lunedì 2 giugno 2014

SULLE TRACCE DI SANTA ROSA - DIARIO DI VIAGGIO IN SPAGNA - recensione di Ricardo Lucio Perriello


Ricardo Lucio Perriello ha recensito il libro di Alessandro Finzi e Pedro Gonzales Redondo,Sulle tracce di santa Rosa. Diario di viaggio in Spagna, del Centro Studi Santa Rosa da Viterbo, Viterbo 2014, pp. 125. ISBN 978-88-907643-2-5.



Il Libro scritto da Alessandro Finzi e Pedro Gonzalez Redondo Sulle tracce di Santa Rosa. Diario di viaggio in Spagna, pubblicato dal Centro Studi Santa Rosa da Viterbo grazie al contributo della Fondazione CARIVIT, ci offre degli spunti di riflessione assai interessanti per lo studio della grande Santa viterbese e del suo culto.  

E’ un libro che nasce dalla narrazione dei due viaggi compiuti in Spagna dai due studiosi del Centro Studi Santa Rosa da Viterbo nel 2012 e nel 2013.
La loro opzione fondamentale è sottolineare la grandezza della Santa e la risonanza internazionale del suo culto e del suo straordinario messaggio. E’ un obiettivo che i due studiosi in questo libro, il quale segue un precedente ed accurato libro su una vita quattrocentesca di Santa Rosa in volgare tedesco ed anticipa un prossimo libro sulle tracce di Santa Rosa nell’America latina, raggiungono perfettamente.
Il testo è avvincente, discorsivo, dinamico e si divide in due parti, ognuna divisa in nove puntate, che scandiscono gli “avvenimenti” e le tappe compiute nei due viaggi: il primo dal 22 al 29 maggio 2012, il secondo dal 31 maggio al 4 giugno 2013.
La ricerca delle straordinarie tracce del culto della Santa in Spagna, che ha visto i due autori protagonisti, riesce a esprimersi nel corso dell’opera in modo tale da renderci compartecipi di questa esperienza spirituale e di studio, trasformandoci in veri e propri compagni di viaggio extra Viterbum. La dimensione internazionale, infatti, del culto della Santa è uno dei grandi obiettivi del Centro Studi Santa Rosa da Viterbo.
Quello che trapela sin dalle prime pagine del libro e che si allea sempre alla elevatissima competenza scientifica dei due autori, è la loro appassionata e appassionante devozione nei confronti della Santa.
Il viaggio inizia con la scoperta, che sembra voluta dall’alto da santa Rosa medesima, in occasione di un convegno imminente a Barbastro, città a Nord della Spagna, di una edizione integrale, su internet, in lingua spagnola di un testo del sacerdote spagnolo Alonso de Guzman, stampato a Madrid nel 1671, di cui si avevano due precedenti edizioni del 1615 e del 1665 stampate a Viterbo dall’editore “Diotallevi”.  La cosa straordinaria, però, era che in una delle pagine bianche interne alla copertina c’era scritto a mano : “E’ delle cappuccine di Barbastro”.
Il viaggio dunque si apre con questa straordinaria scoperta, dopo la quale i due viaggiatori-autori partono per Madrid.  La prima tappa è l’importante quadro seicentesco di Murillo che raffigura santa Rosa inginocchiata accanto alla Madonna, che si trova al Museo Thyssen-Bornemiza. Nel 1982 ci fu un errore  per cui la santa raffigurata venne identificata con santa Rosalia, ma il Centro Studi Santa Rosa da Viterbo individuò l’errore nel 2010 e finalmente l’errore è stato corretto, giacché nel cartellino sotto l’opera vi è ora indicato il nome di santa Rosa.


Tappa successiva è a Barbastro, luogo del convegno e del monastero delle suore Cappuccine proprietarie della vita di santa Rosa di Alonso de Guzman.  Ma questa vita non c’è in monastero! E’ su internet, ma nel monastero è assente! Evento stranissimo, che però ha una spiegazione: probabilmente, secondo la testimonianza delle suore sulla tremenda guerra civile spagnola del 1936, il testo del Guzman fu trafugato quando il monastero fu occupato dai governativi, che vi ammassarono circa un migliaio di prigionieri politici.
Il viaggio prosegue per Guadalajara e poi per Alcalà de Henares, costellato di tentativi di scoprire le tracce del culto di santa Rosa, nella ricerca di statue della Santa, nel riconoscimento di essa nell’iconografia tramite i segni caratteristici come le rose, il cordone e la croce portata in mano.
Notevolissime le riflessioni sul presente della Spagna, sul suo ammodernarsi pur conservando la sua cultura secolare e le sue tradizioni, sull’importanza del paesaggio e della cura dei beni culturali inestimabili, sulla gravità dell’odierna crisi economica. Un viaggio in una terra meravigliosa, compiuto sul finire della splendida primavera mediterranea, mosso da ragioni scientifiche e nutrito da un intenso e vivace sentire spirituale, teso tra la riscoperta del passato e l’incessante incombenza e imprevedibilità del presente e del quotidiano. Un viaggio che segue un programma di scoperta e di documentazione, di verifica dell’ipotesi, e che si apre ad ulteriori viaggi, comunicandoci una “spiritualità dell’itinere”, che probabilmente costituisce una delle più alte forme di sentimento religioso, alternando la concretezza del cammino umano sulla terra e il rimando alla trascendenza. Trascendenza e quotidianità, paesaggio ed anelito ultraterreno si combinano nell’evento del viaggio, quale scoperta di orizzonti sempre nuovi che rinviano ad altri orizzonti in una dinamica tra identità e differenza, tra alterità e tipicità, che caratterizzano dialetticamente quel mistero che è l’essere umano.
L’identità della santa viterbese, così, si arricchisce nella “differenziazione” tramite l’ espansione del suo culto, che abbraccia differenti culture, perpetuandosi nel tempo secondo identità locali e personali irripetibili, che costituiscono come tessere di un mosaico meraviglioso l’incanto del sentire religioso e della pietà popolare verso la candida santa Rosa.  
Ed il viaggio dei due autori procede per la assolata Spagna ad Alcala de Henares, a Cordoba, dove si trovano varie statue di santa Rosa, erroneamente attribuite ad altre figure storiche: interessante la sovente confusione tra santa Rosa e santa Rosalia, confusione che i due studiosi chiariscono attraverso acute motivazioni storiche ed iconografiche. Dopo abbiamo le tappe di Bornos e Cadice, di quest’ultima città viene sottolineata la bellezza del mare e della spiaggia, prospettandoci un orizzonte “mediterraneo”, in cui si proiettano le varie culture nel loro combinarsi, intrecciarsi, dimenticarsi e ritrovarsi. Mi sembra opportuno sottolineare come, nella vita in volgare tedesco della Santa, pubblicata dal Centro Studi nel 2012 a cura di Anna Maria Valente Bacci, venga conferito a santa Rosa anche l’appellativo di “stella dei naviganti”. E possiamo così immaginare, giacché un diario di viaggio sollecita l’immaginazione e la fantasia a pensare e sognare terre lontane nel desiderio di scoprirle realmente, come la Santa abbia protetto i naviganti nel loro viaggio, nel loro arrischiarsi presso un mare che è il cammino e il ponte più rischioso ma, in definitiva, altresì il più necessario. Come Maria, stella maris, ha protetto santa Rosa nel suo cammino, così Rosa fu protettiva nei confronti di quanti si inoltrarono per mare, rischiando la propria vita, ma esportando cultura e civiltà. E’ questo il “miracolo” della diffusione dell’identità, che genera ed alimenta una tradizione, percorrendo un cammino spaziale, temporale e storico, senza alienarsi o disperdersi, ma “donandosi” nelle generazioni.    
Il primo viaggio termina a Siviglia dove nella facciata della chiesa del Convento di santa Paola si trova una formella che raffigura santa Rosa, la formella risale al 1500 ed è stata compiuta da Pedro Millàn… … e, a Siviglia, in qualche modo, “inizia” il secondo viaggio, giacché ne nasce l’esigenza e sorge l’intenzione di proseguire un itinerario, che non si esaurisce in una meta precisa e “definitiva”, ma continuamente si rilancia come viaggio, come storia, come vicenda e desiderio di conoscere l’umanità, nella prospettiva “particolare” dello studio di un culto, che rivela meravigliosamente l’umanità non nella sua valenza astratta, ma nella sua concreta vicenda storica, costituita da paesaggi, sentimenti, ricordi, rimandi, profumi, tradizioni locali e incontri personali, da sorprendenti scoperte, ma anche da inevitabili imprevisti.
Ciò che trapela dal diario di viaggio è anche un’avvincente autoironia, che ben si combina alla passione euristica dei due viaggiatori, riuscendo a immergere il lettore nel vivo della vicenda. Il movimento tra i luoghi, cioè l’itinerario spaziale, si combina con l’itinerario temporale, attraverso il richiamo di differenti vicende storiche: una combinazione, spesso spontanea di eventi, che è vera e propria “fusione di orizzonti”. L’orizzonte del passato più remoto, quello della nascita del culto di santa Rosa in Spagna, attestabile già dal Cinquecento, si combina con l’orizzonte più recente, rappresentato dalle vicende drammatiche del Novecento e della guerra civile, e con l’orizzonte attuale del rinnovamento del culto di santa Rosa in un presente vissuto, che “rilancia” il passato nel concreto scorrere quotidiano della vita.     
Il secondo viaggio dell’ anno 2013 inizia dalla città di Miguel De Unamuno: Salamanca, ove si trova un grande quadro di santa Rosa dipinto da Gomez. Il primo viaggio iniziò con un’opera di Murillo, il secondo viaggio si apre con un altro grande artista che raffigurò magistralmente la Santa. Il percorso procede a Cadice, una delle ultime tappe del viaggio precedente: questa volta i due viaggiatori riescono a visitare il parco, ubicato su uno sperone roccioso sul mare, ove vi è posta la candida statua di santa Rosa che porge le rose. La statua testimonia come il culto della Santa viterbese si sia perpetuato così tanto tempo in Spagna e tale perpetuarsi trova una straordinaria espressione nelle tappe successive del secondo viaggio, tra cui spicca la tappa di Alcolea de Almeria.


Molto significativa è la creazione di una stimolante assonanza tra ricerca di un culto, la conoscenza della spiritualità e il paesaggio ispanico-mediterraneo; quest’assonanza è come il sottofondo “estetico” dell’intero libro, ed aiuta il lettore, stimolato anche dalle bellissime foto di cui è costellato il libro, a “sognare”, “immaginare” e “vagheggiare” orizzonti vicini e lontani assieme, prefigurandosi anche il suo possibile itinerario sulle tracce di santa Rosa. Sembra di sentire, leggendo e rileggendo le varie pagine, sfogliandole e risfogliandole, i passi delle persone nei vicoli, i canti delle processioni, gli echi, i profumi dei fiori sui balconi, il caldo riflettersi della luce solare nelle pietre delle case e nei campi imbionditi, il gusto dei cibi tipici, il decoro delle chiese e il silenzio di fresche sagrestie.   
 La tappa di Alcolea de Almeria rappresenta una sorta di viaggio nel viaggio, la devozione popolare verso la santa in questo paese è straordinaria e vi sono numerose tracce del culto della santa. Qui si tramanda ancora un inno a santa Rosa, che viene dolcemente intonato da un coro di devotissime donne. Viterbo appare luminoso e presente anche in terre lontane, distante dai suoi terreni tufacei, dai suoi boschi magici e dai suoi dolcissimi monti, ma sempre protetto dalla sua candida Rosa.
Torna centrale nella tappa di Alcolea il connubio tra cultura, sentimento religioso e paesaggio, un connubio che attraversa tutto il libro: vicoli, spiagge, strade e piazze assolate, chiese e conventi che costellano la Spagna in modo che diventi una sorta di giardino di chiese e di conventi, ognuno dei quali nasconde il suo piccolo tesoro e, sovente, la sua statua o immagine di santa Rosa. Nella chiesa di san Sebastiano, protettore di Alcolea, c’è un altare, all’estremità del braccio destro del transetto, con la statua di santa Rosa al centro, affiancata dalle statue di san Rocco e san Sebastiano. La statua della Santa era stata distrutta durante la guerra civile, ma ne fu scolpita una nuova simile a quella originale.   
Culto è cultura e la cultura è nel paesaggio da tutelare e non affliggere nella corsa incessante verso una modernità, che rischia di dimenticare le proprie radici nella progettazione del futuro. Il culto è conservato dalla pietà popolare, semplice e spontanea, la quale, intrisa di spiritualità, non dimentica la terra di cui si nutre e in cui è nata … proprio come le rose, proprio come santa Rosa da Viterbo. Questo culto vive di tradizione rinnovata e di memoria. Saranno le generazioni future in grado di tutelare il paesaggio e la memoria? L’itinerario compiuto materialmente si converte in un itinerario spirituale, che non possiede mete ultime, ma, tappa per tappa, esperisce e tocca il proprio centro: la presenza di santa Rosa.  
Da Alcolea il cammino prosegue a Ecija dove nella chiesa dell’ex Convento dei Cappuccini, oggi chiesa della Divina Pastora, vi è una statua molto interessante della Santa, giacchè Rosa non è raffigurata con il dito alzato nell’atto di predicare, ma in un gesto che indica più il sillogizzare e l’argomentare. Sempre ad Ecija nell’ex Convento vi è un quadro di un autore anonimo, che raffigura santa Rosa nell’atto di predicare, in uno scenario che ricorda assai il paesaggio viterbese e il lago di Vico: Viterbo era una delle ultime tappe della via Francigena, che i pellegrini percorrevano verso Roma. Ed ecco che la valenza della figura di santa Rosa come protettrice dei pellegrini ritorna e ritorna proprio in un diario di viaggio.  
Dopo questa suggestiva tappa si giunge a Palos de la Frontera, il luogo dove Colombo salpò per le il nuovo mondo, per poi giungere a Siviglia dove, nella chiesa dei Terziari, si trova un tondo che raffigura santa Rosa.
Questo percorso, che proseguirà in altre circostanze e in altri paesaggi, ci si è mostrato ricco di scoperte, imprevisti, suggestioni: i due viaggiatori si prefiggono e ci prospettano, coinvolgendoci, sempre nuove mete, come se nessuno spazio e nessun tempo determinato possa contenerli e fermarli, protendendosi entusiasti, sciabordanti come fiumi che si dirigono al mare, verso l’eternità. Essi vivono la storia, la esaminano e la analizzano, ma, alla fine, tramite la fede che li infiamma, si librano sopra essa e la superano nell’orizzonte ultimo della superna Verità …. simile a quella che infiammò Rosa nei vicoli di Viterbo tanti anni fa. La storia si allea al paesaggio e si rinnova con la memoria, come la natura si rinnova con l’avvicendarsi delle stagioni; il culto, la cultura, la spiritualità appaiono nel paesaggio e lo caratterizzano, inondandolo di una luce spirituale, che si fonde con la splendida luce del Mediterraneo. L’una e l’altra illuminano e riscaldano la nostra esistenza, la quale, senza la luce, appassirebbe e morirebbe, proprio come le rose.         



     Ricardo Lucio Perriello



http://www.centrostudisantarosa.org/
 

sabato 17 maggio 2014

LASCIAMI IN PACE E IL GRIDO DEI GIOVANI - di Susanna Tamaro


Susanna Tamaro in dialogo con gli studenti d'Italia "Sui passi di Francesco"

Care ragazze e cari ragazzi,
sono molto felice di essere qui con voi e di avere la possibilità di trascorrere un po’ di tempo insieme. D’abitudine, non faccio incontri per presentare i miei libri, né partecipo a dibattiti o altre occasioni del genere. Sono una persona molto timida, e comparire in pubblico è per me è un vero tormento: mi sento sempre come a scuola, quando aspetti la domanda del prof. e sei sicuro che non sarai in grado di rispondere.
Ma quando mi hanno proposto di venire da voi, qui ad Assisi, ho accettato senza esitare, perchè sono sicura che il nostro tempo – quello che trascorreremo insieme - sarà un tempo fecondo. Fecondo per me e fecondo per voi.

Forse qualcuno di voi si chiederà: che cosa vuol dire tempo fecondo? Che cos’è, infatti, una terra feconda? E’ una terra capace di nutrire, di fare germinare i semi trasformandoli in piante. E non è questo forse il senso più profondo di ogni incontro? La nostra mente e il nostro cuore hanno una tendenza naturale a chiudersi, ad asserragliarsi in se stessi e, per questa ragione, molti incontri si trasformano in scontri, o nel silenzioso ergersi di due muri contrapposti.
Chissà quante volte, nelle vostre famiglie o nelle vostre relazioni personali, vi sarete trovati in questa situazione: siete uno davanti all’altro, parlate, ma le vostre parole sembrano non arrivare da nessuna parte. E allora sentite la rabbia montare in voi e, con la rabbia, magari anche la voglia di urlare, di lanciare qualcosa contro il muro, di sbattere una porta. Potremmo dire allora, per contrapposizione, che il tempo del non incontro è il tempo della sterilità? Soltanto in parte, perchè una terra sterile è una terra che non fa germogliare nulla, mentre un incontro che non avviene - o un incontro che si trasforma in scontro - di solito fa nascere parecchie cose in noi, ma tutte negative: delusione, avvilimento, risentimento, desiderio di vendetta. E questi sono veleni potenti, capaci di avvolgere e soffocare il nostro cuore.
Quante famiglie, quante relazioni sono state distrutte da questa incapacità di comprendere l’incontro? Ci si intestardisce a sbattere contro un muro, e più ci si interstardisce a farlo, più il muro, invece di crollare, ne genera altri, sempre più alti, sempre più spessi, sempre più invalicabili.
Gli occhi sono lo specchio dell’anima: è una verità che troppo spesso dimentichiamo. Per questo, quando cammino per strada, salgo su un autobus o viaggio in treno, rimango sempre colpita dalla grande quantità di sguardi tristi che incrocio. Ogni volta che cerco di sorridere, di scambiare qualche parola, ottengo reazioni piuttosto deludenti. Quelli che hanno le cuffie nelle orecchie, e ormai le hanno quasi tutti, neppure mi vedono. I pochi che lo fanno, mi guardano di traverso, seccati, come se volessero dirmi: ‘Che cosa vuoi? Lasciami in pace!’

Chissà cosa direbbe Francesco di questo desiderio di pace dell’uomo contemporaneo? ‘Lasciami in pace’ vuol dire infatti: lasciami crogiolare nel mio brodo di disperazione, non voglio correre il rischio di cambiare, non voglio farmi domande; lasciami vivere con la mia musica nelle orecchie, i miei pensieri ossessivi nella testa, lasciami girare da solo il film della mia vita, che è perfetto, perchè sono stato io a scriverlo per me stesso. Non c’è spazio per gli altri in questa sceneggiatura, perchè gli altri, alla fine, sono soltanto una gran rottura di scatole.
Ora voi mi guardate e vedete davanti a voi una signora di una certa età, ed è vero perchè non manca molto ai miei sessant’anni. Quando avevo la vostra età, una persona di sessant’anni mi sembrava avesse ormai un piede nella tomba. Io stessa, vi confesso, provo un senso di incredulità, di stupore. E’ davvero trascorso tanto tempo della mia vita? Non me ne sono accorta! Quando penso a me stessa, mi sento sempre come se fossi adolescente. Non perchè sia affetta dalla sindrome di Peter Pan – vale a dire, la triste condizione di quegli adulti incapaci di crescere - ma perchè l’adolescenza è la vera chiave di volta, l’architrave di un’esistenza. E’ in questo tempo che si forma la parte più profonda della nostra personalità, è in questo tempo che si decide chi si vuole essere, e lo si decide ponendosi delle domande, e cercando di rispondersi. Chi sono? Da dove vengo? Che senso hanno i miei giorni?
Il mistero della nostra vita ci interroga, ci deve interrogare.
Il mistero è il buio che avvolge l’inizio e la fine dei nostri giorni. Non sappiamo da dove veniamo, né dove andiamo. Anche il nostro passaggio terrestre è pieno di oscure incertezze. Nessuno decide quando nascere, nessuno - almeno che non si suicidi - sceglie come e quando morire.
Laudato si, mi Signore
per sora nostra morte korporale,
dalla quale nullo homo vivente
pò skappare,
dice Francesco, nel Cantico. E’ proprio ‘nostra sora morte korporale’ che ci spinge ad interrogarci sul senso profondo del nostro cammino sulla terra. Chi sono chiamato ad essere? Qual è la vocazione della mia vita? Voglio esserne un protagonista, o preferisco essere uno spettatore, una vittima, una marionetta mossa dal caso?
Personalmente, ho avuto un’adolescenza molto tempestosa. Erano tempestosi i tempi, è tempestoso il mio carattere, era tempestosa, purtroppo, la mia esperienza familiare, e super tempestosa quella scolastica. Quando incontro alcuni miei coetanei che rimpiangono i tempi della giovinezza, ritenendoli migliori degli attuali, mi viene sempre da sorridere. Non può essere altro che un chiaro sintomo di senescenza. Il tempo in cui io avevo la vostra età non era migliore del vostro, era solo brutalmente diverso. Il fanatismo politico imperava in ogni ambito della nostra vita. Tutto era bianco o nero - o meglio nero o rosso - e queste due realtà si scontravano in modo feroce ed ottuso, travolgendo anche gli incerti, gi innocenti, gli scettici. Dovevi stare attento persino a quello che indossavi perchè un occhiale di un certo modello, un jeans della marca sbagliata poteva voler provocare il più totale ostracismo, se non un vero e proprio pestaggio.

Ogni epoca trova modo di dar sfogo agli istinti peggiori, ammantandoli di alti ideali. La violenza che nasce dalla certezza di essere nel giusto è una delle più diffuse - e più difficili - da sradicare dal cuore dell’uomo. Gli anni della mia adolescenza grondavano di ferocia e di sangue. Sangue reale, non metaforico. Sangue dei pestaggi, dei regolamenti di conti, sangue degli attentati, delle centinaia di assassini compiuti a sangue freddo. Tutto questo è stato dimenticato un po’ troppo rapidamente, creando l’immagine fittizia di un tempo in cui il mondo era diverso e migliore. E’ in quegli anni anche - i primi anni ’70 del secolo scorso - che nella vita dei ragazzi ha fatto irruzione in modo massiccio il consumo delle droghe. Si è spalancato un portone e quello che fino ad allora era stato un fenomeno per pochi si è trasformato in un fenomeno di massa. Quanti compagni di scuola morti in un lurido gabinetto con una siringa nel braccio! Quanti si sono letteralmente bruciati il cervello con l’acido lisergico! E quanti, per il terrorismo e per la droga, sono finiti in prigione!

Erano anni terribili, quelli della mia adolescenza, e non ho timore a dire che sono stati propio i ragazzi migliori - cioè i più sensibili, i più fragili - a venire travolti dall’onda impetuosa della distruttività. L’insoddisfazione per il conformismo del mondo che li circondava li ha spinti ha cercare risposte nella direzione sbagliata; invece di crescere continuando a farsi domande, si sono gettati nelle braccia della morte. L’incontro, che poteva avvenire, non è avvenuto, il tempo, da sterile, non si è trasformato in fecondo.
Alla vostra età io ero piena di rabbia, di dolore e di curiosità. Di rabbia perchè non mi piaceva il mondo così com’era. Un mondo pieno di falsità, di ingiustizie, un mondo che mi respingeva - la scuola in primis, perchè non ero in grado di essere come gli altri; lo stesso fanatismo politico dei miei coetanei, per quanto mi sforzassi di trovarlo interessante, lo sentivo comunque estraneo. Ero piena di dolore, perché non avevo alle spalle una famiglia capace di accogliermi, ma dei genitori immaturi, innamorati dei fantasmi del loro egoismo; genitori che consideravano il prendersi cura dei figli l’ultima preoccupazione della loro vita. E’ bruttissimo accorgersi che a tuo padre e tua madre non importa nulla di te! So che può essere considerato scandaloso dirlo, ma non si diventa automaticamente padri e madri solo perchè si è messo al mondo un figlio. Avere dei genitori immaturi, anaffettivi, distaccati, egoconcentrici è un grande peso nella vita. Ma, come tutti i pesi, può anche diventare, nel tempo, un dono, perchè solo chi ha molto sofferto, un giorno sarà in grado di amare molto. E vi dirò che, alla fine, per il destino della propria vita meglio, molto meglio non essere stati amati, che essere stati amati male, di un amore manipolatorio, di un amore malato, intessuto di sottili ricatti e di sensi di colpa. Il deserto lascia la libertà, l’amore parodistico lascia invisibili catene difficili da divellere.

Ero piena di rabbia, piena di dolore, come vi dicevo, ma anche piena di curiosità. Nonostante tutte le difficoltà, la vita mi sembrava qualcosa di estremamente affascinante. Ero convinta, infatti, che ci fossero molti più misteri da scoprire in una giornata normale che nella profondità di una giungla tropicale. Mi facevo molte domande, e sono state queste domande il motore che mi ha permesso di andare avanti. Grazie a loro, piano piano, ho abbandonato lungo la strada la rabbia e il dolore, trasformandoli in amore e compassione, i loro antidoti. Mi piaceva molto stare da sola, come amavo molto la natura. Camminavo per giorni in montagna, dormivo con il sacco a pelo dove capitava, ascoltavo i rumori notturni del bosco, contemplavo le stelle. Arrivata nei punti più alti, mi perdevo con lo sguardo nella profondità dell’orizzonte. In quegli istanti sapevo perfettamente che cosa volevo essere: volevo essere una persona libera. Libera come il cielo, libera come l’acqua, libera come il grande respiro che sentivo prepotentemente vivo nella natura.
Sentivo di avere dentro di me queste due parti contrapposte, che si combattevano senza tregua. Da un lato, la disperazione per il non amore, che mi spingeva con prepotenza verso l’autodistruzione, dall’altro, questo desiderio di libertà, questo amore per il creato che, con insistenza, mi conduceva verso un altro livello di comprensione della vita. Dato che sono passati quarant’anni e sto davanti a voi, è evidente quale delle due parti abbia prevalso. In questo mio lungo e accidentato cammino, c’è stato un punto di partenza. E questo punto è stato proprio Francesco.
I tempi in cui vivevo erano profondamente antireligiosi, come lo era del resto anche la mia famiglia, così mi ero naturalmente convinta che tutto ciò che stava intorno ai preti e alla chiesa fosse qualcosa da evitare accuratamente, se si voleva rimanere degli esseri liberi e pensanti. Ma poi un giorno ho visto un film, Fratello sole, sorella luna di Franco Zeffirelli e quel film ha letteralmente spalancato una porta - anzi un portone - nel mio cuore e nella mia mente. La libertà vera dunque esisteva, e passava attraverso quel piccolo libretto che si chiamava Vangelo. I preti non c’entravano niente, così come non c’entrava il potere. Anzi, quel piccolo libro era proprio l’unico antidoto alla sete distruttiva del potere. Francesco era un uomo davvero libero: era libero perchè si era spogliato di tutto, era libero perchè sapeva essere in ogni cosa e gioire di ogni cosa. Francesco mi stava mostrando la strada per diventare ciò che volevo essere, una persona assolutamente libera, capace di esistere nell’unica dimensione per cui vale la pena di esistere - quella dell’amore. Che differenza tra ciò che mi offriva Francesco e ciò che offrivano le droghe! In Francesco, il respiro diventava così profondo e grande da poter accogliere ogni respiro del mondo; le droghe, dopo l’apparente ed ebete quiete iniziale, trasformavano il respiro in un tristissimo rantolo.
Sull’onda di quell’emozione, ho preso lo zaino e sono andata in autostop dal Friuli fino ad Assisi. Ricordo bene il bianco abbacinante della sua pietra, così come lo si vede arrivando da Bastia Umbra, e ricordo di aver pensato che quella luce era come un faro che, da centinaia di anni, aiutava i naviganti disperati come me a ritrovare la rotta della propria vita.

E ogni volta che ci ritorno, e vedo che le folle di pellegrini, invece di diminuire, aumentano, non posso che provare meraviglia pensando che, a provocare tutto ciò, sia stato un semplice ragazzo. Un ragazzo che, da più di 900 anni, chiama a sé miloni di persone da tutto il mondo, aiutandole a a cambiare. Nel 1200, non c’erano la radio e la Tv, non c’era internet, né i tweet, né facebook, non esistevano gli uffici stampa, eppure la sua fama si è diffusa subito dappertutto con la forza di un mite tzunami. A chi è inquieto, Francesco mostra la via per liberarsi dell’inquietudine. Una via che si manifesta con due semplici passaggi - spogliarsi di sé e accettare l’Incontro.
C’è un adagio indiano che dice: ‘prima di giudicare qualcuno, cammina per due lune nei suoi mocassini’. Per questo spesso mi domando come sarei, se fossi venuta al mondo nell’epoca in cui siete nati voi? Di certo, sarei sempre io, con il mio carattere insofferente e ribelle, ma in che modo, mi chiedo, la forza onnipresente e condizionante dei media sarebbe riuscita a influenzarmi? Fino a una certa età non ho avuto la televisione in casa, sono così cresciuta con i miei pensieri, la mia immaginazione e basta. Evolutivamente dunque, il mondo dell’elettronica non mi riguarda.

Adesso ho lo smartphone, il tablet e li trovo delle oggetti meravigliosi, ma li considero appunto degli oggetti e, come tali, sono al servizio delle mie necessità. Se, per caso, un giorno sparissero, non cambierebbe niente nella mia vita. Voi invece, dal momento in cui avete aperto gli occhi, siete stati bombardati da immagini e da suoni di ogni tipo. E queste immagini e questi suoni hanno avuto due scopi principali: quello di intrattenervi - tenedovi lontani dalle domande importanti -, e quello di mostravi sempre nuovi oggetti da desiderare perchè, in questo nostro sistema economico, l’essere umano esiste per un solo obiettivo - quello di trasformarsi in un perfetto consumatore. Consumo dunque sono è stato il sigillo del tempo in cui siete venuti al mondo. In questa eccitante e colorata frenesia di acquisti, si sono dimenticati di dirvi che chi vive consumando, prima o poi, dai consumi viene consumato. Non ve l’hanno detto, ma ora comunque ve lo sta dicendo la storia. Quel mondo rutilante era soltanto una magnifica finzione. Ora è venuta la crisi, e il paese dei balocchi comincia a mostrare il suo vero volto, che non è un volto, ma un ghigno. Il ghigno di chi ha cercato, sottilmente e perversamente, di convincerci che l’essere umano non ha altra dignità che quella di essere una ‘cosa’ tra le cose.

Rispetto ai miei tempi, siete liberi dall’orrore delle ideologie, avete una possibilità di dialogo con i genitori e con gli insegnanti che noi non ci sognavamo neppure di avere; avete una vita sicuramente molto più confortevole, popolata di oggetti, di facilitazioni, godendo di un’accettazione incondizionata da parte di chi vi sta vicino. Eppure, in tutta questa vostra ovattata comodità - in cui non accade mai nulla di veramente grave - sembra che ci sia un fondo di sorda disperazione, di solitudine, di smarrimento, perchè vi è stato dato tutto, ma siete stati letteralmente scippati dalle domande di senso.

Le domande sul senso della vita, infatti, provocano inquietudine, ed è proprio l’inquietudine lo spauracchio di questo mondo che tende comunque verso il totalitarismo, anche se molto diverso da quelli del secolo passato. Un totalitarismo silenzioso, suadente, apparentemente indolore. Un essere umano che non si interroga è destinato a soccombere alla manipolazione dei media. Lentamente e inesorabilmente, diventa uno schiavo, spettatore passivo e depresso della vita, senza riuscire a provare vere emozioni, senza riuscire a vivere un vero amore, senza un orizzonte verso cui alzare lo sguardo. La mia impressione è che siate stati quasi anestetizzati dalle cose, e che questa anestesia sia anche il frutto dell’ignavia educativa della società chi vi sta intorno, di chi vi preferisce addormentati piuttosto che ribelli, di chi è abituato a venirvi sempre incontro purché non creiate problemi. ‘Basta che non rompa’ è un po’ il ritornello che vi accompagna. Ma voi, invece, dovete rompere! Dovete rompere con caparbia insistenza, non perchè vi venga comprato il nuovo smartphone, ma perchè la vostra vita raggiunga un altro livello di senso.
Anche Francesco era un giovane viziato, abituato ad avere tutto dalla vita, e sicuramente, se fosse vissuto oggi, avrebbe cambiato modello di tablet ogni mese, eppure non ha esitato un istante a sbarazzarsi di tutto quell’universo di comodità che si era improvvisamente trasformato in un’inutile zavorra. Non era un pazzo, non era un eccentrico, era soltanto una persona che, ad un certo punto, è stato in grado di vedere la straordinaria filigrana di luce che sostiene il mondo. La luce della resurrezione, la luce dell’amore che sempre, ad ogni istante, è capace di generare a nuova vita ogni creatura che viva su questa terra.

Cercate dunque di liberarvi dal cinismo, dalla disillusione in cui questa società vi ha fatto crescere. Cercate soprattutto di liberarvi dalla nefasta idea che il mondo sia solo dei forti, dei furbi. Lo è, finché noi lasciamo fare, finché noi ci ritiriamo nel nostro guscio, finché pensiamo che non ci riguarda, finché non siamo capaci di offrire - con la coerenza della nostra vita - una diversa dimensione dell’esistere. Il male avanza finché lo facciamo avanzare, ma, davanti al bene, prima o poi arretra. Francesco era un ragazzo che viveva in un paesino sperduto nei boschi dell’Italia centrale. Non era un professore universitario, non era un politico, non era un re, non aveva neppure i super poteri donati da qualche pozione magica o da qualche potente druido. Eppure la sua breve vita - è morto a poco più di quarant’anni - continua ad essere una fonte di energia, di luce e di rinnovamento per milioni e milioni di persone di tutti i popoli e di tutte le fedi.

Spero che questi giorni trascorsi in sua compagnia abbiano lasciato un segno anche nel vostro cuore, un segno di inquietudine, un segno di ribellione. Un segno e una sete. La sete di un modo diverso di essere, la sete di una rivoluzione interiore, capace di sostituire la legge della comodità e della disillusione con quella dell’amore - la straordinaria energia che ci spinge sempre ad andare incontro all’altro e ad accoglierlo. Tutti noi possiamo essere Francesco e, come Francesco, irradiare gioia e libertà intorno a noi. Basta aver il coraggio di andare in fondo al nostro cuore, di cancellare le menzogne e di accettare l’Incontro che illumina tutti gli altri incontri.


. E’ molto importante che vi rendiate conto di questo, che prendiate il mano il vostro destino. La crisi che sta attraversando la nostra società è molto grave e potrebbe scoraggiare molti. Per non cadere vittime del fatalismo bisogna rendersi conto che le crisi sono soprattutto un mutamento di ordine - un modo di essere non va più bene e bisogna inventarne un altro – e sono dunque una grande opportunità di cambiamento. Il mondo come sarà dipende da voi, dalla vostra capacità di immaginare un modo diverso di essere e di metterlo in pratica, ribellandovi a tutto ciò che vuole privare l’uomo della dimensione del mistero, trasformadolo in una misera cosa. Ribellatevi al tempo sterile, al tempo opaco, trasformate ogni minuto, ogni secondo nel tempo della curiosità, della scoperta, nel tempo dell’incontro. Esercitate sempre la dimensione della speranza, edificate la vostra vita rendendo fecondo il tempo. Francesco era innamorato della bellezza. Se io adesso vi guardo, vi vedo molto belli. Spero che, dopo questi giorni ad Assisi, impariate anche voi a vedervi belli. Belli, anche se avete il naso lungo o siete troppo magri o troppo grassi, troppo alti o troppo bassi; belli, anche se i capelli o gli occhi che avete non sono proprio quelli che desideravate; belli anche se la felpa che indossate non è proprio l’ultimo modello, ma un po’ da sfigati. Per questo, vi consiglio di fare un esercizio: la mattina prima di andare a scuola, quando ancora assonnati armeggiate davanti allo specchio del bagno, alzate lo sguardo e guardatevi. Guardate davvero il vostro volto, imparate a interrogarlo e leggerlo, come fosse un libro. Guardate i vostri occhi, guardateli con meraviglia, con gioia, guardateli ricordandovi che, da lì, si irradia la luce più profonda di una persona. E anche se li vedete spenti, tristi, ostili, ricordatevi che la luce è comunque dentro di voi. Vi aspetta da prima che voi nasceste. Vi aspetta in fondo al vostro cuore. Sta lì con pazienza, con mitezza, e attende che voi facciate un passo per andarle incontro.


domenica 27 aprile 2014

LE VIRTU' FRANCESCANE SUL SOGLIO DI PIETRO - Roncalli e il santo di Assisi

di JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO*

Nel 1964 Luigi Santucci così scriveva: «Mi pare che il più grande discepolo di san Francesco, da un secolo in qua, sia stato proprio un papa: Papa Roncalli». Lo scrittore si espresse in tal modo, non perché Papa Giovanni XXIIIfu definito il Papa buono, ma perché fu davvero un “francescano”. Infatti, nel discorso del 16 aprile 1959 a San Giovanni in Laterano, in occasione del settecentocinquantesimo dell’a p p ro -vazione della Regola di san Francesco, così si presentò ai membri dell’ordine francescano secolare: «Ego sum Ioseph, frater vester. Con tenerezza amiamo dirlo. Lo siamo da quando giovanetto quattordicenne appena, il 1° marzo 1896, vi fummo ascritti regolarmente... ed amiamo benedire il Signore per questa grazia che Ci accordò».
In più passi de Il Giornale dell’An i m a , delle lettere, dei discorsi ha rivendicato tale appartenenza, affermando che ciò gli aveva procurato «grandi vantaggi spirituali», specialmente, gli aveva permesso di passare dal «Vangelo alla vita e dalla vita al Vangelo». Questo emerge in molti tratti della sua vita, del suo modo di parlare, di ricordare, di relazionarsi agli altri, In una parola, ciò affiora dalle sue virtù “francescane”. Fedele seguace di san Francesco di Assisi, «una figura che c’incanta sempre», lo imitò nella povertà, di cui tesse gli elogi in vari discorsi. Più che altro, la visse anche quando fu chiamato a ricoprire cariche prestigiose. «Nato povero, ma di onorata ed umile gente — scrisse nel suo testamento — sono particolarmente lieto di morire povero. Ringrazio Dio di questa grazia di povertà che mi sorresse a non chiedere mai nulla, né posti, né denari, né favori; mai, né per me, né per i miei parenti o amici». La povertà, annotò ne Il Giornale dell’An i m a ,«mi fa rassomigliare a Gesù poveroeasan Fr a n c e s c o » . Alla povertà GiovanniXXIII ha unito una grande umiltà. «Se voi sapeste — confidava — quale rossore io provo a sentirmi chiamare: Santo Padre. Davanti a Dio siamo tutti suoi piccoli figli. Io mi considero un sacco vuoto che si lascia riempire dallo Spirito». Non è un caso, tra i primi santi francescani canonizzati da Giovanni XXIIIci fu un «modestissimo fratello laico dei frati minori», san Carlo da Sezze. Possedeva Papa Roncalli un’altra virtù tipicamente francescana, l’obbedienza: lo rendeva disponibile a ogni incarico che gli venisse affidato («il Santo Padre disponga pure della mia umile persona in perfetta libertà di spirito...»); specialmente sottolinea la dimensione ecclesiale della sua obbedienza. Di fatti, sempre nel discorso del 1959, Papa Giovanni legava l’obbedienza al fatto che Francesco andò da Papa Innocenzo per farsi approvare lo stile di vita suggeritogli dal Signore: vivere secondo il Vangelo, «sempre sudditi e soggetti ai piedi della Chiesa, stabili nella fede cattolica» (Regola, 12, 4).
  Cioè, per il francescano il voto di obbedienza è anzitutto obbedienza «al Papa e alla Chiesa — annotava nel Giornale dell’An i m a — poi a frate Francesco in tutti i suoi successori». Francesco, povero ed umile, per Roncalli è anche araldo della pace. Ciò risulta dalla sua predilezione per il motto francescano: pax et bonum; dalle molteplici riflessioni, contenute in particolare nelGiornale dell’An i m a , su ciò che dice Francesco a proposito della pace; dal suo “modo operandi”: la bontà che regnava nel cuore del Papa buono, si traduceva in un amore incondizionato verso tutti. Tale bontà non proveniva dal suo carattere bonario, ma scaturiva da una provata virtù. Infine, che cosa dire dell’«attributo caratteristico e fondamentale di ogni fratello in san Francesco? Lo spirito di cattolicità e di apostolato — disse Papa Giovanni XXIII nel discorso del 16 aprile 1959 — quale Francesco lo presentò ai suoi contemporanei, lo lasciò in eredità ai suoi frati, dopo averlo sancito come un precetto nella santa regola». Tale dimensione di cattolicità e di missionarietà di Papa Roncalli si evince in tutte le vie da lui percorse in Oriente e Occidente. Soprattutto nella sua volontà di porre il concilio Vaticano II, che stava per aprirsi, sotto la protezione di san Francesco, che molti secoli prima era riuscito a promuovere un profondo rinnovamento della Chiesa. Nell’o ccasione del pellegrinaggio ad Assisi, siamo al 4 maggio 1962, tra l’a l t ro disse: «O città santa di Assisi, tu sei rinomata in tutto il mondo per il solo fatto di aver dato i natali al Poverello, al santo tutto serafico in ardore». Queste parole lasciano trasparire la grande venerazione che Giovanni XXIIInutriva per il serafico padre san Francesco che, con il suo voler vivere semplicemente secondo il santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo, riuscì a rivoluzionare la Chiesa.

*Arcivescovo segretario
della Congregazione per gli istituti di vita consacrata
e le società di vita apostolica

 L’OSSERVATORE ROMANO - domenica 27 aprile 2014 - pagina 7