domenica 13 luglio 2014

FRANCESCO, UNA TENSIONE NON RISOLTA



   LA REGOLA DEI FRATI MINORI
UNA REGOLA DI VITA IN TENSIONE TRA LA MEMORIA E LA PROFEZIA
Don Felice Acrocca

Francesco: una tensione non risolta

Francesco e i suoi fratelli cercarono di fissare in un proposito di vita la comprensione che via via maturarono della propria scelta di “vivere secondo la forma del santo Vangelo”: il primitivo proposito presentato a Innocenzo III, che Francesco “fece scrivere con poche parole e con semplicità” (Test 15: FF 116), fu progressivamente arricchito nel corso dei Capitoli annuali, durante i quali i frati, “avvalendosi del consiglio di persone esperte, formula[va]no e promulga[va]no le loro leggi sante e confermate dal papa” (1Vitry 11: FF 2208), fino a giungere alla formulazione di quel testo che – senza ottenere mai l’approvazione papale – ci è stato tramandato sotto il nome di Regola non bollata. Nel riprendere il cammino, non venne meno lo stile collegiale, finché la nuova famiglia religiosa (dal 1220, nei documenti papali la religio minoritica viene sempre denominata Ordo) giunse a redigere un testo normativo con valore definitivo: la Lettera ad un ministro è testimonianza evidente di questo percorso comune, che sottoponeva ad un’attenta revisione anche i testi proposti da Francesco stesso. Si trattò, tuttavia, di un percorso difficile: i silenzi reticenti che costellano alcune fonti si rivelano una traccia evidente dell’imbarazzo di alcuni agiografi, così come diversi accenni documentano espressamente di tensioni in atto tra Francesco e i ministri; addirittura, secondo personaggi al di sopra di ogni sospetto, ad un certo punto una bozza del tanto contrastato testo fu fatta sparire (cf. LegM IV, 11: FF 1084).
A dispetto di tali difficoltà, si giunse comunque alla redazione che, confermata da Onorio III il 29 novembre 1223, costituisce ancor oggi il riferimento essenziale di tutta la famiglia minoritica: un testo al quale collaborarono persone diverse, con diversa formazione e sensibilità, che tuttavia porta impressa l’impronta innegabile di Francesco stesso. Un testo ‘chiuso’ che, in qualche misura, enucleava in modo definitivo – istituzionalizzava, si potrebbe dire – il carisma, rendendone permanenti alcune intuizioni e scelte di fondo e mettendo la parola fine a quel processo che fino ad allora aveva progressivamente arricchito ed aggiornato una normativa ‘aperta’ a successivi e ulteriori sviluppi. Rapidi e continui cambiamenti, oltre a tensioni non sopite, spinsero in ogni caso lo stesso Francesco ad intervenire e – siamo ormai negli ultimi giorni della sua vita – a dettare un testo che aveva un preciso obiettivo: quello di spingere i frati ad osservare “più cattolicamente la Regola” promessa al Signore (Test 34: FF 127).
Francesco era ben cosciente che il suo Testamento non aveva la medesima forza giuridica della Regola: proprio per questo, nella prima parte del documento, egli insistette sull’iniziativa divina, che l’aveva guidato per una strada che, almeno in un primo momento, non avrebbe voluto percorrere; e poiché era stato il Signore a rivelargli quella forma di vita che aveva trovato codificazione definitiva nella Regola, essa non poteva essere stravolta. La Regola era autentica e vera perché ispirata da Dio, e confermata, una volta per tutte, dalla Chiesa che l’aveva autenticata.
Lo scritto mostra una tensione irrisolta. Da un lato, Francesco differenzia espressamente il Testamento dalla Regola: i frati non dovevano avanzare illazioni definendo quello scritto un’altra Regola, poiché esso era “un ricordo, un’ammonizione, un’esortazione e il [suo] testamento” (Test 34: FF 127); dall’altro li accomuna, ponendoli sullo stesso piano: “il ministro generale e tutti gli altri ministri e custodi” erano “tenuti, per obbedienza, a non aggiungere e a non togliere niente” dal Testamento, anzi, ad averlo “sempre accanto alla Regola” e a leggerlo in tutti i Capitoli affianco ad essa (Test 35-37: FF 128-129). Volente o nolente, mentre ribadiva con forza alcune modalità dell’esperienza primitiva ritenute ormai a rischio, Francesco finiva quindi per riappropriarsi di uno stile che aveva caratterizzato la sua famiglia religiosa fino al 1223 (una ‘tentazione’ che già si era affacciata nella sua mente: cf. Mem 193: FF 779), introducendo nuove integrazioni, come il divieto – risolutamente fermo – di chiedere “lettera alcuna nella Curia romana” (Test 25: FF 123) e la proibizione – netta anch’essa – di inserire “spiegazioni nella Regola” oltre che nello stesso Testamento (Test 38: FF 130) (cf. Tabarroni, p. 90). Egli considerava dunque chiuso, una volta per sempre, il problema non soltanto dell’autenticità della Regola, ma anche della sua autenticazione e, nello stesso momento, finiva per affiancare alla Regola nuove prescrizioni che non vi erano precedentemente contenute. Le tensioni future scaturiranno dal contrasto interiore in qualche modo presente nello stesso Francesco (non a caso il Testamento avrà un ruolo determinante in molti movimenti di riforma): questo spiega in gran parte la singolarità della storia – e il fascino innegabile – di questo carisma religioso, così come il peso enorme che ha esercitato su di essa la memoria del Fondatore.


I pontefici di fronte alla Regola: da Gregorio IX a Niccolò III

Contrariamente agli intenti di Francesco, la storia premeva però in una direzione diversa. La rapida crescita della nuova famiglia religiosa poneva non pochi problemi ai frati: già tra il 1210 e il 1220 essi avevano dovuto integrare più volte il testo del loro codice di vita; il moltiplicarsi degli insediamenti, anche in forza di nuove campagne missionarie, l’avvicinamento, non solo geografico, al mondo universitario, i campi di azione che la Sede Apostolica assegnava ai Minori (esemplare la lettera di canonizzazione di Francesco, Mira circa nos) rendevano urgente un ‘adattamento’ della Regola a condizioni via via mutevoli, in maniera da consentire ai frati una fedeltà ‘possibile’ alle intenzioni ed al dettato del fondatore.
Le difficoltà sorte e le diversità di opinioni che ne scaturirono, resero necessario un intervento esterno già nel 1230: non sappiamo se la decisione dei capitolari fu unanime, ma certo è che Gregorio IX intervenne su richiesta dei Minori per chiarire “alcune cose dubbie o oscure e altre difficili a capirsi” (Quo elongati: FF 2730), tenuto conto anche del fatto che nel Testamento Francesco aveva vietato espressamente ai suoi di inserire “spiegazioni nella Regola”; secondo le sue parole, il pontefice fu invitato ad agire in forza della conoscenza “più piena” che aveva dell’intentio di Francesco e per aver partecipato egli stesso alla stesura della Regola. La Quo elongati costituì un punto di non ritorno: oltre ad alcune chiarificazioni su punti specifici della Regola bollata, Gregorio IX dichiarò che il Testamento non aveva valore vincolante per i frati (FF 2731) e che gli stessi erano tenuti ad osservare unicamente quei consigli del Vangelo “espressi con parole di comando o di proibizione nella stessa Regola” (FF 2732). Due questioni di perenne attualità nella storia successiva del movimento francescano!
Nei cinquant’anni che seguirono alla morte di Francesco, l’Ordine sembrò orientato a ricercare un’autenticazione della Regola soprattutto in forza di considerazioni interne (Tabarroni, p. 85), vale a dire che ci si sforzò di comprendere la volontà del Fondatore. Contrariamente a Gregorio IX, Innocenzo IV nella Ordinem vestrum (1245), provvedimento che pure sembra sia stato sollecitato dagli stessi frati – è la procedura che fu all’origine del commento alla Regola dei quattro Maestri, nei primi anni ’40, a spingere verso tale conclusione –, non farà alcun accenno all’intentio Francisci, che sarà posta di nuovo in campo solo da Niccolò III (Exiit qui seminat, 1279): non deve quindi sorprendere che la lettera di Innocenzo IV fosse fin da subito recepita con difficoltà dai Minori, tanto che pochi anni dopo la sua emanazione si decise di sospenderne l’applicazione in quei punti in cui il suo dettato si discostava dalla Quo elongati; anche nei commenti successivi, così come nei successivi interventi pontifici, questo pronunciamento innocenziano verrà raramente menzionato.
In un primo momento il ricorso ad un’autenticazione basata su considerazioni esterne, vale a dire sull’approvazione pontificia, fu utilizzato soprattutto ad extra (come appare dall’Expositio super Regulam attribuita a Bonaventura, ma riconducibile ad ambienti influenzati da Giovanni Peckham), soprattutto contro il clero Secolare. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che la disputa con i Secolari mise sovente in pericolo l’esistenza dell’Ordine fino al secondo Concilio di Lione (1274): tale disputa lasciò tracce evidenti nella produzione agiografica e, com’era logico prevedere, favorì anche l’approfondimento teorico dei frati riguardo alla loro Regola. In quegli anni delicati e difficili (1255-1279), i Minori elaborarono progressivamente la dottrina della povertà altissima come garanzia di perfezione e acquisirono coscienza di aver abbracciato uno stato di vita più perfetto degli altri: da una povertà realmente vissuta, che vedeva i Minori desiderosi di porsi ai margini della scala sociale, nello spazio di alcuni decenni si era giunti ad una “povertà pensata” (Lambertini), che consentiva di affermare la superiorità del loro stato di vita rispetto a tutte le altre compagini ecclesiali. La Exiit qui seminat, recependo idee fondamentali del magistero di Bonaventura, veniva di fatto a sancire questo stato di cose, dichiarando che la rinuncia alla proprietà, sia individuale che comune, era meritoria e santa, poiché Cristo l’aveva insegnata e confermata con il suo esempio.


La grande disputa tra Comunità e Spirituali

La vittoria ad extra non segnò tuttavia la fine delle tensioni, poiché crebbe il dibattito ad intra. L’Ordine francescano era ormai il più diffuso della cristianità e la precarietà degli inizi era solo un pallido ricordo: come restare fedeli agli ideali originari in una condizione radicalmente mutata? Dalla fine degli anni ’70 la discussione si era accesa in modo intenso, favorita da alcuni interventi di Pietro di Giovanni Olivi: questi affermava che l’“uso povero” (usus pauper) era parte integrante del voto francescano.
Poiché, soprattutto tra Due e Trecento, il grosso dibattito verteva sulla Regola e sulla sua osservanza, per gli Spirituali divenne esigenza vitale comprendere il significato di quel testo – che era insieme documento legislativo e ragione di vita – e soprattutto l’intentio del Fondatore: così scrisse, nel Prologo del suo commento alla Regola bollata, Pietro di Giovanni Olivi. Se per i rappresentanti della Comunità l’interpretazione autentica della Regola risiedeva nelle dichiarazioni papali, tanto che a Raimondo di Fronsac – che scrisse circa trent’anni dopo la redazione del commento dell’Olivi – appariva “superstizioso” chiunque pretendesse di avere una conoscenza migliore dell’intentio di Francesco di quella ivi esposta (Sol ortus est, in ALKG 3 [1887], p. 9), per gli Spirituali, Ubertino e Clareno in particolare, solo le parole e gli atti dell’Assisiate potevano garantire un’interpretazione sicura degli intenti e delle sue volontà supreme.
            Con l’Olivi il dibattito si mantenne ancora, principalmente, a livello teorico. Alcuni decenni più tardi, quando la contesa finì per vertere del tutto sulla fedeltà vera o presunta dei frati al loro ideale religioso, Ubertino e Clareno dovettero necessariamente operare un confronto continuo tra la vita dell’Ordine che scorreva sotto i loro occhi e l’insegnamento e l’esempio di Francesco. Tale modo di procedere risulta evidente negli scritti polemici redatti da Ubertino durante la disputa svoltasi negli anni del Concilio di Vienne.
Se nella propria risposta al memoriale di Raimondo Gaufridi la Comunità ci tenne a ribadire che la sostanza del voto francescano consisteva nel vivere sine proprio – cioè nella rinuncia ad ogni possesso o dominio, e dunque ancor più meritoria dell’usus pauper –, nei suoi tre successivi interventi Ubertino mirò a dimostrare che proprio nell’usus pauper si attuava la piena rispondenza all’intentio del fondatore. I suoi interventi si concentrarono essenzialmente sull’osservanza della Regola: equiparandola al Vangelo, Francesco stesso l’aveva resa intangibile (idee ribadite nello Specchio di perfezione [ca. 1318] e nel Commento alla Regola del Clareno [1321-1322]); e poiché i frati si obbligavano ad osservare la Regola, ed essa altro non era che il Vangelo di Cristo, essi si impegnavano ad osservare tutto il Vangelo sotto forma di voto, non soltanto i consigli a modo di precetto. Per gli Spirituali italiani, soprattutto, assunse un carattere sacro anche il Testamento, che essi considerarono una cosa sola con la Regola. Separare i due testi, infatti, avrebbe voluto dire non comprenderli poiché – scrisse audacemente il Clareno – la Regola senza il Testamento sarebbe rimasta priva di un elemento essenziale, come la corona di stelle senza il capo della Donna o una buona azione senza intenzione retta, per limitarci solo ad alcuni dei paragoni da lui menzionati nell’Epilogo del Commento alla Regola.


Precetti e consigli: all’origine di una lunga storia

            Negli anni della grande disputa tra Comunità e Spirituali, Clemente V nominò una commissione di esperti, esterni all’Ordine, affinché esaminassero i dossier prodotti dalle due parti in causa. La commissione elencò una serie di prescrizioni che avrebbero dovuto impegnare sub gravi i Minori. Il papa recepì il frutto di quel lavoro e il 6 maggio 1312 pubblicò la lettera Exivi de paradiso, che si proponeva di chiudere la discussione apertasi con la Quo elongati (1230). Secondo papa Gregorio, i frati erano tenuti ad osservare unicamente quei consigli del Vangelo “espressi con parole di comando o di proibizione nella stessa Regola” (FF 2732); per Innocenzo IV, essi erano tenuti a quei consigli “espressi in modo perentorio o obbligante” (preceptorie vel inhibitorie: FF 2739/2), mentre Niccolò III aveva parlato di consigli “espressi in modo perentorio o obbligante oppure con parole equipollenti” (preceptorie vel inhibitorie vel sul verbis aequipollentibus: SLTO, p. 189). Dal proprio canto, Clemente V chiarì che i frati erano tenuti non soltanto all’osservanza dei tre voti, ma anche di tutto ciò che a questi si riferisce e che è esposto nella stessa Regola (non soluta ad tria vota nude et absolute […] sed etiam tenentur ad omnia ea imprenda quae sunt pertinentia ad haec tria, quae regula ipsa ponit: SLTO, p. 234; riepilogo della questione in Bartolomeo, De conformitate IV, p. 383). Clemente V elencava perciò 24 precetti che, fino al XX secolo, sarebbero stati il punto di riferimento obbligato per tutti gli espositori: è facile comprendere come ne sia scaturita una casistica infinita!


Dagli inizi dell’Osservanza alle origine Cappuccine

            Di lì a poco, sotto il pontificato di Giovanni XXII (1316-1334), si sarebbe comunque aperta una crisi senza precedenti: il papa tentò infatti sin da subito di scardinare i postulati teorici della Exiit qui seminat, fino a giungere, dopo un’ampia consultazione promossa in proposito, a dichiarare eretica la tesi che Cristo e gli Apostoli non avessero posseduto nulla (Cum inter nonnullos, 1323); ne scaturì una forte polemica libellistica, nel corso della quale i teologi vicini al Ministro generale, Michele da Cesena, che nel frattempo si erano rifugiati con lui presso la corte di Ludovico il Bavaro, dichiararono eretico il papa a motivo delle tesi che sosteneva.
            La peste nera che nel 1348 decimò la popolazione europea e svuotò anche i conventi, finì tuttavia per disegnare nuovi scenari. Mentre ancora sfavillavano qua e là i roghi accesi per estinguere l’eresia dei Fraticelli, ripresero voce le idealità e le aspirazioni degli Spirituali: nel 1350 Clemente VI concesse infatti a dodici frati di occupare quattro eremi in Umbria (le Carceri-Assisi, Monteluco, l’Eremita di Portaria, Giano) che sottrasse alla giurisdizione dei superiori ed affidò, invece, al guardiano delle Carceri, Gentile da Spoleto, perché vi si potesse osservare la Regola simpliciter, secondo la purezza primitiva (BF VI, p. 246). Pure nella seconda metà del Trecento e per tutto il Quattrocento, si susseguirono i tentativi di riforma che portarono alla progressiva affermazione del moto Osservante, in un primo tempo prevalentemente indirizzato verso una scelta di carattere eremitico, per poi essere sempre più decisamente calato nella società. Movimenti di riforma sorsero non soltanto in Italia e in Francia, dove più lunga e duratura era stata la penetrazione degli Spirituali, ma anche nella penisola iberica, rimasta per gran parte immune da questo influsso e nella quale gli ideali riformatori sfociarono in tre direzioni: in romitori indipendenti (soprattutto nella Provincia di S. Giacomo, la più distante dal resto dell’Europa), nella riforma villacreziana, nell’Osservanza regolare.
            Gli Osservanti conquistarono progressivamente la loro autonomia e con il pontificato di Eugenio IV ottennero una serie impressionante di privilegi; dal proprio canto, i Conventuali tentarono di reagire di fronte a tanto immediato successo e, sotto il pontificato di Sisto IV, furono vicini al ribaltamento della situazione; grazie anche all’appoggio di principi e sovrani, l’Osservanza riuscì tuttavia a mantenere lo status quo e dal quel momento furono i Conventuali a dover organizzare la difesa. Permaneva, in ogni modo, una diffusa insoddisfazione: una lettura attenta della Franceschina mostra che il suo autore, l’Osservante Giacomo Oddi, nutriva una vera nostalgia per quelli che erano stati gli inizi del movimento riformatore, ormai lontani non solo cronologicamente. Come testimoniano molte lettere pontificie, il richiamo insistente all’osservanza integrale della Regola persisteva tenacemente nel comma programmatico dei gruppi di riforma. Gli stessi Osservanti si trovarono costretti a contenere le spinte centrifughe di quanti avrebbero voluto staccarsi dal movimento per mettere in atto i medesimi programmi che pure erano stati alla sua origine, e per i quali i suoi promotori si erano finalmente distinti dalla Comunità dell’Ordine: nella circostanza, la linea di comportamento degli Osservanti non fu troppo diversa da quella tenuta dalla Comunità prima verso gli Spirituali e, in un secondo tempo, nei loro stessi confronti.
            La Ite vos, la cosiddetta “bolla di unione” con la quale Leone X sancì la definitiva divisione dell’Ordine, non pose affatto fine al diffuso stato di insoddisfazione: ancora nel 1526, con il breve Ex parte vestra, il cardinale Lorenzo Pucci concedeva a Matteo da Bascio, Ludovico e Raffaele da Fossombrone di poter condurre vita eremitica e di osservare la Regola per quanto poteva l’umana fragilità (ci troviamo di fronte ad una forte riaffermazione della posizione rigorista); il comma programmatico ritorna di nuovo nella lettera Religionis zelus, di Clemente VII, diretta agli stessi frati, vale a dire nell’atto di nascita della famiglia cappuccina, emanato dal pontefice per tre soli frati (il che rende senz’altro legittimo domandarsi perché agli Spirituali non fu mai possibile ottenere quanto venne poi concesso ad Osservanti e Cappuccini).


La Regola e la sua purezza: la proposta dell’eremo

I primissimi Cappuccini accentuarono il tratto eremitico, soprattutto nel tempo in cui furono sotto la guida di Ludovico da Fossombrone. Dall’eremo era partita anche la proposta severa ed esigente di fra Paoluccio Trinci e per l’eremo, in un primo tempo, aveva optato tutto il movimento Osservante; esso, tuttavia, subì una sterzata significativa tra il 1412 e il 1413, quando Bernardino lasciò l’eremo del Colombaio, presso Siena, e si gettò a capofitto nella predicazione itinerante: tutta l’Italia centro-settentrionale venne percorsa e conquistata dalla personalità affascinante di questo francescano dalla parola infuocata. Una tanto massiccia immissione nel tessuto urbano costrinse – giocoforza – l’Osservanza ad inserirsi sempre più nella vita sociale; in reazione a tale processo, di fronte al grande afflusso di vocazioni che richiedeva l’edificazione di nuovi, grossi conventi cittadini, ritornò allora in auge ancora una volta il prepotente richiamo dell’eremo, di una vita povera fatta di silenzio e di preghiera. Già nel 1460 Giovanni Brugman, in un opuscolo polemico dal titolo quanto mai significativo (Speculum imperfectionis Fratrum Minorum), rimproverò ai suoi confratelli dell’Osservanza di aver abbandonato la vita ritirata, causando così una deplorevole decadenza della loro originaria scelta di vita. Sulla medesima linea, tra il XV e il XVI secolo non pochi movimenti di riforma, soprattutto in Italia e Spagna, propugnarono un ritorno allo spirito primitivo attraverso la via dell’eremo.
            Per venire incontro a queste richieste, fattesi sempre più pressanti, nel 1523 il Ministro generale Francesco Quiñones emanava gli Statuti per le case di recollezione presenti in territorio spagnolo; nella sostanza, gli stessi vennero da lui promulgati anche per l’Italia poco più tardi, nel 1526. Essi divennero il punto di riferimento per tutti gli Statuti posteriori. Il 22 novembre 1679, Innocenzo XI emanò la bolla Militantis Ecclesiae, con la quale approvava gli atti del Capitolo generale degli Osservanti, tenutosi a Roma, presso il convento dell’Aracoeli, nel 1676; nel prologo di queste disposizioni pontificie veniva detto espressamente: “Si ordina che in ogni Provincia di questa Osservanza siano istituiti tre o quattro conventi di recollezione di primo e secondo noviziato, che valgano al tempo stesso come luoghi di spirituale quiete e seminari di perfezione per tutta la Provincia”.
            Non è per orgoglio civico – sono nato e cresciuto nel suo stesso paese – che ora ricordo Tommaso da Cori, quanto perché l’animatore ed il vero fondatore del Ritiro di Civitella (oggi Bellegra) si mostrò in piena consonanza con il francescanesimo primitivo, optando decisamente per una vita mista di contemplazione e di apostolato, con un’impostazione assai differente da quella che fino ad allora aveva prevalso nelle case di recollezione e di ritiro. La sua fu un’intuizione feconda, al punto tale che le ordinazioni che elaborò per il ritiro di Civitella, approvate dal suo Ministro provinciale nel 1706 ed estese a tutti i conventi di ritiro della Provincia Romana, vennero poi applicate a tutto l’Ordine dai Ministri generali Clemente da Palermo e Pasquale da Varese, nel 1759 e nel 1774.


Il prevalere dell’approccio giuridico

Al fine di conservare la propria famiglia religiosa “nella spirituale observanzia della evangelica e serafica Regula”, nelle Costituzioni di Roma - S. Eufemia (1536) i primi Cappuccini decisero di “ordinare alcuni statuti per siepe de la predicta Regula”, per difendersi “da tutte le relaxazione contrarie al ferventissimo e serafico zelo del padre san Francesco” (Prologo, in FC I, pp. 253-255). Coscienti che fosse volontà di Cristo e di Francesco che la Regola si dovesse osservare “simplicimente, ad literam, senza glosa”, per rispettarla “più puramente, santamente e spiritualmente”, essi decisero di rinunciare a “tutte le glose ed exposizione carnale, inutile, noxie et relaxative”, accettandone però come “vivo commento” “le dichiarazione de’ summi pontefici e la santissima vita, doctrina ed exempli del padre san Francesco” (§ 5, in FC I, pp. 261-262); inoltre, decisero di osservare il Testamento di Francesco, giudicandolo “spirituale glosa ed exposizione” della Regola (§ 6, ibidem, p. 263).
            Nonostante tale petizione di principio, l’approccio giuridico (meglio, precettistico) nei riguardi della Regola finì per trionfare dappertutto in epoca moderna, anche in ambito cappuccino. I commenti dei Cappuccini dello scorcio del Cinquecento e dei primi decenni del Seicento costituiscono una prova evidente della vittoria di questa modalità d’approccio nei confronti del codice di vita della famiglia francescana. L’elenco preciso dei precetti che, secondo la Exivi de paradiso, obbligavano sub gravi i frati, costituì – come si è detto – un punto di non ritorno che influenzerà gli espositori futuri; la teologia della vita religiosa impostasi nell’epoca post-tridentina (Suarez) e che presentava la professione religiosa come un contratto, contribuirà in modo non irrilevante ad accrescere il problema dell’obbligatorietà della Regola, fonte perenne di risorgenti inquietudini. I commenti si moltiplicano, diventando di sempre più difficile lettura per tutti coloro che risultano sprovvisti di un’adeguata formazione giuridica.
Si differenzia, in questa selva di commenti, un curioso Trattato sull’amore evangelico, probabilmente attribuibile agli inizi del Cinquecento, scoperto mutilo in un codice assisano che raccoglie altri commenti alla Regola francescana e pubblicato anni or sono da Costanzo Cagnoni nelle Fonti Cappuccine (ma ne ho di recente rinvenuto un secondo codice presso la Biblioteca Vaticana che, per quanto mutilo anch’esso, consente tuttavia di avere una visione più articolata dell’opera): nella spiegazione del testo non vengono utilizzati né gli antichi espositori, né i pronunciamenti papali; la Parola di Dio si rivela come l’unico fondamento per la comprensione della norma di vita dei Minori.
Alcuni autori – è il caso di Ilario da Parigi – che, insoddisfatti di tale stato di cose, tentarono di tornare alla dottrina scolastica, finirono per veder messa all’Indice la loro opera (cf. Etzi, pp. 125-127). Come scriveva Kaietan Esser, “non ci si staccò da questo modello neppure quando le strutture scientifiche e sociali del mondo secolare, come la vita interna e l’opera della Chiesa, erano già cambiate da tempo. Le spiegazioni della Regola ponevano domande di questo genere (e i novizi imparavano a discuterle con tutti i sussidi della casistica): «che cosa significa cavalcare?» anche molto dopo che i Frati minori viaggiavano in ferrovia, in auto e in aereo. Essi sillogizzavano sul divieto della Regola di usare denaro, quando ormai ogni frate dell’Ordine, come i poveri nel mondo, di fatto usava denaro e doveva usarlo” (cit. da Etzi, p. 127). Alcune settimane or sono, il p. Servus Gieben, coetaneo del nostro Thaddée Matura, con il quale discutevo della questione, mi ha confermato che le cose stavano precisamente in quel modo anche in casa cappuccina, ai tempi del suo noviziato: l’interpretazione giuridica della Regola aveva un peso ben maggiore che non l’insegnamento di Francesco, e mentre la seconda Guerra mondiale spazzava via tante certezze, i novizi delle diverse obbedienze continuavano a discettare nei termini descritti da Esser. E ciò malgrado già nel Capitolo del 1915 l’Holzapfel avesse formulato un’espressa richiesta al Ministro generale perché rivolgesse formale supplica alla Sede Apostolica affinché il papa facesse in qualche modo tabula rasa di tutta una documentazione divenuta ormai ingombrante e nociva per il vero progresso della vita religiosa. Si dovette tuttavia attendere il Concilio Vaticano II perché s’avviasse una generale riscoperta del carisma (peraltro, preparata da studiosi che da anni avevano prodotto notevoli studi in tal senso: si veda il lavoro di F. Uribe in Collectanea Franciscana 76 [2006], pp. 119-160), secondo le indicazioni formulate nel Decreto Perfectae Caritatis.


Il cuore della “Regola e vita”

Come appare oggi alla nostra comprensione questo testo vitale? Esso offre indicazioni preziose per uno stile di vita autenticamente fedele allo spirito del Fondatore ed alle sempre mutevoli condizioni dei tempi. Bisogna a questo proposito ribadire, contro una tentazione sottile e strisciante, che la Regola bollata, nonostante diverse mani abbiano collaborato alla sua stesura, riflette il pensiero autentico di Francesco: non condivido dunque l’opinione di quanti – velatamente o meno – tendono a scavare un fossato tra questo testo e la Regola non bollata. La voce diretta dell’Assisiate compare non soltanto nei molti verbi alla prima persona (cf. II, 17; III, 10; IV, 11; IX, 3; X, 3; X, 7; XI, 1; XII, 3), ma anche in altri passi facilmente identificabili: passi che, più di altri, rivelano una sorprendente consonanza non soltanto con analoghi corrispondenti della Regola non bollata, ma anche con ulteriori scritti di Francesco.
La Regola si presenta dunque come la vita (cf. I, 1; II, 1; II, 17) della fraternità (la famiglia viene designata quattro volte con il termine fraternitas, due volte con il termine religio, una volta soltanto con il termine ordo), una vita che si concretizza nel programma di osservare la povertà e l’umiltà e il Vangelo di Gesù Cristo  (cf. I, 1; VI, 2; XII, 4), in comunione con la Chiesa e nell’obbedienza ad essa (cf. I, 1; XII, 4). Centro e cuore di questo codice di vita risulta, a mio avviso, il capitolo VI che, soprattutto nei vv. 4-6, tradisce anche un diverso genere letterario: come il capitolo VI della Regola di Chiara si distingue dal resto per il tono autobiografico, e quindi per un diverso genere letterario, allo stesso modo si differenzia anche questo capitolo della Regola minoritica: ci troviamo, infatti, di fronte ad un’esortazione in forma diretta, rivolta ai frati da Francesco stesso. Il capitolo sintetizza l’essenza di una vita precaria e mendicante, contenta di possedere solo il Signore Gesù Cristo e di seguire le sue orme in povertà e umiltà (vv. 1-3: minorità), il tutto vissuto insieme, in una piena condivisione di vita e d’anima, nel servizio caritativo reciproco (v. 7-9: fraternità): l’esortazione di Francesco (vv. 4-6) collega questi due brani che sintetizzano l’essenza dell’esperienza francescana.
Un’esistenza umile e sottomessa (cf. III, 10-11.13-14), che non può e non vuole giudicare alcuno (cf. II, 17): l’umiltà, infatti, deve contrassegnare lo stile dei Minori (cf. III, 11; V, 4; VI, 1; X, 1; X, 9; XII, 4); nel suo Testamento Francesco preciserà che i frati dovranno adottare uno stile umile anche in ambito pastorale (vv. 6-7: FF 112). Poiché l’umiltà contrassegna la scelta eucaristica di Cristo (cf. Am I, 16-18: FF 144; LOrd 26-29: FF 221), la vita dei frati deve ‘farsi’ eucaristia, deve assumere, cioè, quei caratteri di umiltà e di povertà che contrassegnarono l’esistenza e le scelte del Cristo.


La lezione della storia

L’abbozzo fin qui tracciato ha posto sotto i nostri occhi una storia contrastata, frutto di una “eredità difficile”: una tensione che trova la sua origine nella persona e nell’esperienza di Francesco stesso. Perché la storia diventi veramente magistra vitae, è tuttavia necessario che se ne apprenda la lezione.
Una tensione perenne Cosa ci insegna dunque la storia francescana? Anzitutto che le tensioni sono parte di essa, perché iscritte, potremmo dire, nel suo DNA; tuttavia la storia mostra pure che le tendenze centrifughe vengono contenute da una sana duttilità, capace di accogliere proposte al di fuori di schemi e scelte ormai consolidati, purché non vengano favoriti i battitori solitari ed orientamenti e strategie siano condivise nei luoghi deputati al discernimento comunitario.
Ortodossia e ortoprassi Otto secoli di vita insegnano pure che non basta l’ortodossia per conservare l’unità, quando viene meno l’ortoprassi; esemplare, a riguardo, è l’accoglienza riservata dagli Spirituali alla Exivi de paradiso: la lettera di Clemente V sposava le critiche di Ubertino allo stato di rilassatezza che si era diffuso nell’Ordine, ma smentiva le attese degli Spirituali su alcuni aspetti essenziali; da un punto di vista teorico, dunque, essa fu per loro un fallimento: eppure il Clareno la ritenne la più vicina di tutte all’intenzione del Fondatore (Liber chronicarum VI, 258). Un impegno maggiore nella repressione degli abusi (e giova dire che le accuse ripetute e circostanziate di Ubertino non furono mai smentite dalla Comunità) avrebbe risolto molte cose. Allora come oggi!
Eremo-città Sempre presente nella storia dell’Ordine si è rivelata poi la tensione eremo-città; Francesco ed i suoi compagni optarono per una “alternanza” (Merlo) eremo-città: nello stesso giorno, come poté osservare anche Giacomo da Vitry nel 1216 (cf. FF 2206), i frati agivano nelle città per poi ritirarsi, di notte, in luoghi solitari. Nel giro di pochi anni la vita nell’eremo divenne una possibilità permanente (cf. Rnb XVII, 5: FF 47; Regola di vita negli eremi: FF 136-138) e, con il passare del tempo, finì per divenire un’alternativa al francescanesimo urbano (dall’alternanza si passò dunque all’alternativa): dall’eremo hanno preso avvio riforme che hanno esercitato un peso decisivo nello sviluppo della famiglia francescana. La storia mostra però che le riforme hanno conosciuto una crescita, non solo numerica, quando hanno lasciato l’eremo per dirigersi verso le piazze cittadine: Osservanti e Cappuccini insegnano…
Autocoscienza istituzionale: sacerdoti e non-sacerdoti Povertà è stata la parola-chiave, la miccia che ha causato notevoli e ripetute esplosioni: che si trattasse di una povertà pensata, a difesa della pretesa supremazia spirituale dell’Ordine, o della ricerca di una povertà vissuta, in nome di una fedeltà allo spirito originario dell’Ordine. La tensione tra le due anime del francescanesimo si manifestò ben presto, vivente ancora Francesco, ma non si trattò di una lotta tra rigoristi e rilassati, come volle all’epoca il Clareno e come, in tempi più vicini a noi, ha ritenuto il Sabatier. In realtà, all’inizio le parti in conflitto rivelarono una diversa coscienza della propria vocazione e della missione dell’Ordine: una parte si mostrò tenacemente attaccata alla memoria delle origini propugnando una testimonianza silenziosa, basata su una vita di condivisione con i poveri, sul lavoro manuale e sull’annuncio della penitenza; un’altra parte, invece, si schierò risolutamente a favore di un inserimento della famiglia francescana nell’attività pastorale, a servizio – e a vantaggio – della riforma della Chiesa. La parte laicale dell’Ordine (quale spazio poteva avere un frate laico nell’attività pastorale?), propese quindi per una continuità con il modello delle origini, mentre la parte sacerdotale si rivelò più incline all’opzione pastorale.
Gregorio IX contribuì in modo decisivo alla vittoria del modello pastorale. Ma se un sacerdote celebra messa, confessa, predica, insegna, si inserisce attivamente nella vita politica della città, ben difficilmente lo si troverà in un lebbrosario o in un ospedale a curare gli infermi. Furono allora soprattutto i frati laici, ai quali era impossibile l’accesso a molte attività pastorali, a tener fede (almeno in alcuni casi) alla primitiva memoria dell’Ordine. Tali chiavi di lettura, ovviamente, non vanno assolutizzate: basti pensare all’esperienza di Antonio di Padova, il quale all’intensa attività di predicazione, fece seguire la quiete di Camposampiero, dove visse in condizioni molto simili a quelle raccomandate nella Regola per gli eremi. Allo stesso modo, anche un personaggio come Elia, che non fu sacerdote, ma certo fu uomo di grandi capacità ed energie, dinamico, votato più alla vita attiva ed al governo che non alla solitudine ed alla quiete, trascorse – stando almeno alla testimonianza di Tommaso da Eccleston – un periodo della propria vita in un eremo, tra il 1230 e il 1232 (cf. FF 2502).
La storia successiva ha visto i religiosi, laici e sacerdoti, agire secondo una netta divisione di compiti: non soltanto il lavoro manuale, ma l’evangelizzazione itinerante (uno sguardo anche veloce agli atti dei processi di canonizzazione è sufficiente a convincersene), elemento fondamentale dell’esperienza primitiva, si è mantenuta viva grazie soprattutto ai religiosi non sacerdoti. Si discute molto oggi – almeno in Occidente – sui frati non sacerdoti e sulla natura dell’Ordine: tuttavia, fin quando l’azione liturgico-pastorale continuerà ad assorbire quasi tutte le energie, ogni possibile discorso sarà destinato al fallimento.


sabato 7 giugno 2014

UNA NUOVA PENTECOSTE FRANCESCANA

fr. Raniero Cantalamessa OFMCap
Assisi, Capitolo delle Stuoie 2009


Raniero Cantalamessa(...) Francesco non ha analizzato i contenuti della sua scelta: quali aspetti del Vangelo si proponeva, cioè, di rivivere. Seguendo il suo istinto del “sine glossa”, lo ha preso in blocco, come qualcosa di indivisibile. Noi però possiamo oggi rilevare alcuni contenuti concreti della sua scelta, basandoci su quello che lo vediamo mettersi a fare prima e dopo il viaggio a Roma e l’incontro con il papa. Possiamo parlare delle tre “P” di Francesco: predicazione, preghiera, povertà.

La prima cosa che Francesco si mette a fare è di andare lui stesso e mandare i suoi compagni in giro per i villaggi e i paesi a predicare la penitenza, esattamente come aveva sentito che faceva Gesù. Gesù intercalava la predicazione con tempi di preghiera: di notte, di giorno, sul fare del mattino, a sera tarda, dalla preghiera partiva e alla preghiera ritornava dopo i suoi viaggi; lo stesso fa ora il piccolo gruppo raccoltosi intorno a Francesco. La preghiera faceva da bordo augusto a tutte le attività del giorno. Tutto questo accompagnato da uno stile di vita povero nel senso più comprensivo della parola, cioè fatto di povertà materiale radicale, ma anche di povertà spirituale, cioè semplicità, umiltà, fuga dagli onori: cose tutte che più tardi Francesco racchiuderà nel nome di “Minori” dato ai suoi frati.
È da rilevare un dato importante: questa primitiva esperienza è interamente laicale. Il grande storico Joseph Lortz ha affermato con forza: “Il centro più intimo della pietà del santo cattolico, Francesco d’Assisi, non è clericale” .
L’intuizione di Francesco trova una singolare conferma nell’orientamento più recente degli studi sul Gesù storico. E’ divenuto abbastanza comune definire il gruppo di Gesù e dei suoi discepoli, dal punto di vista della sociologia religiosa, come “carismatici itineranti”, anche se il modo con cui questa qualifica è intesa da taluni è soggetta a non poche riserve [8]. “Carismatici” indica il carattere profetico della predicazione di Gesù, accompagnata da segni e prodigi; “itineranti” il suo carattere mobile e il rifiuto di stabilirsi in un luogo fisso, confermato dal detto di Cristo: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,20). Non si potrebbe trovare una definizione più adatta di questa per il primitivo gruppo riunito intorno a Francesco: carismatici itineranti. (...)

Una predicazione francescana rinnovata

Come potremmo oggi attuare quei tre aspetti fondamentali della primitiva esperienza francescana che ho evidenziato: predicazione, preghiera e povertà. A proposito del primo, la predicazione, ci si deve porre anzitutto una domanda inquietante: che posto occupa oggi la predicazione nell’ordine francescano? In una mia predica alla Casa Pontificia feci una volta delle riflessioni che credo possono servire anche a noi qui. Nelle chiese protestanti, e specialmente in certe nuove chiese e sètte, la predicazione è tutto. Di conseguenza, è ciò a cui vengono avviati e in cui trovano naturale modo di esprimersi gli elementi più dotati. E' l'attività numero uno nella Chiesa. Chi sono invece quelli che sono riservati alla predicazione tra noi? Dove vanno a finire le forze più vive e più valide della Chiesa? Che cosa rappresenta l'ufficio della predicazione, tra tutte le possibili attività e destinazioni dei giovani preti? A me sembra di scorgere un grave inconveniente: che alla predicazione si dedichino solo gli elementi che rimangono dopo la scelta per gli studi accademici, per il governo, per la diplomazia, per l'insegnamento, per l'amministrazione.
Parlando alla Casa Pontificia dissi: bisogna ridare all'ufficio della predicazione il suo posto d'onore nella Chiesa; qui aggiungo: bisogna ridare all’ufficio della predicazione il posto d’onore nella famiglia francescana. Mi ha colpito una riflessione del de Lubac: “Il ministero della predicazione non è la volgarizzazione di un insegnamento dottrinale in forma più astratta, che sarebbe ad esso anteriore e superiore. E', al contrario, l'insegnamento dottrinale stesso, nella sua forma più alta” [11]. San Paolo, il modello di tutti i predicatori, certamente metteva la predicazione prima di ogni cosa e tutto subordinava ad essa. Faceva teologia predicando e non una teologia da cui lasciare poi che altri desumessero le cose più elementari da trasmettere ai semplici fedeli nella predicazione.
Noi cattolici siamo più preparati, dal nostro passato, a fare i “pastori” che i “pescatori” di uomini, cioè siamo più preparati a pascere le persone che sono rimaste fedeli alla Chiesa, che non a portare ad essa nuove persone, o a “ripescare” quelle che se ne sono allontanate. La predicazione itinerante scelta per sé da Francesco, risponde proprio a questa esigenza. Sarebbe un peccato se l’esistenza ormai di chiese e grandi strutture proprie facessero anche di noi francescani solo dei pastori e non dei pescatori di uomini. I francescani sono “evangelici” per vocazione originaria, i primi veri “evangelici”; non possono permettere che in certi continenti, come l’America Latina, la predicazione itinerante sia appannaggio delle sole chiese “evangeliche” protestanti.
Anche sul contenuto della nostra predicazione ci sarebbero delle osservazioni importanti da fare. Si sa che la primitiva predicazione francescana era tutta incentrata intorno al tema della “penitenza”, al punto che il primitivo nome che i frati si diedero fu quello di “ penitenti di Assisi”. Per predicazione penitenziale si intendeva allora una predicazione centrata sulla conversione nel senso di cambiamento dei costumi, quindi di carattere morale. Fu il mandato che diede ai frati Innocenzo III: “Andate, predicate a tutti la penitenza”. Nella Regola definitiva questo contenuto morale si specifica: i predicatori devono annunciare ”i vizi e le virtù, la pena e la gloria”.
Questo è un punto in cui un ritorno meccanico all’origine sarebbe fatale. In una società tutta impregnata di cristianesimo, questo delle opere era l’aspetto su cui era più naturale e urgente insistere. Oggi non è più così. Viviamo in una società in molti paesi diventata post-cristiana; la cosa più necessaria è aiutare gli uomini a venire alla fede, scoprire Cristo. Per questo non basta una predicazione morale o moralistica, occorre una predicazione kerigmatica che vada diritto al cuore del messaggio, annunciando il mistero pasquale di Cristo. Fu con questo annuncio che gli apostoli evangelizzarono il mondo pre-cristiano e sarà con esso che possiamo sperare di ri-evangelizzare il mondo post-cristiano.
Francesco, e grazie a lui, in parte anche i suoi primi compagni riuscirono a evitare questo limite moralistico nella loro predicazione. In lui vibra in tutta la sua forza la novità evangelica. Il vangelo è davvero vangelo, cioè lieta notizia; annuncio del dono di Dio all’uomo prima ancora che risposta dell’uomo. Dante ha colto bene questo clima, quando dice di lui e dei suoi primi compagni:
“La lor concordia e i lor lieti sembianti amore e meraviglia e dolce sguardo facieno esser cagion di pensier santi”.
Avevano trovato, dicono le fonti, il tesoro nascosto e la perla preziosa e volevano farla conoscere a tutti  L’aria che si respira intorno a Francesco non è quella di certi predicatori francescani posteriori, specie nel periodo della Controriforma, tutta centrata sulle opere dell’uomo, austera e afflittiva, ma di un’austerità più vicina a quella di Giovanni Battista che a quella di Gesù. L’immagine stessa di Francesco viene gravemente alterata in questo clima. Quasi tutti i dipinti di questo periodo lo rappresentano in meditazione con un teschio in mano, lui per il quale la morte era una buona sorella! Continuiamo, dunque pure noi francescani a predicare la conversione, ma diamo a questa parola il senso che le dava Gesù quando diceva: “Convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15). Prima di lui convertirsi voleva sempre dire cambiare vita e costumi, tornare indietro (è il senso dell’ebraico shub!), all’osservanza della legge e all’alleanza violata. Con Gesù non vuol dire più tornare indietro, ma fare un balzo in avanti e entrare nel regno che è venuto gratuitamente tra gli uomini. “Convertitevi e credete” non vuol dire due cose separate, ma la stessa cosa: convertitevi, cioè credete alla buona notizia! È la grande novità evangelica e Francesco l’ha colta d’istinto, senza attendere l’odierna teologia biblica. (...)

Una nuova Pentecoste francescana

Come tradurre in atto tutte le proposte evocate e quelle ancora più numerose che certamente emergeranno dagli interventi che seguiranno? La risposta ci viene dalla parola pronunciata da Francesco vicino alla fine della sua vita: “Io ho fatto il mio dovere; quanto spetta a voi, ve lo insegni Cristo!”. Questa parola non era rivolta soltanto ai presenti, ma ai suoi seguaci di tutti i tempi.
Siamo richiamati a quello che si diceva all’inizio sul carisma francescano: esso non consiste nel guardare a Francesco, ma nel guardare a Cristo con gli occhi di Francesco. C’è una cosa che permane immutata da Francesco a noi, al di sotto di tutti mutamenti storici e sociali: lo Spirito del Signore. Tutta la vita del Poverello, se ci si fa caso, si svolge, sotto la guida dello Spirito Santo. Quasi ogni capitolo della sua vita si apre con l’osservazione. “Francesco, mosso, o ispirato, dallo Spirito Santo, andò, disse, fece…”.
Nella ricorrenza del XVI centenario del con­cilio ecumenico Costantinopolitano 1- il concilio che definì la divinità dello Spirito Santo -, il papa Giovanni Paolo II scrisse: “Tutta l'opera di rinnovamento della Chiesa, che il concilio Vaticano II ha così provvidenzialmente proposto e iniziato… non può realizzarsi se non nel­lo Spirito Santo, cioè con l'aiuto della sua luce e del­la sua forza”. Questo vale più che mai per il rinnovamento degli ordini religiosi.
Ci sono due soli tipi di rinnovamento possibili: un rinnovamento secondo la legge e un rinnovamento secondo lo Spirito. Il cristianesimo –Paolo ce lo insegna – è un rinnovamento secondo lo Spirito (Tit 3,5), non secondo la legge. In realtà la legge non è riuscita a rinnovare veramente nessun ordine religioso; mette in luce la trasgressione, ma non da la vita. Essa è utile e preziosa se messa a servizio della “legge dello Spirito che da la vita in Cristo Gesù” (Rom 8,2), non se pretende di sostituirla. Se, come scrive san Tommaso d’Aquino, anche la lettera del Vangelo e i precetti morali contenuti in esso ucciderebbero se non si aggiungesse, dentro, la grazia della fede e la forza dello Spirito Santo”, cosa dobbiamo dire di tutte le altre leggi positive, comprese le regole monastiche?
Dobbiamo domandarci che cosa può significare per noi francescani, accogliere la grazia della “novella Pentecoste” invocata da Giovanni XXIII. La seconda generazione francescana vide se stessa come la realizzazione delle profezie di Gioacchino da Fiore di una nuova era dello Spirito. C’era, evidentemente, dell’ingenuità, se non dell’orgoglio, in questa identificazione, senza contare che la tesi stessa di una terza era dello Spirito Santo – sia o no da attribuirsi in questa forma a Gioacchino - è eretica e inaccettabile. E tuttavia c’è qualcosa che possiamo ritenere da questo capitolo discusso della nostra storia: la convinzione di essere una realtà suscitata dallo Spirito Santo e che è chiamata a tenere viva nel mondo la fiamma della Pentecoste.
Il primo capitolo delle Stuoie si aprì il giorno di Pentecoste del 1221; si aprì dunque con il solenne canto del Veni creator che faceva ormai parte della liturgia di Pentecoste. Quest’inno, composto nel IX secolo ha accompagnato la Chiesa in ogni grande evento svoltosi nel secondo millennio cristiano: ogni concilio ecumenico, sinodo, ogni nuovo anno, o secolo è iniziato con il suo canto; tutti i santi vissuti in questi dieci secoli l’hanno cantato e hanno lasciato nelle parole l’impronta della loro devozione e amore allo Spirito.
Con esso invochiamo anche noi la presenza dello Spirito su questo nuovo Capitolo delle stuoie. Vieni Spirito creatore. Rinnova il prodigio operato all’inizio del mondo. Allora la terra era vuota, deserta e le tenebre ricoprivano la faccia dell’abisso, ma quando tu cominciasti ad aleggiare su di esso, il caos si trasformò in cosmo (cf. Gen 1,1-2), cioè in qualcosa di bello, ordinato, armonioso. Anche noi sperimentiamo il vuoto, l’impotenza a darci una forma e una vita nuova. Aleggia, vieni su di noi; trasforma il nostro caos personale e collettivo in una nuova armonia, in “qualcosa di bello per Dio” e per la Chiesa.
Rinnova anche il prodigio delle ossa aride che riprendono vita, si alzano in piedi e sono un esercito numeroso (cf. Ez 37, 1 ass.). Noi non diciamo più come Ezechiele: “Spirito soffia dai quattro venti”, come se non sapessimo ancora da dove soffia lo Spirito. Nella settimana pasquale diciamo: “Spirito Vieni Spirito dal costato trafitto di Cristo sulla croce! Vieni dalla bocca del Risorto!”.

lunedì 2 giugno 2014

SULLE TRACCE DI SANTA ROSA - DIARIO DI VIAGGIO IN SPAGNA - recensione di Ricardo Lucio Perriello


Ricardo Lucio Perriello ha recensito il libro di Alessandro Finzi e Pedro Gonzales Redondo,Sulle tracce di santa Rosa. Diario di viaggio in Spagna, del Centro Studi Santa Rosa da Viterbo, Viterbo 2014, pp. 125. ISBN 978-88-907643-2-5.



Il Libro scritto da Alessandro Finzi e Pedro Gonzalez Redondo Sulle tracce di Santa Rosa. Diario di viaggio in Spagna, pubblicato dal Centro Studi Santa Rosa da Viterbo grazie al contributo della Fondazione CARIVIT, ci offre degli spunti di riflessione assai interessanti per lo studio della grande Santa viterbese e del suo culto.  

E’ un libro che nasce dalla narrazione dei due viaggi compiuti in Spagna dai due studiosi del Centro Studi Santa Rosa da Viterbo nel 2012 e nel 2013.
La loro opzione fondamentale è sottolineare la grandezza della Santa e la risonanza internazionale del suo culto e del suo straordinario messaggio. E’ un obiettivo che i due studiosi in questo libro, il quale segue un precedente ed accurato libro su una vita quattrocentesca di Santa Rosa in volgare tedesco ed anticipa un prossimo libro sulle tracce di Santa Rosa nell’America latina, raggiungono perfettamente.
Il testo è avvincente, discorsivo, dinamico e si divide in due parti, ognuna divisa in nove puntate, che scandiscono gli “avvenimenti” e le tappe compiute nei due viaggi: il primo dal 22 al 29 maggio 2012, il secondo dal 31 maggio al 4 giugno 2013.
La ricerca delle straordinarie tracce del culto della Santa in Spagna, che ha visto i due autori protagonisti, riesce a esprimersi nel corso dell’opera in modo tale da renderci compartecipi di questa esperienza spirituale e di studio, trasformandoci in veri e propri compagni di viaggio extra Viterbum. La dimensione internazionale, infatti, del culto della Santa è uno dei grandi obiettivi del Centro Studi Santa Rosa da Viterbo.
Quello che trapela sin dalle prime pagine del libro e che si allea sempre alla elevatissima competenza scientifica dei due autori, è la loro appassionata e appassionante devozione nei confronti della Santa.
Il viaggio inizia con la scoperta, che sembra voluta dall’alto da santa Rosa medesima, in occasione di un convegno imminente a Barbastro, città a Nord della Spagna, di una edizione integrale, su internet, in lingua spagnola di un testo del sacerdote spagnolo Alonso de Guzman, stampato a Madrid nel 1671, di cui si avevano due precedenti edizioni del 1615 e del 1665 stampate a Viterbo dall’editore “Diotallevi”.  La cosa straordinaria, però, era che in una delle pagine bianche interne alla copertina c’era scritto a mano : “E’ delle cappuccine di Barbastro”.
Il viaggio dunque si apre con questa straordinaria scoperta, dopo la quale i due viaggiatori-autori partono per Madrid.  La prima tappa è l’importante quadro seicentesco di Murillo che raffigura santa Rosa inginocchiata accanto alla Madonna, che si trova al Museo Thyssen-Bornemiza. Nel 1982 ci fu un errore  per cui la santa raffigurata venne identificata con santa Rosalia, ma il Centro Studi Santa Rosa da Viterbo individuò l’errore nel 2010 e finalmente l’errore è stato corretto, giacché nel cartellino sotto l’opera vi è ora indicato il nome di santa Rosa.


Tappa successiva è a Barbastro, luogo del convegno e del monastero delle suore Cappuccine proprietarie della vita di santa Rosa di Alonso de Guzman.  Ma questa vita non c’è in monastero! E’ su internet, ma nel monastero è assente! Evento stranissimo, che però ha una spiegazione: probabilmente, secondo la testimonianza delle suore sulla tremenda guerra civile spagnola del 1936, il testo del Guzman fu trafugato quando il monastero fu occupato dai governativi, che vi ammassarono circa un migliaio di prigionieri politici.
Il viaggio prosegue per Guadalajara e poi per Alcalà de Henares, costellato di tentativi di scoprire le tracce del culto di santa Rosa, nella ricerca di statue della Santa, nel riconoscimento di essa nell’iconografia tramite i segni caratteristici come le rose, il cordone e la croce portata in mano.
Notevolissime le riflessioni sul presente della Spagna, sul suo ammodernarsi pur conservando la sua cultura secolare e le sue tradizioni, sull’importanza del paesaggio e della cura dei beni culturali inestimabili, sulla gravità dell’odierna crisi economica. Un viaggio in una terra meravigliosa, compiuto sul finire della splendida primavera mediterranea, mosso da ragioni scientifiche e nutrito da un intenso e vivace sentire spirituale, teso tra la riscoperta del passato e l’incessante incombenza e imprevedibilità del presente e del quotidiano. Un viaggio che segue un programma di scoperta e di documentazione, di verifica dell’ipotesi, e che si apre ad ulteriori viaggi, comunicandoci una “spiritualità dell’itinere”, che probabilmente costituisce una delle più alte forme di sentimento religioso, alternando la concretezza del cammino umano sulla terra e il rimando alla trascendenza. Trascendenza e quotidianità, paesaggio ed anelito ultraterreno si combinano nell’evento del viaggio, quale scoperta di orizzonti sempre nuovi che rinviano ad altri orizzonti in una dinamica tra identità e differenza, tra alterità e tipicità, che caratterizzano dialetticamente quel mistero che è l’essere umano.
L’identità della santa viterbese, così, si arricchisce nella “differenziazione” tramite l’ espansione del suo culto, che abbraccia differenti culture, perpetuandosi nel tempo secondo identità locali e personali irripetibili, che costituiscono come tessere di un mosaico meraviglioso l’incanto del sentire religioso e della pietà popolare verso la candida santa Rosa.  
Ed il viaggio dei due autori procede per la assolata Spagna ad Alcala de Henares, a Cordoba, dove si trovano varie statue di santa Rosa, erroneamente attribuite ad altre figure storiche: interessante la sovente confusione tra santa Rosa e santa Rosalia, confusione che i due studiosi chiariscono attraverso acute motivazioni storiche ed iconografiche. Dopo abbiamo le tappe di Bornos e Cadice, di quest’ultima città viene sottolineata la bellezza del mare e della spiaggia, prospettandoci un orizzonte “mediterraneo”, in cui si proiettano le varie culture nel loro combinarsi, intrecciarsi, dimenticarsi e ritrovarsi. Mi sembra opportuno sottolineare come, nella vita in volgare tedesco della Santa, pubblicata dal Centro Studi nel 2012 a cura di Anna Maria Valente Bacci, venga conferito a santa Rosa anche l’appellativo di “stella dei naviganti”. E possiamo così immaginare, giacché un diario di viaggio sollecita l’immaginazione e la fantasia a pensare e sognare terre lontane nel desiderio di scoprirle realmente, come la Santa abbia protetto i naviganti nel loro viaggio, nel loro arrischiarsi presso un mare che è il cammino e il ponte più rischioso ma, in definitiva, altresì il più necessario. Come Maria, stella maris, ha protetto santa Rosa nel suo cammino, così Rosa fu protettiva nei confronti di quanti si inoltrarono per mare, rischiando la propria vita, ma esportando cultura e civiltà. E’ questo il “miracolo” della diffusione dell’identità, che genera ed alimenta una tradizione, percorrendo un cammino spaziale, temporale e storico, senza alienarsi o disperdersi, ma “donandosi” nelle generazioni.    
Il primo viaggio termina a Siviglia dove nella facciata della chiesa del Convento di santa Paola si trova una formella che raffigura santa Rosa, la formella risale al 1500 ed è stata compiuta da Pedro Millàn… … e, a Siviglia, in qualche modo, “inizia” il secondo viaggio, giacché ne nasce l’esigenza e sorge l’intenzione di proseguire un itinerario, che non si esaurisce in una meta precisa e “definitiva”, ma continuamente si rilancia come viaggio, come storia, come vicenda e desiderio di conoscere l’umanità, nella prospettiva “particolare” dello studio di un culto, che rivela meravigliosamente l’umanità non nella sua valenza astratta, ma nella sua concreta vicenda storica, costituita da paesaggi, sentimenti, ricordi, rimandi, profumi, tradizioni locali e incontri personali, da sorprendenti scoperte, ma anche da inevitabili imprevisti.
Ciò che trapela dal diario di viaggio è anche un’avvincente autoironia, che ben si combina alla passione euristica dei due viaggiatori, riuscendo a immergere il lettore nel vivo della vicenda. Il movimento tra i luoghi, cioè l’itinerario spaziale, si combina con l’itinerario temporale, attraverso il richiamo di differenti vicende storiche: una combinazione, spesso spontanea di eventi, che è vera e propria “fusione di orizzonti”. L’orizzonte del passato più remoto, quello della nascita del culto di santa Rosa in Spagna, attestabile già dal Cinquecento, si combina con l’orizzonte più recente, rappresentato dalle vicende drammatiche del Novecento e della guerra civile, e con l’orizzonte attuale del rinnovamento del culto di santa Rosa in un presente vissuto, che “rilancia” il passato nel concreto scorrere quotidiano della vita.     
Il secondo viaggio dell’ anno 2013 inizia dalla città di Miguel De Unamuno: Salamanca, ove si trova un grande quadro di santa Rosa dipinto da Gomez. Il primo viaggio iniziò con un’opera di Murillo, il secondo viaggio si apre con un altro grande artista che raffigurò magistralmente la Santa. Il percorso procede a Cadice, una delle ultime tappe del viaggio precedente: questa volta i due viaggiatori riescono a visitare il parco, ubicato su uno sperone roccioso sul mare, ove vi è posta la candida statua di santa Rosa che porge le rose. La statua testimonia come il culto della Santa viterbese si sia perpetuato così tanto tempo in Spagna e tale perpetuarsi trova una straordinaria espressione nelle tappe successive del secondo viaggio, tra cui spicca la tappa di Alcolea de Almeria.


Molto significativa è la creazione di una stimolante assonanza tra ricerca di un culto, la conoscenza della spiritualità e il paesaggio ispanico-mediterraneo; quest’assonanza è come il sottofondo “estetico” dell’intero libro, ed aiuta il lettore, stimolato anche dalle bellissime foto di cui è costellato il libro, a “sognare”, “immaginare” e “vagheggiare” orizzonti vicini e lontani assieme, prefigurandosi anche il suo possibile itinerario sulle tracce di santa Rosa. Sembra di sentire, leggendo e rileggendo le varie pagine, sfogliandole e risfogliandole, i passi delle persone nei vicoli, i canti delle processioni, gli echi, i profumi dei fiori sui balconi, il caldo riflettersi della luce solare nelle pietre delle case e nei campi imbionditi, il gusto dei cibi tipici, il decoro delle chiese e il silenzio di fresche sagrestie.   
 La tappa di Alcolea de Almeria rappresenta una sorta di viaggio nel viaggio, la devozione popolare verso la santa in questo paese è straordinaria e vi sono numerose tracce del culto della santa. Qui si tramanda ancora un inno a santa Rosa, che viene dolcemente intonato da un coro di devotissime donne. Viterbo appare luminoso e presente anche in terre lontane, distante dai suoi terreni tufacei, dai suoi boschi magici e dai suoi dolcissimi monti, ma sempre protetto dalla sua candida Rosa.
Torna centrale nella tappa di Alcolea il connubio tra cultura, sentimento religioso e paesaggio, un connubio che attraversa tutto il libro: vicoli, spiagge, strade e piazze assolate, chiese e conventi che costellano la Spagna in modo che diventi una sorta di giardino di chiese e di conventi, ognuno dei quali nasconde il suo piccolo tesoro e, sovente, la sua statua o immagine di santa Rosa. Nella chiesa di san Sebastiano, protettore di Alcolea, c’è un altare, all’estremità del braccio destro del transetto, con la statua di santa Rosa al centro, affiancata dalle statue di san Rocco e san Sebastiano. La statua della Santa era stata distrutta durante la guerra civile, ma ne fu scolpita una nuova simile a quella originale.   
Culto è cultura e la cultura è nel paesaggio da tutelare e non affliggere nella corsa incessante verso una modernità, che rischia di dimenticare le proprie radici nella progettazione del futuro. Il culto è conservato dalla pietà popolare, semplice e spontanea, la quale, intrisa di spiritualità, non dimentica la terra di cui si nutre e in cui è nata … proprio come le rose, proprio come santa Rosa da Viterbo. Questo culto vive di tradizione rinnovata e di memoria. Saranno le generazioni future in grado di tutelare il paesaggio e la memoria? L’itinerario compiuto materialmente si converte in un itinerario spirituale, che non possiede mete ultime, ma, tappa per tappa, esperisce e tocca il proprio centro: la presenza di santa Rosa.  
Da Alcolea il cammino prosegue a Ecija dove nella chiesa dell’ex Convento dei Cappuccini, oggi chiesa della Divina Pastora, vi è una statua molto interessante della Santa, giacchè Rosa non è raffigurata con il dito alzato nell’atto di predicare, ma in un gesto che indica più il sillogizzare e l’argomentare. Sempre ad Ecija nell’ex Convento vi è un quadro di un autore anonimo, che raffigura santa Rosa nell’atto di predicare, in uno scenario che ricorda assai il paesaggio viterbese e il lago di Vico: Viterbo era una delle ultime tappe della via Francigena, che i pellegrini percorrevano verso Roma. Ed ecco che la valenza della figura di santa Rosa come protettrice dei pellegrini ritorna e ritorna proprio in un diario di viaggio.  
Dopo questa suggestiva tappa si giunge a Palos de la Frontera, il luogo dove Colombo salpò per le il nuovo mondo, per poi giungere a Siviglia dove, nella chiesa dei Terziari, si trova un tondo che raffigura santa Rosa.
Questo percorso, che proseguirà in altre circostanze e in altri paesaggi, ci si è mostrato ricco di scoperte, imprevisti, suggestioni: i due viaggiatori si prefiggono e ci prospettano, coinvolgendoci, sempre nuove mete, come se nessuno spazio e nessun tempo determinato possa contenerli e fermarli, protendendosi entusiasti, sciabordanti come fiumi che si dirigono al mare, verso l’eternità. Essi vivono la storia, la esaminano e la analizzano, ma, alla fine, tramite la fede che li infiamma, si librano sopra essa e la superano nell’orizzonte ultimo della superna Verità …. simile a quella che infiammò Rosa nei vicoli di Viterbo tanti anni fa. La storia si allea al paesaggio e si rinnova con la memoria, come la natura si rinnova con l’avvicendarsi delle stagioni; il culto, la cultura, la spiritualità appaiono nel paesaggio e lo caratterizzano, inondandolo di una luce spirituale, che si fonde con la splendida luce del Mediterraneo. L’una e l’altra illuminano e riscaldano la nostra esistenza, la quale, senza la luce, appassirebbe e morirebbe, proprio come le rose.         



     Ricardo Lucio Perriello



http://www.centrostudisantarosa.org/