosse il pensiero occidentale ed è lì che bisogna guardare per questa crisi che è prima ancora che economica, una crisi di senso e di identità. Eraclito disse che il carattere dell’uomo è il suo destino. Platone immaginò nel mito di Er che un «dàimon» ci affiancasse, perché il destino di ciascuno si compisse. Tutti sappiamo che qualcosa ci chiama a percorrere un certo cammino. Magari non si tratta di un annuncio eclatante, ma di piccole spinte (un libro, un film, un incontro, un fatto...) verso una strada, mentre eravamo persi in una selva di vie possibili. Ognuno di noi è irripetibile e la libertà, diceva Hannah Arendt, è «esserci per un nuovo inizio»: a ciascuno di noi è affidato il proprio sé come inizio, compito e compimento. Solo questo genera gioia di vivere: armatura forte di fronte ai fallimenti, spada che consente di non rifugiarsi, impauriti dalla vita, in autismi virtuali ed emotivi (dipendenze di ogni tipo). Quando un adolescente cerca di spiegare la propria strada, senza rendersene conto porta la mano al cuore, come se intuisse il mistero di sé. È uno dei momenti del mio mestiere di insegnante che amo di più: quando si «accorano», si attorcigliano attorno al proprio cuore per ascoltarlo e spesso accade quando sono ascoltati. Sarà proprio la scoperta di questa unicità, percepita, preservata, ricordata, difesa da chi ci ama a dare senso al quotidiano vivere, anzi proprio a quel ripetitivo copione darà brillantezza e novità. Questo vale in ogni epoca e in ogni congiuntura storica, anche e soprattutto le crisi, durante le quali si è costretti ad andare all’essenziale. Questo ai giovani non può e non deve essere tolto: la bellezza che alberga nell’unicità di ciascuno ha bisogno di ricevere uno spazio, un riconoscimento, per non morire. Questo spazio è la famiglia, questo spazio è la scuola. I ragazzi chiedono ogni giorno questo riconoscimento. Hanno nostalgia di uno sguardo che riconosca la loro unicità, che non giudichi e inscatoli la loro vita prima ancora di averla accettata nel suo straordinario, scomposto, contraddittorio emergere, che è già segno di ricerca. Questo mi chiedono ogni giorno: «Aiutami ad essere me stesso». I giovani di oggi hanno questa fame, io lo vedo, ma questa fame di sé, questa fame di destino, questa fame di futuro è stordita dalla sazietà del benessere. Se non ho fame di futuro il mio presente sparisce. E ha un sogno solo chi si ferma a considerare i mezzi che ha per attuarlo. Ma se invece di conoscermi sonnecchio per riuscire a digerire l’eccesso di portate di cui vengo ingozzato, sarà tardivo e brusco il risveglio: chi sono io e che ci faccio qui? Se so chi sono e che ci faccio qui è perché a 16 anni ho trovato chi mi aiutasse a unire i pezzi ancora sconnessi del puzzle della mia vita e a percepirmi come compito da realizzare. A 16 anni ho deciso di diventare insegnante perché avevo un insegnante che amava non solo ciò che insegnava, ma amava la mia vita con la sua irripetibilità. A 16 anni ho deciso che volevo dedicare la vita ai ragazzi perché il professore di religione della mia scuola, padre Puglisi, si lasciò ammazzare per provare a cambiare le cose. A 16 anni i miei genitori mi hanno messo alla prova, e io che li mandavo a quel paese come ogni adolescente, in realtà toccavo la reale consistenza dei miei sogni. Questi mentori mi hanno insegnato che non è il successo il criterio per essere sé stessi, ma che essere se stessi è il successo. Molti ragazzi rimangono paralizzati all’idea che non riusciranno a realizzare i loro sogni e questo è il veleno di una società che lavora per produrre, comprare e consumare, anziché lavorare per costruire un tempo buono e ampio per appartenersi e appartenere attraverso relazioni e amicizie vere. Se il criterio di giudizio dell’agire è il successo, si rimane prigionieri di un destino crudele, che può schiacciare prima ancora di mettersi in movimento. Invece ciò che rende felici è realizzare la propria vocazione, indipendentemente dal riconoscimento «della folla». Si può avere successo come madre, come insegnante, come panettiere. Basta essere pienamente ciò a cui si è chiamati. È la crisi ad aver rubato ai giovani il futuro? No. La crisi farà venire più fame, costringerà a non accontentarsi del benessere per essere felici. Il futuro ai giovani lo rubano gli adulti che non li guardano, gli adulti che occupano i posti di potere e se ne fregano del bene comune, gli adulti che fanno diga per l’ingresso di nuove leve negli ambienti di lavoro, gli adulti che non sono disposti a mettersi al servizio della generazione successiva passando il testimone. Come tanti Crono se ne stanno seduti a digerire i figli che loro stessi hanno messo al mondo. I sistemi educativi dovrebbero riconsiderare le loro priorità. Cominciamo a credere nella unicità delle vite che ci sono affidate, serviamole togliendo qualcosa al nostro egoismo. La cena con i figli è più importante di una pratica di lavoro sbrigata la sera tardi, una moglie stanca dopo una giornata infernale è più importante di una partita di calcio in tv, un alunno è più del suo 4 o del suo 8... Dalla famiglia e dalla scuola si può ripartire: non si richiedono riforme strutturali, ma riforme del cuore e della testa. In famiglia e a scuola ho imparato a occuparmi degli altri e a non pensare di essere il centro del mondo. In famiglia e a scuola ho scoperto la mia vocazione. Lo aveva già scritto in pochi versi Dante quando il suo maestro, Brunetto Latini, gli disse: «Se tu segui tua stella/ non puoi fallire a glorïoso porto/ se ben m’accorsi ne la vita bella/ e s’io non fossi sì per tempo morto/ veggendo il cielo a te così benigno/ dato t’avrei a l’opera conforto». | |
" Dai loro posti di sentinella, essi aspettano il ritorno del loro Signore, per aprirgli subito, appena busserà. "
domenica 1 aprile 2012
CAPIRSI CON IL CUORE
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Riflessioni
sabato 31 marzo 2012
Lourdes, Resurrezione e pubblicità ingannevole....
Miracoli vietati e miracoli riconosciuti
di SILVIA GUIDI
La diffida a non abusare della credulità popolare non è stata inviata - per conoscenza, in quanto Persona informata dei fatti - anche al Creatore, solo perché non è facile reperirne l'indirizzo; ma quando questo piccolo inconveniente burocratico sarà risolto anche Dio potrebbe trovarsi sul banco degli imputati (per abuso di potere, lesa maestà laica o una qualche altra accusa tratta dal fertile genere letterario della fantagiurisprudenza).
Non è la prima volta che succede, come la storia della salvezza ci ricorda, ma stavolta la vicenda ha accenti tragicomici: l'intervento imprevedibile della Grazia è stato giudicato incompatibile con le leggi del codice pubblicitario inglese. "In Gran Bretagna - spiega Gianfranco Amato, segnalando in Rete uno degli esiti più surreali della censura postmoderna - sulla tutela dei consumatori vigila l'Advertising Standards Authority (Asa): e recentemente ha proibito all'associazione cristiana Healing On The Streets (Hots) di dire pubblicamente che attraverso la preghiera è possibile guarire". A Bath, l'associazione Hots è composta da volontari che pregano per i malati, rendendo nota la propria attività su un sito web; secondo l'Autority si tratta di pubblicità ingannevole, "illegittima e irresponsabile", colpevole di "indurre false speranze". Nonostante le intimidazioni subite, Paul Skelton, il fondatore di Hots, ha deciso di ricorrere contro la decisione dell'Asa: altrimenti, di questo passo, "in futuro sarà ancora lecito affermare che i miracoli esistono?". Per ora nessun commento è arrivato dalla Catholic Association, che da più di cento anni organizza pellegrinaggi a Lourdes, ma è evidente che l'esistenza stessa della piccola città dei Pirenei, portando alle estreme conseguenze la logica dell'Asa, potrebbe rappresentare un vulnus insanabile nella tutela dei diritti del consumatore, e, come tale, essere presto dichiarata illegale; è un luogo in cui fatti inspiegabili continuano pervicacemente a succedere, in barba a qualsiasi normativa vigente.
Un luogo sovversivo, questo santuario mariano ottocentesco, che non accenna a passare di moda, e in cui tutto o quasi tutto, dalle realtà visibili a quelle invisibili, si può rovesciare da un momento all'altro nel suo opposto. A partire dalle tante guarigioni che il dottor Alessandro De Franciscis, presidente del locale Bureau des constatations médicales, preferisce definire "inspiegate" piuttosto che "inspiegabili" ("sarebbe un atto di presunzione da parte mia" dice a Stefano Lorenzetto in un'intervista pubblicata su "il Giornale" dello scorso 25 marzo).
Anche la carriera di De Franciscis, pediatra napoletano cinquantaseienne specializzato in epidemiologia ad Harvard, è stata ribaltata dall'incontro con la grotta di Massabielle. "Credo di essere il medico più buffo del pianeta - continua il dottore - la gente viene da me non perché sta male ma per dirmi che è guarita. Nel Bureau parliamo di medicina, non di fede o di filosofia. Ciascun medico anche se è ateo, può consultare la cartella clinica e dare un'opinione sul caso. E c'è la massima collegialità nelle decisioni. Agisco come il dottor House: ascolto le varie diagnosi e traggo le conclusioni".
Quali sono i criteri applicati dalla Chiesa per dichiarare un miracolo? "Gli stessi fissati dal cardinale Prospero Lambertini, eletto Papa nel 1740 col nome di Benedetto XIV, quello che concesse l'imprimatur alle opere di Galileo Galilei - risponde il medico - sette criteri di assoluto buon senso, fissati per mettere un freno agli abusi dei nobili, nel cui albero genealogico si rintracciava sempre qualche santo o beato per intervenuto miracolo. Primo: che la malattia abbia una prognosi grave. Secondo: che la diagnosi sia certa. Terzo: che la malattia sia organica. Quarto: che nessuna terapia possa spiegare la guarigione. Quinto: che la guarigione sia istantanea, inattesa e improvvisa. Sesto: che sia completa. Settimo: che sia durevole nel tempo". E la comunità scientifica internazionale accetta questi criteri? "Non c'è conflitto tra fede e scienza. Se io le dico che la signora Danila Castelli era affetta da feocromocitoma, questo è un fatto provato dai vetrini istologici e dalle cartelle cliniche degli istituti universitari dov'era stata ricoverata senza esito alcuno".
"Dal 1858 a oggi, in media un miracolo ogni 840 giorni..." sottolinea Lorenzetto. "Tutto vero, ma sarebbe un errore - gli risponde De Franciscis - soffocare nelle statistiche gli avvenimenti di Lourdes". Il suo "cuore" non sono le guarigioni; "il miracolo di Lourdes è Lourdes". Meglio dirlo adesso in modo esplicito, prima che scriverlo diventi fuorilegge.
Non è la prima volta che succede, come la storia della salvezza ci ricorda, ma stavolta la vicenda ha accenti tragicomici: l'intervento imprevedibile della Grazia è stato giudicato incompatibile con le leggi del codice pubblicitario inglese. "In Gran Bretagna - spiega Gianfranco Amato, segnalando in Rete uno degli esiti più surreali della censura postmoderna - sulla tutela dei consumatori vigila l'Advertising Standards Authority (Asa): e recentemente ha proibito all'associazione cristiana Healing On The Streets (Hots) di dire pubblicamente che attraverso la preghiera è possibile guarire". A Bath, l'associazione Hots è composta da volontari che pregano per i malati, rendendo nota la propria attività su un sito web; secondo l'Autority si tratta di pubblicità ingannevole, "illegittima e irresponsabile", colpevole di "indurre false speranze". Nonostante le intimidazioni subite, Paul Skelton, il fondatore di Hots, ha deciso di ricorrere contro la decisione dell'Asa: altrimenti, di questo passo, "in futuro sarà ancora lecito affermare che i miracoli esistono?". Per ora nessun commento è arrivato dalla Catholic Association, che da più di cento anni organizza pellegrinaggi a Lourdes, ma è evidente che l'esistenza stessa della piccola città dei Pirenei, portando alle estreme conseguenze la logica dell'Asa, potrebbe rappresentare un vulnus insanabile nella tutela dei diritti del consumatore, e, come tale, essere presto dichiarata illegale; è un luogo in cui fatti inspiegabili continuano pervicacemente a succedere, in barba a qualsiasi normativa vigente.
Un luogo sovversivo, questo santuario mariano ottocentesco, che non accenna a passare di moda, e in cui tutto o quasi tutto, dalle realtà visibili a quelle invisibili, si può rovesciare da un momento all'altro nel suo opposto. A partire dalle tante guarigioni che il dottor Alessandro De Franciscis, presidente del locale Bureau des constatations médicales, preferisce definire "inspiegate" piuttosto che "inspiegabili" ("sarebbe un atto di presunzione da parte mia" dice a Stefano Lorenzetto in un'intervista pubblicata su "il Giornale" dello scorso 25 marzo).
Anche la carriera di De Franciscis, pediatra napoletano cinquantaseienne specializzato in epidemiologia ad Harvard, è stata ribaltata dall'incontro con la grotta di Massabielle. "Credo di essere il medico più buffo del pianeta - continua il dottore - la gente viene da me non perché sta male ma per dirmi che è guarita. Nel Bureau parliamo di medicina, non di fede o di filosofia. Ciascun medico anche se è ateo, può consultare la cartella clinica e dare un'opinione sul caso. E c'è la massima collegialità nelle decisioni. Agisco come il dottor House: ascolto le varie diagnosi e traggo le conclusioni".
Quali sono i criteri applicati dalla Chiesa per dichiarare un miracolo? "Gli stessi fissati dal cardinale Prospero Lambertini, eletto Papa nel 1740 col nome di Benedetto XIV, quello che concesse l'imprimatur alle opere di Galileo Galilei - risponde il medico - sette criteri di assoluto buon senso, fissati per mettere un freno agli abusi dei nobili, nel cui albero genealogico si rintracciava sempre qualche santo o beato per intervenuto miracolo. Primo: che la malattia abbia una prognosi grave. Secondo: che la diagnosi sia certa. Terzo: che la malattia sia organica. Quarto: che nessuna terapia possa spiegare la guarigione. Quinto: che la guarigione sia istantanea, inattesa e improvvisa. Sesto: che sia completa. Settimo: che sia durevole nel tempo". E la comunità scientifica internazionale accetta questi criteri? "Non c'è conflitto tra fede e scienza. Se io le dico che la signora Danila Castelli era affetta da feocromocitoma, questo è un fatto provato dai vetrini istologici e dalle cartelle cliniche degli istituti universitari dov'era stata ricoverata senza esito alcuno".
"Dal 1858 a oggi, in media un miracolo ogni 840 giorni..." sottolinea Lorenzetto. "Tutto vero, ma sarebbe un errore - gli risponde De Franciscis - soffocare nelle statistiche gli avvenimenti di Lourdes". Il suo "cuore" non sono le guarigioni; "il miracolo di Lourdes è Lourdes". Meglio dirlo adesso in modo esplicito, prima che scriverlo diventi fuorilegge.
(©L'Osservatore Romano 31 marzo 2012)
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giovedì 29 marzo 2012
Salmo 105
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mercoledì 28 marzo 2012
IL TEMPO
La vita è il dovere che portiamo per realizzarlo in casa.
Quando si guarda, già sono le sei!
Quando per guardare, già è venerdì!
Quando si guarda, già è Natale...
Quando si guarda, già è passato l'anno...
Quando si guarda perdemmo l'amore della nostra vita.
Quando si guarda passarono 50 anni!
Ora è troppo tardi per riprovare...
Se mi fosse dato un giorno, un' altra opportunità, nemmeno lo guardavo l'orologio.
Sarei sempre andato avanti e avrei buttato sul cammino la buccia dorata e inutile delle ore...
Avrei tenuto stretto l'amore che mi sarebbe stato di fronte e avrei detto che lo amo...
E c'è ancora: non evitare di fare qualcosa che ti piace solo per mancanza di tempo.
Non evitare di avere persone al tuo lato per pura paura di essere felice.
L'unica mancanza che sentirai sarà di questo tempo che, infelicemente, non tornerà mai più.
Mario Quintana
Quando si guarda, già sono le sei!
Quando per guardare, già è venerdì!
Quando si guarda, già è Natale...
Quando si guarda, già è passato l'anno...
Quando si guarda perdemmo l'amore della nostra vita.
Quando si guarda passarono 50 anni!
Ora è troppo tardi per riprovare...
Se mi fosse dato un giorno, un' altra opportunità, nemmeno lo guardavo l'orologio.
Sarei sempre andato avanti e avrei buttato sul cammino la buccia dorata e inutile delle ore...
Avrei tenuto stretto l'amore che mi sarebbe stato di fronte e avrei detto che lo amo...
E c'è ancora: non evitare di fare qualcosa che ti piace solo per mancanza di tempo.
Non evitare di avere persone al tuo lato per pura paura di essere felice.
L'unica mancanza che sentirai sarà di questo tempo che, infelicemente, non tornerà mai più.
Mario Quintana
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Poesia
domenica 25 marzo 2012
Vincendo l'idolatria delle mani….
di Angelo Casati sacerdote della Chiesa di Milano.
La Bibbia lega alla festa l'immagine del riposo. I rabbini commentando l'opera di Dio nei sei giorni della creazione affermano che l'opera era incompiuta: mancava il sabato. Il sabato portò quel riposo di cui il mondo, creato da Dio, sentiva la mancanza. Nel racconto della Genesi Dio benedice il settimo giorno, la festa, e quando Dio benedice accade la fecondità. Mi chiedo se, cancellando la distinzione della festa perché tutti i giorni alla fin fine sono uguali, non si interrompa malauguratamente la fecondità dell'esistenza. La fecondità della festa sta nel generare il tempo della pace, dello shalom, della vita nella sua pienezza. Possiamo allora capire perché Gesù, curando gli infermi di sabato, onorasse il sabato nella sua anima segreta più profonda, quella di creare armonia.
Oggi assistiamo a un attentato devastante alla creazione, forse ne siamo diventati tutti più coscienti, ma non ci sfiora con altrettanta consapevolezza il pensiero che un attentato lo stia subendo anche l'ultima delle cose che Dio ha creato e benedetto, la festa come pienezza dei giorni. Riprendendo le parole del Qoelet potremmo forse dire : C'è un tempo per lavorare e un tempo per riposare". Tra le realtà da restituire alla limpidezza delle origini c'è anche la festa. Custodire nella vita il tempo del vero riposo, rompendo il ritmo vorticoso delle nostre giornate è come riconoscere nei fatti che, non noi, ma Dio è insostituibile e che non tutto sta nelle nostre mani. Noi ci fermiamo e il mondo continua ad esistere, perché è lui, Dio, a portare a compimento l'opera delle nostre mani. La festa ci consente di sfuggire all'idolatria delle nostre mani, custodire il tempo del riposo ci consente di non impoverire l'orizzonte della vita su quello della "produzione". Rincorrendola quasi fosse un assoluto, dimenticando che noi siamo molto di più di ciò che produciamo. Con il riposo onoriamo noi stessi e gli altri, strappando noi stessi e gli altri all'immagine, profondamente triste, di uomini e donne che se ne vanno piegati e ingrigiti, quasi fossero votati a un lavoro da schiavi.
Difendendo il tempo del riposo per noi e per gli altri diamo riconoscimento alla dignità nostra e di ogni essere umano. Tu non lavori come uno schiavo. Tu sei un essere libero.
Raramente ci è stato ricordato che tra i decreti del Concilio di Nicea (325 d.c.), il canone 20 faceva divieto di inginocchiarsi nelle celebrazioni domenicali. La motivazione era questa: tu sei un uomo libero e stai in piedi davanti a Dio con la tua libertà. Quasi a dire che l'Eucaristia è fonte di donne e uomini "alzati" e non "abbassati", fonte di vite libere, è un pane che ci dà la forza di sfuggire al rimpianto di una terra di schiavitù. Quando Mosè invita ad osservare le dieci parole, a proposito del non lavorare di sabato, il testo sorprendentemente specifica: «né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te» (Dt 5,14). E dunque tutti devono riposare, a partire da te, dai tuoi figli giù giù fino all'asino, al bue. Tu hai ricevuto libertà e tu oggi restituisci quella libertà dandola agli altri. È un gesto simbolo che attende di essere tradotto nella vita. Ricordando la tua liberazione, ricordi anche il tuo impegno di essere a tua volta appassionato della libertà degli altri. Ci impegniamo a far respirare gli altri, a dismettere il perverso costume di stare con il fiato sul collo degli altri. Come Dio ha fatto rivivere te, anche tu fa' respirare gli I altri. Vado d'istinto alle nostre case dove non così raramente le donne si ritrovano a tener dietro di domenica a tutto ciò che, lavorando, non fu loro possibile fare lungo la settimana, ma tu fa' riposare. D'istinto vado anche alla moltitudine degli stranieri che, nelle nostre case, costringiamo a lavorare sette giorni su sette per noi. Fa' riposare lo straniero, dice il Libro del Deuteronomio, da' libertà.
I segni diventano gratitudine
. Vorrei ancora aggiungere che la festa ci può regalare il tempo del ricordare. Succede che non si riesca più a cogliere i segni perché si corre in continuazione. Sostando si vince questa voracità delle cose. Indugi sulla vita e allora un volto, una pietra, un fiore, diventano segno, li riconosci, diventano riconoscenza, diventano gratitudine. Il correre ha l'effetto di generare una società che consuma e getta. Al contrario la memoria trattiene, accoglie e fa intravvedere dietro le cose i volti, qualcuno da ringraziare. Gesù nel memoriale della sua cena ce lo ricorda; lui vede oltre, si ferma e ringrazia: "Prese il pane, dopo aver reso grazie, lo spezzò". Che cosa hanno visto gli occhi di Gesù in quel pane? Qualcosa per cui rendere grazie! Anche noi la domenica a ringraziare per ciò che sta oltre, ritorniamo come l'unico dei dieci lebbrosi. Rendere grazie, una costante nella vita di Gesù, quasi un rito, non solo all'ultima sua cena, ma anche per esempio al banchetto per i cinquemila sull'erba nel deserto, là dove, prima di spezzare il pane, ancora una volta rese grazie. Il suo non era un mangiare da ciechi. Importante la festa, importante perché la nostra vita, privata della memoria, non diventi un mangiare da ciechi, da "non vedenti" il dono che abita le cose. La preghiera prima dei pasti nelle case: rito dei "vedenti".
La festa induce a ricordare, a riconoscere il dono che abita le cose, prezioso antidoto a contrastare e a vincere la civiltà, meglio diremmo "inciviltà", dei consumi, per la quale conta il prodotto che si consuma, mentre invece il dono ha qualcosa di inconsumabile. Tu un dono non lo butti via, perché dentro un dono c'è il volto di una persona che tu ami. Ma per cogliere il dono i tuoi occhi devono essere sanati dalla cecità. Bisognerebbe tornare ad incantarsi per le cose e questo potrebbe essere un dono della domenica, un tempo che ti è dato per riconoscere tante cose della tua vita che durante la settimana ti capita di non leggere in profondità, perché stai correndo e sfuggono. L'incantamento viene da un indugio, dalla capacità di sostare, di indugiare sulla soglia delle cose; la fretta è nemica, radicalmente nemica, di tutto questo. La fretta, che ci consuma, è strettamente parente della voracità del predatore. L'incantamento ha bisogno della lentezza, altra parola dimenticata.
Vedere il dono delle cose
A volte mi soffermo ad osservare il nostro mondo, di cui sono segno inquietante i nostri ragazzi: hanno tantissime cose eppure non se ne accorgono, li vedi sempre ingrugniti. Poi ti capita di andare, che so io, in un paese del terzo mondo e trovi i ragazzini, che hanno una sciocchezza, un nulla in mano per giocare, e hanno il volto splendente. La festa nasce dal vedere, il dono nelle cose. Ai tempi di Gesù tutti vedevano gli uccelli, ma lui si incantava perché vedeva il Padre che li nutriva. Tutti vedevano i gigli, ma lui si incantava perché vedeva la mano del Padre che li vestiva in un modo così luminoso, che Salomone se lo sogna un vestito come quello.
Il dono custodisce un volto. Il volto dell'altro. A ben vedere il vero dono non è la cosa ma l'altro. Dunque festa come giorno in cui gioire degli altri. Nasce festa dal tempo dedicato alle persone: c'è festa quando finalmente I possiamo indugiare con quelle persone per le quali non abbiamo mai tempo. Il vero dono sono le persone, vero dono la relazione. Non sempre ci chiediamo da dove venga il sorriso che dilaga negli occhi, quando apriamo un dono. Non viene forse dalla sorpresa e dalla gioia di essere stati pensati? In quel dono arde il volto di qualcuno I' che mi ha pensato. Non essere pensati è come morire, o vivere da morti:
"nessuno che ci pensi"! Le persone si sentono rinascere quando sentono che qualcuno le pensa. È festa quando ci sentiamo pensati, da Dio, dagli altri. Quando possiamo finalmente fermarci. A guardarci negli occhi, a raccontarci, ne è un simbolo la tavola di casa.
Nel vangelo si racconta di una festa organizzata a Betania per Lazzaro che era stato risuscitato. Marta è occupata come al solito a servire. I discepoli occupati a discutere di organizzazione della carità. La festa ferita, tradita. Maria di Betania l'unica ad accorgersi del suo amico, il Signore che va a morire. Solo lei ha occhi e ascolto, solo lei s'accorge del suo volto turbato solo lei a toccarlo, a profumarlo, l'unica a farlo. La sgridano perché lo fa: lo unge, lo profuma. Gli altri scandalizzati per quel profumo che le era costato un patrimonio. Festa è quando accade 1'eccesso dell' amore, il gesto smisurato. Non la routine, ma il brivido di qualcosa di diverso. Oggi tutto si è fatto uguale e quasi viene da rimpiangere la stagione in cui rimaneva qualcosa nell' aria del giorno di festa, qualcosa di nuovo, da vedere, da ascoltare, da vestire, da gustare, da odorare: che fosse il "vestito della festa" un po' più luminoso o il pranzo un po' più ricco?
Sono andato per sussulti e suggestioni che attendono l'immaginazione di ognuno per trovare incarnazione nell' oggi che viviamo nella nostra Chiesa e nelle nostre famiglie.
sabato 24 marzo 2012
CHI NON TOLLERA IL CROCIFISSO
LONDRA, 23. "Sorpresa e preoccupazione" sono state espresse in una nota dalla Chiesa ortodossa russa in merito a un caso di discriminazione che ha coinvolto una fedele della comunità in Gran Bretagna. Una parrocchiana della cattedrale dell'Assunzione a Londra, ha riferito l'arciprete della chiesa, Mikhail Dudko - il cui racconto è pubblicato dall'agenzia Interfax-religion - si è infatti dimessa dopo essersi rifiutata di osservare il divieto di indossare una croce durante l'orario di lavoro.
L'arciprete ha aggiunto che la posizione delle autorità governative britanniche che si oppone alla piena libertà di indossare le croci, è accolta a livello locale come "un vero e proprio divieto" e le persone con scarsa conoscenza della lingua e dei vari aspetti sociali della nazione "hanno virtualmente nessuna possibilità di difendere i propri diritti".
Nel Regno Unito sono diversi i casi di lavoratori cristiani che denunciano discriminazione di vario tipo. Si tratta di divieti posti da alcuni datori di lavoro ai propri dipendenti di indossare simboli religiosi, e fra questi il crocifisso. In particolare, due casi che riguardano una hostess e un'infermiera, Nadia Eweida e Shirley Chaplin, sono oggetto di ricorsi presso la Corte europea dei diritti dell'uomo, ma secondo alcune anticipazioni già pubblicate dai media, lo stesso Governo avrebbe espresso l'intenzione di difendere i datori di lavoro, legittimando così le loro disposizioni che vietano ai propri dipendenti di mostrare apertamente la loro appartenenza alla comunità cristiana mentre svolgono le loro mansioni.
La Chiesa ortodossa russa "ha espresso la propria sorpresa per la discriminazione dimostrata dalle autorità statali britanniche, che da un lato vietano di portare la croce battesimale al collo nei luoghi di lavoro, dall'altro mostrano grande tolleranza nei confronti di altri simboli religiosi e non religiosi".
Nella nota, a firma del presidente del Dipartimento sinodale per l'informazione del Patriarcato di Mosca, Vladimir Legoida, è anche aggiunto che "questa da parte delle autorità della Gran Bretagna è motivo di preoccupazione soprattutto in considerazione dell'esistenza, nelle società europee moderne, di tendenze contrarie volte alla liberalizzazione di ogni istinto umano".
Nella nota si sottolinea che le autorità paiono usare "due pesi e due misure" nei loro rapporti con le comunità religiose: per esempio, i sikh, compresi quelli di loro che lavorano nella polizia londinese, sono ufficialmente autorizzati a portare il turbante, uno dei simboli della loro appartenenza religiosa. "Perché invece - si chiede Legoida - gli antichi simboli dei cristiani dovrebbero essere pericolosi, chi possono offendere?".
Nel concludere, il presidente del Dipartimento sinodale per l'informazione osserva: "Se in una società civile la dimostrazione aperta, non aggressiva della propria appartenenza religiosa non è possibile, allora dobbiamo porci delle domande sulla natura di questa società. Ciò significa che tutte le chiacchiere sulla tolleranza e gli appelli a essa non sono che lettera morta, se non è possibile vivere e mantenere rapporti di buon vicinato senza perdere la propria identità".
L'arciprete ha aggiunto che la posizione delle autorità governative britanniche che si oppone alla piena libertà di indossare le croci, è accolta a livello locale come "un vero e proprio divieto" e le persone con scarsa conoscenza della lingua e dei vari aspetti sociali della nazione "hanno virtualmente nessuna possibilità di difendere i propri diritti".
Nel Regno Unito sono diversi i casi di lavoratori cristiani che denunciano discriminazione di vario tipo. Si tratta di divieti posti da alcuni datori di lavoro ai propri dipendenti di indossare simboli religiosi, e fra questi il crocifisso. In particolare, due casi che riguardano una hostess e un'infermiera, Nadia Eweida e Shirley Chaplin, sono oggetto di ricorsi presso la Corte europea dei diritti dell'uomo, ma secondo alcune anticipazioni già pubblicate dai media, lo stesso Governo avrebbe espresso l'intenzione di difendere i datori di lavoro, legittimando così le loro disposizioni che vietano ai propri dipendenti di mostrare apertamente la loro appartenenza alla comunità cristiana mentre svolgono le loro mansioni.
La Chiesa ortodossa russa "ha espresso la propria sorpresa per la discriminazione dimostrata dalle autorità statali britanniche, che da un lato vietano di portare la croce battesimale al collo nei luoghi di lavoro, dall'altro mostrano grande tolleranza nei confronti di altri simboli religiosi e non religiosi".
Nella nota, a firma del presidente del Dipartimento sinodale per l'informazione del Patriarcato di Mosca, Vladimir Legoida, è anche aggiunto che "questa da parte delle autorità della Gran Bretagna è motivo di preoccupazione soprattutto in considerazione dell'esistenza, nelle società europee moderne, di tendenze contrarie volte alla liberalizzazione di ogni istinto umano".
Nella nota si sottolinea che le autorità paiono usare "due pesi e due misure" nei loro rapporti con le comunità religiose: per esempio, i sikh, compresi quelli di loro che lavorano nella polizia londinese, sono ufficialmente autorizzati a portare il turbante, uno dei simboli della loro appartenenza religiosa. "Perché invece - si chiede Legoida - gli antichi simboli dei cristiani dovrebbero essere pericolosi, chi possono offendere?".
Nel concludere, il presidente del Dipartimento sinodale per l'informazione osserva: "Se in una società civile la dimostrazione aperta, non aggressiva della propria appartenenza religiosa non è possibile, allora dobbiamo porci delle domande sulla natura di questa società. Ciò significa che tutte le chiacchiere sulla tolleranza e gli appelli a essa non sono che lettera morta, se non è possibile vivere e mantenere rapporti di buon vicinato senza perdere la propria identità".
(©L'Osservatore Romano 24 marzo 2012)
lunedì 19 marzo 2012
IL RUOLO DEL PADRE
Scritto da Paolo PUGNI
IL TIMONE – N. 54 - ANNO VIII - Giugno 2006 - pag. 52 - 53
Ultimo aggiornamento Mercoledì 19 Agosto 2009 17:44
La paternità è un attributo divino che ogni padre deve cercare di riprodurre agendo in modo più possibile simile a quello di Dio Padre.
Ma oggi è in corso la demolizione di questo ruolo.
Ma oggi è in corso la demolizione di questo ruolo.
Un errore semplice da commettere, nell'esaminare le cose di quaggiù, è quello di prenderle a misura delle cose del cielo. È la nostra natura umana che ci induce in questa semplificazione: è immediato ricorrere a ciò che conosciamo per immaginare ciò che «nessun occhio vide". Così quando pensiamo a Dio Padre ce lo raffiguriamo come un buon padre di famiglia e cerchiamo di attribuirgli tutte le qualità, ancorché elevate all'ennesima potenza, che riscontriamo in persone di eccezionali valori. La verità è che l'ottica deve essere completamente ribaltata: Dio non è come un buon padre di famiglia, ma il genitore, per essere buono, deve prendere esempio da Dio Padre. San Paolo lo chiarisce con inconfutabile semplicità: «io piego le ginocchia davanti al Padre dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome" (Ef, 3,14-15).
La paternità è dunque attributo divino che ogni padre deve cercare di riprodurre agendo in modo più possibile simile a quello di Dio Padre. È da Lui che dobbiamo imparare il senso e la finalità del nostro essere padri quaggiù e apprendere anche come agire per il bene dei nostri figli.
La figura del padre oggi è oggetto di molte discussioni e di indubbi attacchi: non è questa la sede per parlare dei tentativi in atto per distruggere la famiglia e in particolare la paternità, ma ciò che ci interessa analizzare è come si stia cercando di demolire l'aspetto autorevole della figura paterna, come icona terrena della paternità di Dio. La deriva è, come spesso capita quando il diavolo ci mette la coda, apparentemente dolce e segno di progresso: che cosa c'è di più tenero di un padre che si prende cura dei propri pargoli cambiando pannolini, nutrendoli, assecondando
le loro passioni? Chi non si commuove davanti ad un padre, magari avanti negli anni, che porta i propri figli ai giardinetti per giocare con loro?
Chiariamo subito per evitare fraintendimenti: non c'è nulla di male in tutto questo, purché questo non rappresenti il tutto delle azioni e del ruolo del padre.
Gli specialisti parlano di una mammizzazione del padre: il padre "mammo" si specchia nella madre e ne riproduce i compiti, diventando per certi versi del tutto identico a lei. Se è più che doveroso e benemerito il fatto che il padre di oggi si faccia carico di incombenze essenziali nella vita dei figli, e che sia in grado di offrire alla moglie un supporto non solo affettivo ma anche fattivo, è però necessario affermare che questo non esaurisce il ruolo paterno.
La Lettera agli Ebrei suggerisce una immagine differente del Padre quando, a proposito del Figlio, dice: «nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,7-8). La figura paterna, che qui si intravede sullo sfondo, appare più come quella di un austero e inflessibile giudice che insegna al figlio l'obbedienza attraverso la sofferenza. In effetti sembra persino un errore la prima parte di questa frase: come sarebbe a dire che Gesù fu esaudito quando pregava «allontana da me questo calice» se ha comunque dovuto affrontare la croce?
Il buon padre non dà al figlio ciò che il figlio vuole, ma ciò di cui ha bisogno: in questo lo esaudisce, nell'aiutarlo a crescere, mediante l'obbedienza e la sofferenza.
Lo psicoterapeuta Franco Poterzio riassume il ruolo del padre con una lapidaria frase: «la madre ti dice che tutto il mondo sei tu, il padre che tu non sei tutto il mondo». Rinforza il concetto un altro studioso molto noto, Claudio Risé, che nel suo bellissimo saggio Il padre: l'assente inaccettabile precisa che il compito primario del padre è quello di infliggere la ferita, di risvegliare l'animo egocentrico del figlio, cullato dall'amore materno, per mostrargli la durezza della vita e il cammino da seguire.
Tutto questo si potrebbe riassumere nella parola autorità, termine, questo, che solo ultimamente sta riacquistando una certa buona fama, dopo anni nei quali appariva come una spregevole qualifica. Il Sessantotto, volendo colpire, non senza qualche ragione, un certo autoritarismo manieristico e violento, ha finito, come spesso capita a chi non possiede che una parte della verità, per trascinare nel fango e nel disprezzo il giusto mezzo, l'autorità appunto, che si contrappone sia all'autoritarismo sia al permissivismo. Mi sembra che tutte le virtù che riguardano l'uomo siano l'esatta applicazione di quella che io chiamo la bilancia di san Paolo: sempre nella Lettera agli Efesini Paolo suggerisce che dobbiamo perseguire la santità veritatem facientes in carite ovvero «vivendo secondo verità nella carità». Ora spesso capita che si finisca per privilegiare uno dei due aspetti: il permissivismo in un certo senso esalta la carità negando la verità, mentre l'autoritarismo fa il contrario. La virtù è l'unica strada per tenere in equilibrio i due piatti di questa bilancia: fare il bene dei figli secondo verità.
Dio Padre è al contempo Colui che esige obbedienza e che, come nella parabola del figliol prodigo, corre incontro al figlio pentito e mostra una delicatezza ed una sensibilità profondissime. Così il padre terreno deve essere in grado di esigere obbedienza, di guidare i figli verso il loro bene senza cedere ad una eccessiva tenerezza, e al contempo mostrare una delicatezza che si manifesta nell'attenzione per loro, nella capacità di comprendere che cosa effettivamente serva loro e di saperlo proporre nel modo più adeguato.
Il padre deve guidare con autorevolezza, che è il vero volto della sincera autorità. Essere autorevoli come lo è il Padre: è mai possibile? È la strada che Gesù ci invita a percorrere: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Più siamo santi, più siamo buoni padri per i nostri figli.
Solo proponendo un esempio che, per quanto imperfetto, rimanda a quello del Padre, saremo credibili quando proporremo ai nostri figli una strada che porta alla felicità e che è fatta soprattutto di doveri e di sacrifici: questo approccio, di riferirci cioè al Padre Celeste, è l'unico modo che ci permette di squadrare il nostro animo e capire veramente chi siamo, per poter prendere possesso di noi ed offrirci in un sacrifico di soave odore a Colui che ci darà il premio finale.
La paternità è dunque attributo divino che ogni padre deve cercare di riprodurre agendo in modo più possibile simile a quello di Dio Padre. È da Lui che dobbiamo imparare il senso e la finalità del nostro essere padri quaggiù e apprendere anche come agire per il bene dei nostri figli.
La figura del padre oggi è oggetto di molte discussioni e di indubbi attacchi: non è questa la sede per parlare dei tentativi in atto per distruggere la famiglia e in particolare la paternità, ma ciò che ci interessa analizzare è come si stia cercando di demolire l'aspetto autorevole della figura paterna, come icona terrena della paternità di Dio. La deriva è, come spesso capita quando il diavolo ci mette la coda, apparentemente dolce e segno di progresso: che cosa c'è di più tenero di un padre che si prende cura dei propri pargoli cambiando pannolini, nutrendoli, assecondando
le loro passioni? Chi non si commuove davanti ad un padre, magari avanti negli anni, che porta i propri figli ai giardinetti per giocare con loro?
Chiariamo subito per evitare fraintendimenti: non c'è nulla di male in tutto questo, purché questo non rappresenti il tutto delle azioni e del ruolo del padre.
Gli specialisti parlano di una mammizzazione del padre: il padre "mammo" si specchia nella madre e ne riproduce i compiti, diventando per certi versi del tutto identico a lei. Se è più che doveroso e benemerito il fatto che il padre di oggi si faccia carico di incombenze essenziali nella vita dei figli, e che sia in grado di offrire alla moglie un supporto non solo affettivo ma anche fattivo, è però necessario affermare che questo non esaurisce il ruolo paterno.
La Lettera agli Ebrei suggerisce una immagine differente del Padre quando, a proposito del Figlio, dice: «nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,7-8). La figura paterna, che qui si intravede sullo sfondo, appare più come quella di un austero e inflessibile giudice che insegna al figlio l'obbedienza attraverso la sofferenza. In effetti sembra persino un errore la prima parte di questa frase: come sarebbe a dire che Gesù fu esaudito quando pregava «allontana da me questo calice» se ha comunque dovuto affrontare la croce?
Il buon padre non dà al figlio ciò che il figlio vuole, ma ciò di cui ha bisogno: in questo lo esaudisce, nell'aiutarlo a crescere, mediante l'obbedienza e la sofferenza.
Lo psicoterapeuta Franco Poterzio riassume il ruolo del padre con una lapidaria frase: «la madre ti dice che tutto il mondo sei tu, il padre che tu non sei tutto il mondo». Rinforza il concetto un altro studioso molto noto, Claudio Risé, che nel suo bellissimo saggio Il padre: l'assente inaccettabile precisa che il compito primario del padre è quello di infliggere la ferita, di risvegliare l'animo egocentrico del figlio, cullato dall'amore materno, per mostrargli la durezza della vita e il cammino da seguire.
Tutto questo si potrebbe riassumere nella parola autorità, termine, questo, che solo ultimamente sta riacquistando una certa buona fama, dopo anni nei quali appariva come una spregevole qualifica. Il Sessantotto, volendo colpire, non senza qualche ragione, un certo autoritarismo manieristico e violento, ha finito, come spesso capita a chi non possiede che una parte della verità, per trascinare nel fango e nel disprezzo il giusto mezzo, l'autorità appunto, che si contrappone sia all'autoritarismo sia al permissivismo. Mi sembra che tutte le virtù che riguardano l'uomo siano l'esatta applicazione di quella che io chiamo la bilancia di san Paolo: sempre nella Lettera agli Efesini Paolo suggerisce che dobbiamo perseguire la santità veritatem facientes in carite ovvero «vivendo secondo verità nella carità». Ora spesso capita che si finisca per privilegiare uno dei due aspetti: il permissivismo in un certo senso esalta la carità negando la verità, mentre l'autoritarismo fa il contrario. La virtù è l'unica strada per tenere in equilibrio i due piatti di questa bilancia: fare il bene dei figli secondo verità.
Dio Padre è al contempo Colui che esige obbedienza e che, come nella parabola del figliol prodigo, corre incontro al figlio pentito e mostra una delicatezza ed una sensibilità profondissime. Così il padre terreno deve essere in grado di esigere obbedienza, di guidare i figli verso il loro bene senza cedere ad una eccessiva tenerezza, e al contempo mostrare una delicatezza che si manifesta nell'attenzione per loro, nella capacità di comprendere che cosa effettivamente serva loro e di saperlo proporre nel modo più adeguato.
Il padre deve guidare con autorevolezza, che è il vero volto della sincera autorità. Essere autorevoli come lo è il Padre: è mai possibile? È la strada che Gesù ci invita a percorrere: «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Più siamo santi, più siamo buoni padri per i nostri figli.
Solo proponendo un esempio che, per quanto imperfetto, rimanda a quello del Padre, saremo credibili quando proporremo ai nostri figli una strada che porta alla felicità e che è fatta soprattutto di doveri e di sacrifici: questo approccio, di riferirci cioè al Padre Celeste, è l'unico modo che ci permette di squadrare il nostro animo e capire veramente chi siamo, per poter prendere possesso di noi ed offrirci in un sacrifico di soave odore a Colui che ci darà il premio finale.
RICORDA
«"Se quello che i mortali desiderano potesse avverarsi, per prima cosa vorrei il ritorno del padre": è Telemaco, il figlio di Ulisse a parlare cosi, nell'Odissea. Egli è una delle prime figure che nelle grandi narrazioni dell'umanità testimonia dell'angoscia del figlio senza padre. Dopo di lui, ne vennero molti altri. Ed oggi sono legioni».
(Claudio Risé, Il Padre l'assente inaccettabile, San Paolo, 2003, p. 7).
(Claudio Risé, Il Padre l'assente inaccettabile, San Paolo, 2003, p. 7).
BIBLIOGRAFIA
Claudio Risé, Il Padre l'assente inaccettabile, San Paolo, 2003.
Luigi Zoja, Il gesto di Ettore, Bollati Boringhieri, 2000.
Jaques Arènes, C’è ancora un padre in casa?, Edizioni Scientifiche Magi, 2000.
Gustavo Pietropolli Charmet, Un nuovo padre, Oscar Mondatori, 1995.
Simona Argentieri, Il padre materno da san Giuseppe ai nuovi mammi, Meltemi, 1999.
Luigi Zoja, Il gesto di Ettore, Bollati Boringhieri, 2000.
Jaques Arènes, C’è ancora un padre in casa?, Edizioni Scientifiche Magi, 2000.
Gustavo Pietropolli Charmet, Un nuovo padre, Oscar Mondatori, 1995.
Simona Argentieri, Il padre materno da san Giuseppe ai nuovi mammi, Meltemi, 1999.
IL TIMONE – N. 54 - ANNO VIII - Giugno 2006 - pag. 52 - 53
Ultimo aggiornamento Mercoledì 19 Agosto 2009 17:44
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