martedì 4 marzo 2014

SAN FRANCESCO E LA QUARESIMA, IL CORAGGIO DELLA VERITA' , di Felice Accrocca.

Quaresima, tempo di verità. Per ben tre volte, il Mercoledì delle Ceneri, il Vangelo ci ammonisce: “non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti”; “non siate simili agli ipocriti”; “quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti” (Mt 6,2.5.16). Non si può vivere la Quaresima in modo ipocrita; non la si può ridurre all’astinenza dalle carni in giorno di venerdì e a qualche pratica devozionale in più, perché è un tempo che ci è dato per rientrare in noi stessi e aggredire le contraddizioni vere, quelle minano la vita di grazia.


È un approccio, questo, che i santi hanno saputo far proprio, perché sono stati capaci di andare alle radici, ai problemi veri, evitando un formalismo che lascia comunque il tempo che trova. Francesco, quando parlava ai frati e alla gente, sapeva andare dritto al cuore. Come quella volta che, implorato insistentemente da frate Elia, si recò a S. Damiano per predicare a Chiara e alle sue sorelle: «Quando furono riunite come di consueto per ascoltare la parola del Signore, ma anche per vedere il Padre, Francesco alzò gli occhi al cielo, dove sempre aveva il cuore e cominciò a pregare Cristo. Poi ordinò che gli fosse portata della cenere, ne fece un cerchio sul pavimento tutto attorno alla sua persona, e il resto se lo pose sul capo. Le religiose aspettavano e, al vedere il Padre immobile e in silenzio dentro al cerchio di cenere, sentivano l’animo invaso da grande stupore. Quando, a un tratto, il Santo si alzò e nella sorpresa generale in luogo del discorso recitò il salmo Miserere. E appena finito, se ne andò rapidamente fuori». Tommaso da Celano annota che tutte le sorelle scoppiarono pianto: «col fatto aveva insegnato loro a stimarsi cenere, e inoltre che il suo cuore non provava altro sentimento a loro riguardo che non fosse conforme a questo pensiero» (2Cel 207).

Anche se vi accenna quasi di sfuggita, l’agiografo non tace il fatto che le sorelle si fossero riunite «per ascoltare la parola del Signore, ma anche per vedere il Padre». Tale disposizione, che rivelava un atteggiamento di venerazione per la persona di Francesco, finiva comunque per diventare un inciampo: il mezzo (Francesco) rischiava di sostituire il messaggio (la Parola del Signore). Ed era questo che egli non poteva né voleva assolutamente tollerare. Per tale motivo si premurò di ricordare loro la sua realtà di peccatore. Predicò così con quel gesto, certo paradossale, ma capace di rivelarsi più efficace di un fiume di parole.

Ci sono rimasti poi frammenti dei discorsi che egli, negli ultimi anni di vita, teneva ai frati riuniti in capitolo. Ne stralcio alcuni frammenti, utili anche per noi. “Chiunque invidia il suo fratello per il bene che il Signore dice e fa in lui, commette peccato di bestemmia, poiché invidia lo stesso Altissimo, il quale dice e fa ogni bene” (Ammonizione VIII). “Il servo di Dio non può conoscere quanta pazienza e umiltà abbia in sé, finché gli si dà soddisfazione. Quando invece verrà il tempo in cui quelli che gli dovrebbero dare soddisfazione gli si mettono contro, quanta pazienza e umiltà ha in questo caso, tanta ne ha e non di più” (Ammonizione XIII). “Beato il servo, il quale non si ritiene migliore, quando viene magnificato ed esaltato dagli uomini, di quando è ritenuto vile, semplice e spregevole, poiché quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più” (Ammonizione XIX).

“Quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più”. Sì, perché l’uomo non vale per la posizione che è riuscito ad acquisire, per il conto bancario che è stato capace di mettere insieme, per l’abito che indossa o per l’auto che guida. Non è, in fondo, una nuova schiavitù – alla quale stiamo velocemente assoggettandoci – quella dell’immagine, per cui bisogna essere belli a tutti i costi, magri e in linea, vestiti in modo costoso e all’ultima moda, fino a deprimersi quando non si riesce a rientrare nei livelli standard, o a cadere vittime dell’anoressia nel tentativo di far rientrare il nostro corpo entro argini non suoi? Una schiavitù e un terribile inganno, del quale ci si accorge – spesso – quando è troppo tardi.

“Quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più”. Ci è richiesto il coraggio della verità, con noi stessi e con Dio. Il coraggio di guardarci dentro, senza bugie e senza finzioni, poiché sono ben altre cose che valgono davanti a Dio: “l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore” (1Sam 16, 7). Dobbiamo interiorizzare questo messaggio, perché Dio non ci chiede di trascinarci in un’altra Quaresima, ma di vivere una Quaresima altra! 

Felice Acrocca
Storico
 
http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/29001_QUARESIMA__IL_CORAGGIO_DELLA_VERITA_.php#.UxX4f4VYeXN

mercoledì 19 febbraio 2014

LA POVERTA' DI CRISTO E' LA PIU' GRANDE RICCHEZZA !



MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA QUARESIMA 2014

“ La povertà di Cristo è la più grande ricchezza “. Questa in sintesi il tema scelto dal Papa come messaggio di riflessione per il tempo di quaresima che sta per iniziare . Ancora una volta un messaggio caro alla spiritualità francescana, direi il suo apice, la sua essenza più profonda esplicitata nella scelta di Francesco di farsi povero in mezzo ai poveri per amore di Gesù.
«Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Papa Francesco prende spunto dalle parole di S. Paolo ai Corinti per evidenziare lo stile di Dio il quale “non si rivela con i mezzi della potenza e della ricchezza del mondo, ma con quelli della debolezza e della povertà “.
Gesù si è spogliato delle sue prerogative divine rivestendo la carne della nostra umanità non per amore della povertà in se stessa ma perché la necessità dell’amore è quella di “condividere in tutto la sorte dell’amato “. Compresa la miseria, la sofferenza e la morte. E’ questa la via che Dio ha scelto per consolarci, salvarci ed infine liberarci dalla nostra miseria. A cosa infatti ci avrebbe giovato un Dio solidale e misericordioso, ma incapace di tirarci fuori dalla palude dei nostri peccati, sporcandosi egli stesso di fango ? Non sarebbe stato questo piuttosto il Dio lontano dei  filosofi o compassionevole del Buddha, altresì incapace di salvarci?
“Che cos’è allora questa povertà con cui Gesù ci libera e ci rende ricchi? continua il pontefice...  è il suo farsi carne,!!!... Il poterlo toccare , udire, incontrare, nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri!!.”
La scelta della povertà da parte di Cristo ci suggerisce infatti che esiste una dimensione positiva della povertà, che peraltro risuona nel Vangelo, che proclama beati i poveri. E’ evidente che in questa dimensione della povertà c’è un aspetto di spoliazione e di rinuncia. Altra cosa è invece la miseria che un cristiano ha il dovere di combattere.
Cerchiamo quindi di sbarazzarci subito di una grande tentazione e di un enorme frainteso in cui sono caduti spesso tanti nostri fratelli nel confondere i reali motivi che spinsero S. Francesco a farsi povero. Come ben ha spiegato  Padre Raniero Cantalamessa , predicatore della casa pontificia, nella sua prima predica d’avvento dell’anno scorso, Francesco “ non ha scelto la povertà e tanto meno il pauperismo : ha scelto i poveri”.
“Il motivo profondo della sua conversione – ha soggiunto – non è di natura sociale, ma evangelica”. E del resto, Francesco “non andò di sua spontanea volontà dai lebbrosi”, ma vi fu condotto dal Signore. “Non ci si innamora di una virtù – ha avvertito padre Cantalamessa – fosse pure la povertà; ci si innamora di una persona”. Pertanto  “Francesco non sposò la povertà e neppure i poveri; sposò Cristo e fu per amor suo che sposò, per così dire 'in seconde nozze' Madonna povertà”.
Così sarà sempre nella santità cristiana. Alla base dell’amore per la povertà e per i poveri, o vi è l’amore per Cristo, oppure i poveri saranno in un modo o nell’altro strumentalizzati e la povertà diventerà facilmente un fatto polemico contro la Chiesa, o una ostentazione di maggiore perfezione rispetto ad altri nella Chiesa, come avvenne, purtroppo, anche tra alcuni dei seguaci del Poverello”.

Ma torniamo ora al nostro discorso. Il messaggio quaresimale che oggi presentiamo si diffonde appunto su una distinzione importante tra povertà e miseria. Il cristiano deve essere povero ma non misero. Misero è il mondo in cui viviamo . Il Santo Padre nel suo discorso enumera tre tipi di miseria: la miseria materiale, la miseria morale e la miseria spirituale. La prima 'tocca quanti vivono in una condizione non degna della persona umana… Di fronte a questa miseria la Chiesa offre il suo servizio, la sua diakonia, per andare incontro ai bisogni e guarire queste piaghe che deturpano il volto dell’umanità'. La miseria morale 'consiste nel diventare schiavi del vizio e del peccato'. Questa 'forma di miseria, che è anche causa di rovina economica, si collega sempre alla miseria spirituale, che ci colpisce quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo il suo amore'".
“Il Vangelo è allora il vero antidoto contro la miseria spirituale: il cristiano è chiamato a portare in ogni ambiente l’annuncio liberante che esiste il perdono del male commesso, che Dio è più grande del nostro peccato e ci ama gratuitamente, sempre, e che siamo fatti per la comunione e per la vita eterna. Il Signore ci invita ad essere annunciatori gioiosi di questo messaggio di misericordia e di speranza!”.

In questo tempo prezioso che Dio ci dona per la nostra conversione teniamo dunque fisso lo sguardo verso  Cristo povero e crocifisso e  ricordiamo le parole del Papa : “La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà. Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell’elemosina che non costa e che non duole.”

                                                                                                          Antonio Fasolo Ofs











IL BEATO FRANCESCO
LODA LA POVERTA'
1974 16.
. Perché lo stesso Re dei re e Signore dei signori, creatore del cielo e della terra, ha vagheggiato il tuo volto e la tua bellezza. Mentre il re posava alla sua mensa, ricco e glorioso nel suo regno, abbandonò la sua casa, lasciò la sua eredità: perché onore e ricchezze sono nella sua casa. E in tal modo, scendendo dalla sua sede regale, si degnò andare in cerca di te.

661 73.. ...Da parte mia ritengo dignità regale e insigne nobiltà seguire quel Signore, che pur essendo ricco si è fatto povero per noi ».

788 200.
Non poteva ripensare senza piangere in quanta penuria si era trovata in quel giorno la Vergine poverella.
Una volta, mentre era seduto a pranzo, un frate gli ricordò la povertà della beata Vergine e l'indigenza di Cristo suo Figlio. Subito si alzò da mensa, scoppiò in singhiozzi di dolore, e col volto bagnato di lacrime mangiò il resto del pane sulla nuda terra.
Per questo chiamava la povertà virtù regale, perché rifulse con tanto splendore nel Re e nella Regina. Infatti ai frati, che adunati a Capitolo gli avevano chiesto quale virtù rendesse una persona più amica a Cristo: « Sappiate--rispose, quasi aprendo il segreto del suo cuore--che la povertà è una via particolare di salvezza. Il suo frutto è molteplice, ma solo da pochi è ben conosciuto ».

1127 - 7.
 Difatti il Signore si compiace della povertà e soprattutto di quella che consiste nel farsi medicanti volontari per Cristo. E io, questa dignità regale che il Signore Gesù ha assunto per noi, facendosi povero per arricchirci della sua miseria e costituire eredi e re del regno dei cieli i veri poveri di spirito, non voglio scambiarla col feudo delle false ricchezze, a voi concesse per un momento”.

1611

Voglio invece considerare, secondo Dio, che questa è la più sublime nobiltà e regale dignità un gesto di onore verso colui che, pur essendo Signore di tutto, volle per amore nostro farsi servo di tutti; ed essendo ricco e glorioso nella sua maestà, venne povero e disprezzato nella nostra misera condizione.

L’ALBERO FRANCESCANO: ELEAZAR DE SABRAN - di Milvia Bollati

Tra i santi che compaiono nell’arazzo sistino con l’albero francescano, conservato nel Museo del tesoro della Basilica di san Francesco, figura sant’Eleazar de Sabran, un santo oggi non molto noto. Sant’Eleazar si presenta con una spada – era infatti cavaliere e nobile – e un rosario nella destra. Sono poche le notizie biografiche che lo riguardano. Rampollo della nobile famiglia de Sabran in Provenza, Eleazar (1286-1323) sposa nel 1300 Delfina di Signe (1284-1360). Un matrimonio fortemente voluto da Carlo II, ma che la giovane Delfina avversava, avendo fatto voto di castità. Fu solo grazie all’insistenza – e alle parole – di Guillaume de Martial, frate dell’ordine dei Minori, che Delfina accettò infine le nozze. Il voto di Delfina fu però accolto anche da Eleazar e i due novelli sposi vissero castamente come i due santi sposi Cecilia e Valeriano.

La famiglia Sabran, originaria della contea dell’Ansouis a sud-est di Avignone, prestava il proprio servizio presso la corte angioina come altre nobili famiglie provenzali. Dalla Provenza a Napoli: Eleazar è presso la corte di re Roberto e della regina Sancia di Maiorca, di cui conosciamo la vicinanza all’ala pauperistica dell’ordine nato con Francesco, i cosiddetti spirituali. Sancia aveva ricevuto la sua educazione proprio tra i francescani e fu legata sempre da profondo affetto all’ordine. A Napoli la regina si era fatta promotrice della fondazione di diversi monasteri, Santa Chiara, Santa Maria Maddalena – per citarne alcuni – e Santa Croce di Palazzo, mostrando una predilezione speciale per le clarisse delle quali vestirà l’abito alla morte di Roberto d’Angiò, assumendo il nome di suor Chiara di Santa Croce. Nel 1316 Eleazar e Delfina celebrano pubblicamente il loro voto di castità, tenuto fino ad allora segreto. La cerimonia ebbe luogo nel giorno della festa di santa Maria Maddalena.
Fu probabilmente in questa occasione, o poco dopo, che i due sposi aderirono al terz’ordine francescano. È proprio in questa sua veste di terziario che Eleazar compare nell’arazzo sistino in corrispondenza con sant’Elisabetta di Ungheria, patrona del terz’ordine. Quattro anni dopo la sua morte, nel 1323, François de Mayronnes si fa promotore dell’avvio del processo di canonizzazione e presenta a papa Giovanni XXII un libello per promuoverne la causa di santità che arriverà a conclusione con papa Urbano V nel 1369 che iscrive Eleazar nel catalogo dei santi. Dopo la morte di Eleazar, Delfina continua una vita austera, dedicandosi alla preghiera e al servizio dei poveri ed oltre al voto di castità, emette anche il voto di povertà, distribuendo ogni sua ricchezza agli indigenti. Farà ritorno in Provenza solo anni più tardi ed ad Apt muore il 26 novembre 1360. Tre anni dopo sarà avviato il processo di canonizzazione. I due sposi sono uniti nella chiesa cattedrale di Apt, in Provenza.


Milvia Bollati
Storica

FRANCESCO E GLI ALTRI - di Franco Cardini

Non s’insisterà mai abbastanza sul fatto che l’eccessiva e generalizzata simpatìa con la quale è accolta la figura di Francesco nel mondo odierno si basa su una serie di gravi, spesso divertenti e più spesso allarmanti equivoci. È a non dir altro ridicolo se non scandaloso che una lettura decristianizzata e immanentizzata dell’alter Christus possa aver avuto successo non solo tra ecologisti di vario genere ma addirittura negli ambienti teosofico- consumistici del new agee degli sprovveduti che prendono sul serio i libri di Paulo Coelho.

Di natura diversa, e molto più interessante, sono il successo e la fortuna di Francesco in ambienti seri e qualificati non-cattolici e addirittura non-cristiani. A quei livelli, certo, l’equivoco permane: non si può capire Francesco fraintendendo sulla sostanza e sulla natura del Cristo (non soltanto sul suo “modello” esistenziale); non si può interpretarlo prescindendo dal carattere concretamente storico della sua umiltà, della sua carità, della sua obbedienza, quindi dalla fedeltà profonda alla Chiesa romana.

È tuttavia importante approfondire la nostra conoscenza del “Francesco degli altri”. Ai cristiani “riformati” (i protestanti) interessa quello che essi interpretano come il suo sforzo di riallacciarsi direttamente al modello del Cristo povero e crocifisso, mettendo da parte la mediazione ecclesiale. Nella tradizione ortodossa, specie greca e russa, ha un grande rilievo la dimensione mistico-ascetica di Francesco quale espressione di “santa follìa” analoga a quella dei sàloi, dei “pazzi di Dio”. Gli ebrei valorizzano la devozione del Povero d’Assisi nei confronti del Nome di Dio al punto da chiedersi – ed è questione tutt’altro che arbitraria – se, e in che modo, egli potesse aver cognizione del culto ebraico per ha-Shem, il “Nome” divino appunto, e delle singole lettere che compongono il Tetragramma. I musulmani, fondandosi sull’episodio della visita di Francesco al sultano d’Egitto, insistono sulla sua apertura nei confronti dell’Islam e sull’analogia tra la sua spiritualità e quella che emerge per esempio dalla cultura delle scuole sufiche. Le varie scuole e tradizioni buddhiste valorizzano tutte, in modo diverso tra loro, quella che esse avvertono come la sua volontà – già presente nel modello paolino – di annullare la sua individualità per vivere col Cristo e nel Cristo, il che viene ovviamente posto in rapporto con la dottrina della progressiva “liberazione” dalla materia, con il Bodhi, il “Risveglio”, e pertanto la tensione verso il Nirvana. Ragioni analoghe presiedono all’interesse per Francesco delle molte, diverse componenti del complesso mondo induistico, che gli occidentali ritengono – con superficialità e leggerezza – un “politeismo idolatra” o un “panteismo” in quanto ignorano (o fraintendono, o sottovalutano) la profondità del concetto di Brahman come “Realtà suprema” e “Respiro dell’universo”. Ciò spiega l’attenzione nei confronti della spiritualità francescana da parte di celebri studiosi indù, ben noti anche da noi, come AnandaKoomaraswami. E spiega la profonda devozione per Francesco dimostrata da unodegli spiriti più alti dell’intera storia del genere umano, il Mahatma Gandhi.

Questa simpatia, quest’attenzione, riposano senza dubbio su distorsioni ed equivoci molto gravi: Francesco è obiettivamente lontano da quel che immaginano e propongono protestanti e ortodossi, musulmani e induisti. Nondimeno, la natura stessa di quei fraintendimenti dimostra come la figura e la testimonianza del Povero d’Assisi possano in effetti costituire un formidabile strumento di confronto e dunque di “dialogo” fra culture e tradizioni diverse. Diverse, ma non estranee: in quanto appartenenti tutte ai differenti linguaggi secondo i quali Dio (pur riservando alla famiglia abramitica il privilegio della Rivelazione diretta) ha parlato al genere umano fino dall’alba dei tempi che lo ha visto comparire sulla terra.

Franco Cardini
Professore ordinario di storia medievale presso l'Università di Firenze

venerdì 24 gennaio 2014

IL DONO DEL SALUTO di Niklaus Kuster

Dal saluto biblico di san Francesco al popolare augurio della famiglia francescana


di Niklaus Kuster
frate cappuccino svizzero, docente di Storia e spiritualità francescana

I francescani si salutano dicendo «Pace e bene». Negli Scritti di san Francesco non si trova «Pax et bonum». Nemmeno i biografi e i compagni del Poverello pongono mai sulle sue labbra questo augurio. Le Fonti Francescane riportano tale saluto un’unica volta, quale invocazione che Francesco sente ad Assisi, ma che non fa propria (FF 1428). Orientato radicalmente verso la bibbia, Francesco apre lettere e prediche con altri saluti di benedizione.

Kuster 02 (Ivano Puccetti)Formule di saluto di san Francesco 
Negli Scritti del santo troviamo 13 volte pax e 51 volte bonum, senza però che i due termini siano legati tra loro. Nella Lettera a un Ministro e nella Benedizione a frate Leone è impiegata la benedizione di Aronne: «Dominus det tibi pacem!». Nella breve Ammonizione 15 si parla della pace, è però l’amor Domini il vero operatore di pace. Nelle sue lettere Francesco usa alcune varianti dell’augurio di pace sostituendolo con l’annuncio di salvezza (salus). Nella breve Lettera a frate Leone augura con spirito materno al compagno «salute e pace». Nella seconda Lettera ai Custodi completa: «salute et santa pace nel Signore». Nella prima Lettera ai Custodi limita l’augurio alla salvezza. Nella Lettera ai Reggitori dei popoli estende a tutte le persone umane l’augurio «salute e pace a tutti». Nella seconda Lettera ai credenti augura «pace e carità», mentre nella Lettera ad Antonio semplicemente «salute», come nella Lettera a tutto l’Ordine. Alla sua amica Jacopa Francesco augura «salute nel Signore e comunione nello Spirito Santo».
Nella Regola non bollata 14,2 (FF 40), Francesco affida ai frati il saluto che Gesù aveva indicato ai suoi discepoli: «pace a questa casa». Simile prassi è confermata dal più antico affresco di Francesco al Sacro Speco di Subiaco: esso mostra Francesco quale nuovo discepolo di Gesù povero e scalzo che attraversa una porta con il saluto di «pace a questa casa», mentre la pergamena del saluto ne indica in Lc 10,5 l’origine. Nel Testamento Francesco formula al singolare il saluto di pace a un nucleo familiare: «Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: il Signore ti dia pace! (2Test 23: FF 121)». È il saluto che Gesù affida ai suoi discepoli quando li invia in Galilea (Mt 10,12) e quello del Risorto stesso nel corso delle sue apparizioni pasquali (Lc 24,36; Gv 20,19.21.26).

Shalom e Tob nella Bibbia 
L’esegeta spagnolo Antonio González Lamadrid mostra quanto «pax et bonum» sia profondamente radicato nella tradizione biblica. Nell’Antico Testamento appaiono «pace e bene» (shalôm - tôb) in parallelo. Parecchie testimonianze testuali si riferiscono con ciò a prosperità e pienezza di vita nella sicurezza e nell’armonia (Gen 26,29; Est 10,3; Lam 3,17; Ger 8,15; 14,19; 33,9; Is 52,7). Salmi e Profeti esortano i credenti a legare sul piano etico opere buone e augurio di pace. È l’esempio di Sal 34,15: «Sta’ lontano dal male e fa’ il bene [tôb]; cerca la pace [shalôm] e perseguila!».
Perché mai Francesco non ha fatto proprio l’augurio «pax et bonum», lui che ascoltava simili passaggi biblici e pregava i Salmi? Perché il Poverello impiega volentieri i due concetti pace e bene in senso biblico, senza tuttavia metterli mai insieme in un saluto allora diffuso ad Assisi?

Origine di «pax et bonum» 
L’unica testimonianza relativa a questa formula di saluto nelle Fonti Francescane riferisce di una pratica prefrancescana: l’espressione è attribuita a un predecessore locale di Francesco e rimane fuori dell’ambito francescano, in quanto né il Poverello né il Francescanesimo l’utilizzano nel Medioevo. I tre compagni riferiscono di un contemporaneo di Francesco che attorno all’anno 1200 invocava la pace nella città d’Assisi dilaniata dai conflitti con la formula: «pax et bonum, pax et bonum» (3Comp 26: FF 1428). Questo strillone scompare prima dell’operare di Francesco e dall’ottica dei Compagni e non diventa nemmeno frate minore. I tre compagni vedono per contro in Francesco la continuità dell’agire dei grandi profeti. Il saluto dell’annunciatore di buone nuove in Isaia - il cui messaggio ebraico unisce shalôm e tob (Is 52,7) - è tradotto due volte con il dittico genuinamente francescano pax e salus. Esso corrisponde di fatto sul piano linguistico e contenutistico alle formule di saluto utilizzate da Francesco nei suoi scritti.


Francesco augura salus invece che bonum
Il Poverello augura ai suoi compagni e a tutti gli uomini «salus et pax» oppure «pax et caritas». Salute (o salvezza) e amore prendono il posto di bonum. Come può essere spiegata la differenziazione dal saluto di pace dell’anonimo precursore?
Ci forniscono una risposta le preghiere del santo: Dio è «ogni bene, il sommo bene», è l’origine di ogni bene (LodAl 3: FF 261). È compito dell’essere umano di rallegrarsi del bene che Dio opera in lui e negli altri (Pater 2: FF 267; Am 7-8: FF 156-157) e di “riconsegnare” con gratitudine il bene ricevuto (Lora 11: FF 265 ). Nella Regola non bollata, Francesco vede, quale unico auspicio per i frati, che il vero Dio li colmi di gioia: poiché Dio solo è buono, «il bene pieno, ogni bene, tutto il bene, vero e sommo bene» (Rnb 23,9: FF 70), l’essere umano deve ascrivere a Dio ogni bene e restituirglielo nella lode (Rnb 17,17-18: FF 49).
Per Francesco è fuori discussione che è Dio a donare agli uomini il bene. Colui che si appropria «e si esalta per i beni che il Signore dice e opera in lui» è ladro e colpevole (Am 2,3-4: FF 147). Nella Raccolta di testi di Perugia si ricorda un medico che si prese cura di Francesco nelle sue due ultime settimane di vita: Giovanni di Arezzo, «Bonus Iohannes de civitate Aretii». I compagni sanno che Francesco chiamava il medico solo «frater Janni»: «il beato Francesco non voleva chiamare nessuno con il suo nome, che si chiamasse “bonus” per timore davanti al Signore, il quale disse: Nessuno è buono all’infuori di Dio» (CAss 100: FF 1638).
Anche il bene che Francesco vede accadere nella sua esistenza e nella vita delle altre persone è attribuito a Dio. Nessuno può ascrivere a se stesso questo bene, bensì deve “riconsegnarlo” a Dio. Si spiega in tal modo il fatto che il santo non vuole attribuire a nessuna persona umana il termine bonum, mentre per contro deve salvaguardare in ogni situazione la pace che proviene dal Cielo.
Il moderno saluto «pace e bene»
Il passaggio dalla Leggenda dei tre Compagni all’uso francescano del saluto di «pax et bonum» è testimoniato per la prima volta nei conventi francescani del XV secolo ed è diventato un saluto popolare in tutta Italia grazie al noto predicatore radiofonico e televisivo fra Mariano da Torino (1906-1972). Il cappuccino torinese ha aperto sin dagli anni Cinquanta le sue amate trasmissioni con il saluto «Pace e bene a tutti». L’augurio divenne assai conosciuto tramite le preghiere per la pace di Assisi (1986, 2002, 2011) anche al di fuori dei circoli cristiani e in altre religioni.
Tratto da " Messaggero Cappuccino - gennaio 2014 "
http://www.messaggerocappuccino.it/index.php/e-sandali/500-2013mc10-san-1

domenica 19 gennaio 2014

IN MEMORIAM : Padre Antonio Giacomello, frate minore.

Vieni servo buono e fedele !

Un frate piccolo e magrolino con una manciata di caramelle in mano ci diede il benvenuto il primo giorno della nostra formazione da aspiranti terziari. Erano i primi anni novanta ed insieme a Lidia mia moglie, avevamo cominciato a frequentare la Fraternità di Via Merulana attratti dalla spiritualità di S. Francesco.
Rideva con gusto il frate e ci scrutava con tenerezza attraverso i suoi grandi occhiali  da miope, infilato in un saio dalle maniche forse troppo larghe ma nelle quali sapeva nascondere e tirare fuori  di tutto. 
“Una coppia di coniugi ?“ chiese, e alla risposta affermativa, subito gli occhi gli brillarono ed io capìì che ci aveva atteso da tempo. Da allora ci volle sempre bene e non ebbe mai pudore di nasconderlo.
In verità frate Antonio Giacomello amò moltissimo tutta la fraternità dell’Ofs della nostra Basilica, alla quale si dedicò con cura e passione nel suo compito altissimo e ben compreso di assistente spirituale. Sempre presente alle riunioni, attento alle necessità di tutti, punto di riferimento per quanti erano nella difficoltà e nel dolore, consigliere saggio, amico prudente, fratello e sacerdote carissimo. Incoraggiava tutti , severo all’occorrenza senza timore di risparmiarsi quando c’era di mezzo la cura delle anime. 
Ciò che amava davvero di più era la nostra realtà secolare.”Se l’Ofs vuole riformarsi e tornare alle origini, deve guardare all’esempio luminoso delle prime coppie di coniugi che entrarono nell’Ordine , come i beati Lucchese e Bonadonna”. Fu questa la sua suggestione che mi spinse ad approfondire la storia dell’Ordine. Amava la compagnia dei santi. Lo vidi l’ultima volta stanco ed affaticato nel suo confessionale in San Giovanni in Laterano, circondato da tantissimi santini che aveva letteralmente appiccicato sulle pareti di legno della sua “postazione“. 
Lo sentii di nuovo per telefono, ai primi di dicembre quando già aveva dovuto lasciare il suo ministero di penitenziere e si trovava nell’infermeria provinciale del convento di Grottammare nelle Marche.
Sono certo che quando il Signore gli ha aperto le porte del Paradiso lo ha preso sotto braccio e gli ha detto : “ vieni servo buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuo padrone.”
Beato te Frate Antonio !!! Prega ora per noi  che combattiamo ancora nell’arena di questa vita.  
 
                                                                                         Antonio Fasolo Ofs
                                                                                            

martedì 14 gennaio 2014

IL VANGELO DELLA FRATERNITA’. Fondamento e via per la pace.



Nel corso del primo angelus dell’anno 2014 il Santo Padre Francesco si è soffermato a lungo su questo tema, scelto per la celebrazione della 47^ Giornata Mondiale della Pace. “Alla base c’è la convinzione che siamo tutti figli dell’unico Padre celeste, facciamo parte della stessa famiglia umana e condividiamo un comune destino. Da qui deriva per ciascuno la responsabilità di operare affinché il mondo diventi una comunità di fratelli che si rispettano, si accettano nelle loro diversità e si prendono cura gli uni degli altri.” E occorre subito ricordare che la fraternità si comincia ad imparare solitamente in seno alla famiglia, soprattutto grazie ai ruoli responsabili e complementari di tutti i suoi membri, in particolare del padre e della madre. La famiglia è la sorgente di ogni fraternità, e perciò è anche il fondamento e la via primaria della pace, poiché, per vocazione, dovrebbe contagiare il mondo con il suo amore. Un padre e una madre godono e sanno di essere stati capiti dai figli non quando essi dicono «Ti voglio bene, papà», ma quando vedono che i figli si vogliono bene da veri fratelli. Così è per il Padre Celeste. 


La globalizzazione, tuttavia, continua il Santo Padre,se da una parte rivela la spinta interiore dei popoli che tendono verso la realizzazione di un’unica comunità umana, a causa del peccato che avvelena i cuori, non riesce a trasformarsi spontaneamente  in una società davvero più giusta e solidale, ovvero in una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri. Guerre , violenze, vendette, prepotenza, corruzione, sono i nemici che quotidianamente attentano alla realizzazione di questo progetto di pace. Cosi la facilità di comunicare in maniera così immediata e veloce e di spostarci rapidamente  da un punto all’altro del globo, paradossalmente, come ha affermato Benedetto XVI, ci fa sentire vicini, ma non ci rende fratelli .
Esemplare è il racconto biblico della vicenda di Caino ed Abele. Esso insegna che l’umanità porta inscritta in sé una vocazione alla fraternità, ma anche la possibilità drammatica del suo tradimento. Lo testimonia l’egoismo quotidiano, che è alla base di tante guerre e tante ingiustizie: molti uomini e donne muoiono infatti per mano di fratelli e di sorelle che non sanno riconoscersi tali, cioè come esseri fatti per la reciprocità, per la comunione e per il dono. Ci si può chiedere allora : l’uomo può costruire un mondo migliore e pacifico appoggiandosi sulle sue sole forze?  Evidentemente no. Per questo Dio si è fatto uomo, e lo abbiamo celebrato da poco nel Natale, e la missione di Cristo è consistita, essenzialmente, in tre cose:
* nel rivelare che Dio è Padre e che noi siamo tutti fratelli
* nel redimere mediante la croce, cioè salvare, riportare alla dignità di figlio, l’uomo che si era perduto;
* nel riconsegnare tutte le cose e nel restituire l’uomo a Dio.
In particolare, la fraternità umana è rigenerata in e da Gesù Cristo con la sua morte e risurrezione. La Croce è il “luogo” definitivo di fondazione della fraternità, che gli uomini non sono in grado di generare da soli. La risurrezione ci costituisce come umanità nuova, in piena comunione con la volontà di Dio, con il suo progetto, che comprende la piena realizzazione della vocazione alla fraternità.
Nondimeno, come diceva Paolo VI, non soltanto le persone, ma anche le Nazioni debbono incontrarsi in uno spirito di fraternità . Questo dovere riguarda in primo luogo i più favoriti. I loro obblighi sono radicati nella fraternità umana e soprannaturale e si presentano sotto un triplice aspetto: il dovere di solidarietà, che esige che le Nazioni ricche aiutino quelle meno progredite; il dovere di giustizia sociale, che richiede il ricomponimento in termini più corretti delle relazioni difettose tra popoli forti e popoli deboli; il dovere di carità universale, che implica la promozione di un mondo più umano per tutti, un mondo nel quale tutti abbiano qualcosa da dare e da ricevere, senza che il progresso degli uni costituisca un ostacolo allo sviluppo degli altri (. Populorum progressio - 26 marzo 1967  ) . Ciò implica evidentemente la sostituzione della dinamiche di sfruttamento e di potere con quelle di amore e di servizio.
La mancanza di fraternità tra i popoli e gli uomini, aggiunge il Pontefice, è una causa importante della povertà, sia quella relazionale ,dovuta cioè alla carenza di solide relazioni familiari e comunitarie, sia in senso stretto della povertà intesa come carenza di beni.
Essa non può che essere guarita dalla fraternità che ci suggerisce di soccorrere i poveri e di condividere i beni, come insegna la perenne ed immutata dottrina sociale della Chiesa.
Altra  grave e profonda ferita inferta alla fraternità è  l’esperienza dilaniante della guerra, sia quella su vasta scala, sia quella che si esprime in micro conflitti territoriali, o in forme più subdole ma non meno devastanti come la corruzione e il crimine organizzato .Solo il dialogo, il perdono e la riconciliazione possono ricostruire la giustizia, la fiducia e la speranza nel cuore degli uomini e delle nazioni. Non bastano gli accordi internazionali, i vertici tra capi di stato, gli sforzi diplomatici nè le cosiddette “ road map “, se nel cuore dell’uomo manca la conversione. Essa soltanto può mettere fine a tale sfacelo e far trionfare la fraternità.
Anche la cosiddetta crisi economica non potrà mai essere risolta se non andando alle sue radici che sono essenzialmente antropologiche e trovano la loro origine nel progressivo allontanamento dell’uomo da Dio e dal prossimo, laddove il feticismo del denaro e la dittatura di un tecnicismo ed di un’ economia senza volto hanno ridotto l’essere umano ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo. In tal senso, occorre richiamare a tutti quella necessaria destinazione universale dei beni che è uno dei principi-cardine della dottrina sociale della Chiesa. Parafrasando S.Paolo potremmo chiederci : “ Chi ci libererà da questa realtà che conduce alla morte ? “
Risponde il Papa : ci libererà  Cristo, che è venuto nel mondo per portarci la grazia divina, cioè la possibilità di partecipare alla sua vita. Ciò comporta costruire una relazionalità fraterna, improntata alla reciprocità, al perdono, al dono totale di sé, secondo l’ampiezza e la profondità dell’amore di Dio, offerto all’umanità da Colui che, crocifisso e risorto, attira tutti a sé: «Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,34-35). È questa la buona novella che richiede ad ognuno un passo in più, un esercizio perenne di empatia, di ascolto della sofferenza e della speranza dell’altro, anche del più lontano da me, incamminandosi sulla strada esigente di quell’amore che sa donarsi e spendersi con gratuità per il bene di ogni fratello e sorella. Ogni attività deve essere, allora, contrassegnata da un atteggiamento di servizio alle persone, specialmente quelle più lontane e sconosciute. Il servizio è l’anima di quella fraternità che edifica la pace.
Non possiamo non fare un’ ultima osservazione. Il tema scelto dal Papa per questa  giornata mondiale della pace, i concetti espressi, le considerazioni fatte, i punti toccati e le soluzioni proposte, ci sono molto familiari. Fanno infatti parte del patrimonio e dell’’eredità spirituale del carisma del Santo di Assisi e tradiscono l’approccio decisamente francescano al problema ed alle sue soluzioni. Non possiamo che rallegrarci di questo grande dono di Dio che per noi è Papa Francesco , senz’altro, oserei dire .  il più francescano dei pontefici che si sono succeduti sulla cattedra di Pietro negli ultimi anni.

                                                                                  Antonio Fasolo Ofs




Dalla regola e Costituzioni delll’Ofs
Reg. Ofs 13: Come il Padre vede in ogni uomo i lineamenti del suo Figlio, Primogenito di una moltitudine di fratelli, i francescani secolari accolgano tutti gli uomini con animo umile e cortese, come dono del Signore e immagine di Cristo. Il senso di fraternità li renderà lieti di mettersi alla pari di tutti gli uomini, specialmente dei più piccoli, per i quali si sforzeranno di creare condizioni di vita degne di creature redente da Cristo

Cost. 18.2-3: Devono approfondire i veri fondamenti della fraternità universale e creare ovunque spirito di accoglienza e atmosfera di fratellanza. Si impegnino con fermezza contro ogni forma di sfruttamento, di discriminazione e di emarginazione e contro ogni atteggiamento di indifferenza verso gli altri. Collaborino con i movimenti che promuovono la fratellanza tra i popoli: si impegnino a «creare condizioni di vita degne» per tutti e ad operare per la libertà di ogni popolo.