" Dai loro posti di sentinella, essi aspettano il ritorno del loro Signore, per aprirgli subito, appena busserà. "
venerdì 26 ottobre 2012
mercoledì 24 ottobre 2012
VEDERE E CREDERE - San Francesco uomo di fede.
Dici
Francescani? Intendi uomini di pace. Oggi nella maggior parte dei casi, noi
francescani siamo identificati quali uomini che combattono in prima fila
nell’ambito della promozione della pace, della giustizia e della salvaguardia
del creato. Questo aspetto del nostro carisma corrisponde certo in maniera
significativa alle attese del nostro tempo. Esso merita dunque, ed a ragione, il nostro impegno convinto e fedele.
E’ pur vero che quello
francescano è un carisma di ampio respiro e dalle molteplici sfaccettature.
Esso è più ampio e forte e complesso di
quanto il mondo creda, e merita di essere considerato perciò in una prospettiva
completa, la sola a mio avviso che può escludere malintesi o etichettature
generiche.
Giovanni Paolo
II diceva in un suo discorso che,
soltanto restando fedeli al loro carisma fondamentale, i francescani possono
rendere un servizio valido alla Chiesa e al mondo,. In caso contrario rischiano
di essere trascinati dall’efficientismo tipico di molte realtà umane e cadono
nell’insignificanza della manovalanza generica.
Cosa può servirci
dunque in maniera così essenziale da essere messo al primo posto nei nostri
programmi? Solo un’ autentica testimonianza di fede, di radicalismo cristiano,
può consentirci di uscire fuori dall’ambito mediocre e soffocante
dell’umanesimo orizzontale, dove la fiducia nella redenzione di Cristo è sostituita
da un vago “ volemose bene “, svuotato dal di dentro, dei valori trascendenti,
quindi incapace di entusiasmare, anzi meritevole di disprezzo, come il sale evangelico
che perdendo sapore viene gettato via e calpestato dagli uomini.
Francesco fu
uomo di fede, e di fede severamente ortodossa :” Dame fede recta “ chiedeva infatti all’inizio della sua conversione
davanti al crocefisso di San Damiano.
Ripensando alla
sua vita dobbiamo chiederci : che ruolo giocò in lui la fede? E diamoci pure
questa risposta : fu decisiva. Fu una dimensione che condizionò tutto nella sua
esistenza: cuore, mente, affetti.
Perciò tutti coloro che videro il Signore Gesù secondo
l'umanità, ma non videro né credettero, secondo lo spirito e la divinità, che
egli è il vero Figlio di Dio, sono condannati. E così ora tutti quelli che
vedono il sacramento, che viene santificato per mezzo delle parole del Signore
sopra l'altare nelle mani del sacerdote, sotto le specie del pane e del vino, e
non vedono e non credono, secondo lo spirito e la divinità, che è veramente il
santissimo corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo, sono condannati, ...
Qui occorre ritornare al testo della Ammonizione I, in cui Francesco traccia una analogia tra gli occhi dei discepoli che vedono il corpo di Gesù nella carne e vi riconoscono nella fede il Figlio di Dio e lo sguardo che occorre portare all’Eucaristia: si vede il pane ma nella fede riconosciamo che si tratta del corpo di Cristo. Successivamente il Santo di Assisi paragona l’esperienza di fede degli apostoli alla nostra fede nell’eucaristia:
E come ai santi apostoli si mostrò nella vera carne,
così anche ora si mostra
a noi nel pane consacrato; e come essi con gli occhi
del loro corpo vedevano
soltanto la carne di lui, ma, contemplandolo con gli occhi dello spirito,
credevano
che egli era lo stesso Dio, così anche noi, vedendo
pane e vino con gli occhi
del corpo, dobbiamo
vedere e credere fermamente che questo è il suo santissimo
corpo e sangue vivo e vero.
C’è, infatti, un
vedere che non crede ed un vedere credente. La vera fede implica un certo modo
di “vedere”, tanto da poter parlare di “occhi spirituali”. Il vedere secondo la
carne non tanto si ferma, per così dire, all’apparenza ma equivoca su di essa;
come se la realtà consistesse solo in ciò che si dà immediatamente ai sensi. Il
vedere con gli occhi dello spirito porta a “vedere e credere”, ossia a guardare
la realtà cogliendo in essa la presenza del mistero divino. Si può dire in
definitiva che si vede veramente solo se si crede. Pertanto
si deve dire che per Francesco la vita della fede è profondamente in rapporto
con il sacramento.
Non solo
Francesco è un uomo di fede ortodossa ma la sua fede è dunque fortemente
eucaristica. Egli crede fermamente nella presenza reale di Cristo nell’Ostia
consacrata. Nel Testamento ricorda inoltre che il Signore gli dette tanta fede
nelle chiese e nei sacerdoti. Non si tratta di fede verso una Chiesa o verso
dei sacerdoti ideali, come potremmo facilmente essere indotti a credere, ma nei
confronti di chiese concrete ( usa il plurale ) spesso diroccate come S.
Damiano e la Porziuncola, che egli deve restaurare a mani nude, o verso
sacerdoti a volte indegni e peccatori, ma pur sempre verso realtà in cui è
presente e si può incontrare Gesù Cristo: è infatti nella Chiesa che Dio parla
e si rivolge a Francesco.
E il Signore mi dette tale fede nelle chiese che io
così semplicemente pregavo e dicevo:
Ti
adoriamo, Signore Gesù Cristo,
qui e in tutte le tue chiese
che sono nel mondo intero,
e ti benediciamo,
perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Poi il Signore mi dette e mi dà una così grande fede
nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Romana, a motivo
del loro ordine, che anche se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere
proprio a loro. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi
incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui
dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà.
La Chiesa è il luogo
in cui si incontra Cristo, parola di Dio fatta carne e le sue sono parole che
ci fanno capire con quale intensità il mistero eucaristico costituisca per
Francesco il cuore della vita di fede.
E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e
onorare come miei signori. E non voglio considerare in loro il peccato, poiché
in essi io riconosco il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo
perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient'altro vedo corporalmente, in
questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue suo che essi
ricevono ed essi soli amministrano agli altri.
Si può dire in definitiva che si vede veramente solo
se si crede. Davanti al segno
eucaristico il vedere della fede implica il vedere che questo sia realmente il
corpo e il sangue di Cristo, come i discepoli attraverso gli occhi spirituali
credevano che quell’uomo che avevano davanti era veramente il figlio di Dio.
A questo proposito
è pure significativa la citazione di Mt. 28,20 a conclusione del testo in
riferimento all’eucarestia. “ Io sono con voi fino alla fine del mondo “. Francesco è il primo che interpreta questo
testo in chiave eucaristica.
Tutti i frati siano cattolici, vivano e parlino
cattolicamente. Se qualcuno poi a parole o a fatti si allontanerà dalla fede e
dalla vita cattolica e non se ne sarà emendato, sia espulso totalmente dalla
nostra fraternità.
Non è affatto vero
che Francesco consideri la Chiesa “ misera e necessaria “ , la cui forma romana
sarebbe una minaccia per la forma evangelica, come qualcuno ha scritto o
pensato. Si tratta evidentemente d’una interpretazione ideologica.
La conversione di
Francesco è essenzialmente una riscoperta esistenziale e radicale della fede
cristiana ( vivere il Vangelo ) .
Infine, mi sembra
necessario ricordare come per Francesco la fede sia essenzialmente un dono che
va accolto con gratitudine e coltivato, innanzitutto mediante la preghiera.
È un dono non acquisito una volta per sempre. Per questo nella Regula non
Bullata troviamo un’interessante esortazione a questo proposito: «umilmente
preghiamo e supplichiamo perché perseveriamo nella vera fede». Anche qui
troviamo un invito a non trascurare la vita di fede, chiedendo a Dio di
mantenerci sulla giusta traiettoria del credere. Si tratta, infatti, di perseverare
non in un credere generico ma nella vera fede, affinché il nostro
credere sia realmente atto teologale e non si riduca mai a mera “credulità”.
E’ la fede
l’orizzonte sotto il quale ha potuto sorgere l’esperienza cristiana di
Francesco d’Assisi fino a condensarsi nella regola, nelle sue diverse
riscritture, per diventare così nostra eredità.
Dunque sempre la
fede deve essere l’orizzonte del nostro vivere “ secondo la forma del santo
vangelo “.
Antonio Fasolo Ofs
O alto e lorioso Dio,
illumina el core mio.
Dame fede dricta,
speranza certa
carità perfecta,
humiltà profonda,
senno e cognoscemento,
che io servi li toi comandamenti. Amen
[276]
Per approfondire :
Paolo Martinelli
: SAN FRANCESCO E LA FEDE.
ATTUALITÀ DI UNA
ESPERIENZA CRISTIANA.
giovedì 27 settembre 2012
L'ANNO DELLA FEDE
“Approfitto
volentieri di questa occasione per annunciare che ho deciso di indire uno
speciale Anno della Fede, che avrà inizio l’11 ottobre 2012 – 50° anniversario
dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II – e si concluderà il 24
novembre 2013, Solennità di Cristo Re dell’universo”
(Benedetto XVI alla recita dell’Angelus, 16 ottobre 2011)
(Benedetto XVI alla recita dell’Angelus, 16 ottobre 2011)
Capita ormai non di rado che i cristiani si diano
maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del
loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del
vivere comune che non alla consistenza stessa di questa fede, così data per
scontata.. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso
viene perfino negato. Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto
culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede
e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori
della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte
persone.
Ovviamente noi cristiani non possiamo accettare che il
sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta (cfr Mt 5,13-16).
Anche l’uomo di oggi può sentire di nuovo il bisogno di recarsi come la
samaritana al pozzo per ascoltare Gesù, che invita a credere in Lui e ad
attingere alla sua sorgente, zampillante di acqua viva (cfr Gv 4,14).
Dobbiamo ritrovare il gusto di nutrirci della Parola di Dio, trasmessa dalla
Chiesa in modo fedele, e del Pane della vita, offerti a sostegno di quanti sono
suoi discepoli (cfr Gv 6,51). L’insegnamento di Gesù, infatti, risuona
ancora ai nostri giorni con la stessa forza: “Datevi da fare non per il cibo
che non dura, ma per il cibo che rimane per la via eterna” (Gv 6,27).
L’interrogativo posto da quanti lo ascoltavano è lo stesso anche per noi oggi:
“Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?” (Gv 6,28). Conosciamo la risposta di Gesù: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in
colui che egli ha mandato” (Gv 6,29). Credere in Gesù Cristo, dunque, è
la via per poter giungere in modo definitivo alla salvezza.
Con la
Lettera apostolica Porta fidei dell’11 ottobre 2011, il Santo Padre Benedetto
XVI ha indetto un Anno della fede. Esso avrà inizio l’11 ottobre 2012,
nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II,
e terminerà il 24 novembre 2013, Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re
dell’Universo. Dice il Papa :
Quest’anno sarà
un’occasione propizia perché tutti i fedeli comprendano più profondamente che
il fondamento della fede cristiana è «l’incontro con un avvenimento, con una
Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». Fondata sull’incontro
con Gesù Cristo risorto, la fede potrà essere riscoperta nella sua integrità e
in tutto il suo splendore. «Anche ai nostri giorni la fede è un dono da
riscoprire, da coltivare e da testimoniare», perché il Signore «conceda a
ciascuno di noi di vivere la bellezza e la gioia
dell’essere cristiani».
Per questo, tra le
numerose iniziative che la Chiesa proporrà ai fedeli durante questo periodo,
grande spazio sarà dedicato alla riscoperta dei documenti fondamentali del
Concilio Vaticano II e all’approfondimento del Catechismo della Chiesa
Cattolica.
Il principale avvenimento ecclesiale
all’inizio dell’Anno della fede sarà la XIII Assemblea Generale
Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata da Papa Benedetto XVI nel mese di
ottobre 2012 e dedicata a La nuova evangelizzazione per la trasmissione
della fede cristiana.
Nell’Anno della
fede occorrerà incoraggiare i pellegrinaggi dei fedeli alla Sede di Pietro,
per professarvi la fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, unendosi con
colui che oggi è chiamato a confermare nella fede i suoi fratelli (cfr Lc
22, 32). Sarà importante favorire anche i pellegrinaggi in Terra Santa, luogo
che per primo ha visto la presenza di Gesù, il Salvatore, e di Maria, sua
madre.
Nel corso di
quest’Anno sarà utile invitare i fedeli a rivolgersi con particolare
devozione a Maria, figura della Chiesa, che «in sé compendia e irraggia le
principali verità della fede». È dunque da incoraggiare ogni iniziativa che
aiuti i fedeli a riconoscere il ruolo particolare di Maria nel mistero della
salvezza, ad amarla filialmente ed a seguirne la fede e le virtù. A tale scopo
risulterà quanto mai conveniente effettuare pellegrinaggi, celebrazioni e
incontri presso i maggiori Santuari.
Per tutti i
credenti, l’Anno della fede offrirà un’occasione propizia per
approfondire la conoscenza dei principali Documenti del Concilio Vaticano II e
lo studio del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Così pure risulta
importante conoscere la testimonianza dei Santi e dei Beati che sono gli autentici
testimoni della fede. Il cui esempio ( soprattutto di quelli del proprio
territorio o pertinenti allo propria spiritualità professata ) ,dovrà essere incoraggiata utilizzando anche
i moderni mezzi di comunicazione sociale.
Sarà utile approfondire argomenti di carattere
apologetico.. Ogni fedele potrà così meglio rispondere alle domande che si
pongono nei diversi ambiti culturali, in rapporto ora alle sfide delle sette,
ora ai problemi connessi con il secolarismo e il relativismo, ora agli
«interrogativi che provengono da una mutata mentalità che, particolarmente
oggi, riduce l’ambito delle certezze razionali a quello delle conquiste
scientifiche e tecnologiche», così come ad altre specifiche difficoltà.
L’Anno della
fede «sarà un’occasione propizia per intensificare la celebrazione della
fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia». Nell’Eucarestia,
mistero della fede e sorgente della nuova evangelizzazione, la fede della
Chiesa viene proclamata, celebrata e fortificata. Tutti i fedeli sono invitati
a prendervi parte consapevolmente, attivamente e fruttuosamente, per essere
autentici testimoni del Signore.
L’Anno della fede, in questa prospettiva, è un
invito ad un’autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del
mondo. Riscoprire i contenuti della fede professata, celebrata, vissuta e
pregata, e riflettere sullo stesso atto con cui si crede, è un impegno che ogni
credente deve fare proprio, soprattutto in questo Anno.
Non a caso, nei primi secoli i cristiani erano tenuti
ad imparare a memoria il Credo. Questo serviva loro come preghiera
quotidiana per non dimenticare l’impegno assunto con il Battesimo. Con parole
dense di significato, lo ricorda sant’Agostino quando, in un’Omelia
sulla redditio symboli, la consegna del Credo, dice: “Il simbolo
del santo mistero che avete ricevuto tutti insieme e che oggi avete reso uno
per uno, sono le parole su cui è costruita con saldezza la fede della madre
Chiesa sopra il fondamento stabile che è Cristo Signore … Voi dunque lo avete
ricevuto e reso, ma nella mente e nel cuore lo dovete tenere sempre presente,
lo dovete ripetere nei vostri letti, ripensarlo nelle piazze e non scordarlo
durante i pasti: e anche quando dormite con il corpo, dovete vegliare in esso
con il cuore”.
Per fede i martiri donarono la loro vita, per
testimoniare la verità del Vangelo che li aveva trasformati e resi capaci di
giungere fino al dono più grande dell’amore con il perdono dei propri
persecutori.
Per fede uomini e donne di tutti i tempi hanno
consacrato la loro vita a Cristo, lasciando ogni cosa per vivere in semplicità
evangelica l’obbedienza, la povertà e la castità, segni concreti dell’attesa
del Signore che non tarda a venire. Per fede tanti cristiani hanno promosso
un’azione a favore della giustizia per rendere concreta la parola del Signore,
venuto ad annunciare la liberazione dall’oppressione e un anno di grazia per
tutti (cfr Lc 4,18-19).
Per fede, aggiungiamo noi, S. Francesco e dopo di lui
una schiera innumerevole di santi francescani hanno abbandonato tutto per seguire Cristo povero e
crocifisso.
Per fede noi francescani secolari ci impegniamo con la
professione a raggiungere la perfezione della carità nel nostro stato di vita.
Affidiamo alla Madre di Dio, proclamata “beata” perché
“ha creduto” (Lc 1,45), questo tempo di grazia, di impegno e di
conversione.
Ed
egli disse loro: "Perché avete paura, o gente di poca fede?" Allora,
alzatosi, sgridò i venti e il mare, e si fece gran bonaccia. Mt. 8:26
Antonio
Fasolo Ofs
Cfr. LETTERA APOSTOLICA IN FORMA DI MOTU PROPRIO
PORTA FIDEI del Sommo
Pontefice Benedetto XVI
CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
Nota con indicazioni pastorali per l’Anno
della fede
Etichette:
Cristianesimo
sabato 8 settembre 2012
DALLA PARTE DI GIUSEPPE...
" Così
fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di
Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per
opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e
non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto..."
Con Maria incinta, siamo messi davanti anche alla figura di Giuseppe,
“uomo giusto”, oggi abbiamo ascoltato del suo strazio, del suo profondo
dolore nel rendersi conto che la Fidanzata è incinta. Insieme all’amaro
sconvolgimento interno di Giuseppe, siamo messi di fronte al silenzio di
Maria. Ella tace perché non può parlare, non può spiegare, non può
raccontare al suo fidanzato quello che era successo: come avrebbe
potuto? Certo che desiderava ardentemente che Giuseppe sapesse il
misterioso “come” della sua maternità, ma poteva mai raccontare al
fidanzato quello che era successo? Quale Donna di buon senso, Ella tace e
quale Donna di fede, Ella si affida al Padre e al Figlio che porta nel
grembo.
Anche Giuseppe tace, non chiede, è confuso, smarrito,
addolorato. Non sa cosa fare, ama Maria ed è tutto orientato verso le
nozze ormai alle porte: Cosa fare?
Per meglio capire l’angoscia
di Giuseppe dobbiamo sapere che il rito nuziale giudaico avveniva in
due tempi. Dapprima c’era il Qiddushin (= Sposalizio) nel quale lo sposo
acquisiva la sposa con un anello che infilava all'indice destro della
sposa proclamando: “Ecco, tu mi sei consacrata secondo la legge di Mosè e
d'Israele”, dopo di che veniva steso l’atto di matrimonio (ketubbah) e
lo sposo si assumeva tutti gli obblighi inerenti al matrimonio, ma
questo contratto matrimoniale non dava ancora diritto agli atti
coniugali e quindi i due ancora non andavano ad abitare insieme.
Successivamente si svolgeva, anche a distanza di mesi, il rito del
Nissu'in (= Nozze) con cui lo sposo introduceva la sposa nella sua casa.
Oggi gli ebrei hanno unificato il rito, per cui Qiddushin e Nissu’in
formano l’unico rituale del matrimonio.
All’uomo che, avendo
contratto il Qiddushin, non volesse celebrare il Nissu'in, non restava
altro da fare che ripudiare la fidanzata-sposa con un atto pubblico di
ripudio che doveva essere normalmente motivato, anche se poi, vista la
società maschilista dell’epoca, bastava ogni pretesto per ripudiare la
sposa.
Matteo ci racconta che Giuseppe “decise di ripudiare
Maria in segreto”. Questo brano così com’è rimane più che oscuro,
incomprensibile, perché il ripudio era un atto necessariamente pubblico
in quanto liberava lo sposo dai suoi obblighi di marito di una donna e
questa poteva contrarre matrimonio con un altro uomo. Mancando la
notorietà dell’atto veniva a cadere lo stesso ripudio, cioè, se il
ripudio non è pubblico non è ripudio. Cosa allora si nascondeva nella
decisione di “ripudiarla in segreto”?
Una ipotesi che è stata
formulata da qualcuno, è che Giuseppe avesse deciso di ripudiarla senza
render noto il motivo, tenendo “segreto” il motivo. Ultimamente, in
seguito a ritrovamenti di frammenti di documenti del tempo, sappiamo che
questa prassi era possibile anche se non usuale. Ma questa ipotesi
sembra non reggersi perché Maria era incinta e ripudiarla equivaleva a
disconoscere la paternità del nascituro e conseguentemente ad apporre
l’etichetta pubblica di peccatrice su Maria.
Un’altra ipotesi
sembra più consona alla realtà avvenuta ed è la seguente: il termine “in
segreto” non si riferisce al ripudio, ma alla decisione presa in
segreto (= non comunicata a nessuno) di ripudiare Maria. Questa ipotesi
rende tutto più umanamente comprensibile e semplice: Giuseppe quindi, da
uomo “giusto” vedendo la sua sposa incinta prima che andassero a vivere
insieme, non trova altra soluzione “giusta” che quella di ripudiarla e
quindi sottoporre Maria allo scandalo. Non aveva altre possibilità
“giuste”. Rimanere con Maria e dare il suo nome al nascituro
legittimandolo? Questo non era affatto “giusto” secondo un uomo formato
alla Legge del V. T., dove l’adultera veniva lapidata. E, di fatto,
Maria in quanto sua sposa a tutti gli effetti giuridici, essendo incinta
non da lui appare, ai suoi occhi, necessariamente come adultera.
Giuseppe quindi prese la decisione in segreto, nel suo cuore senza
ancora comunicarla a nessuno, di ripudiare pubblicamente Maria. E quando
si trovava proprio nella fase di esecuzione di quanto deciso, proprio
quindi quando il suo affranto era al massimo e stava per effettuare
“giustamente” l’atto pubblico del ripudio, lì interviene il buon Dio
mandandogli un Angelo a spiegargli come Maria è incinta, sì, ma non è
adultera perché “vergine”!
Pensiamo un po’ alla gioia di
Giuseppe di saper vergine la sua sposa dalla quale credeva di esser
stato tradito. D’altra parte, pensiamo anche alla sua amarezza, al suo
senso di colpa che inevitabilmente gli sopravvenne per aver potuto
dubitare di Maria. Giuseppe, certamente avrà pianto e piangendo avrà
chiesto a Maria di perdonarlo per aver potuto dubitare di Lei.
Siamo quindi oggi di fronte a due “silenzi”: il silenzio di
discernimento di Giuseppe, che chiuso nel suo dolore e davanti al
Signore prende la decisione drammatica, ma necessaria (secondo lui) di
ripudiare la sposa e il silenzio di Maria che sente la propria impotenza
a comunicare a Giuseppe una tale maternità e si abbandona fiduciosa in
Dio. Sono due silenzi che sono per noi “maestri” di vita.
Giuseppe ci insegna con il suo silenzio, con il suo atteggiamento, con
la sua coerenza e fermezza, con la decisione presa di ripudiare la sua
sposa, ci insegna a saper prendere delle decisioni, a fare
discernimento. La decisione che Giuseppe prese nel suo cuore era
oggettivamente sbagliata, ma lui non poteva saperlo. Aveva ragionato sul
fatto, aveva pregato e aveva deciso secondo quanto lui riteneva
“giusto”. A questo punto interviene il Signore a dargli un dato della
questione che non era in suo potere conoscere: quel Figlio è di Dio non è
figlio di un uomo, è Figlio di Dio, Maria è la Madre, ma il seme non è
umano. A questo punto Giuseppe revoca la determinazione presa e ne
prende un’altra. Giuseppe ci insegna a cambiare decisione quando capiamo
che abbiamo sbagliato e a non presumere mai che ogni nostra scelta sia
totalmente giusta e esatta perché non ci è dato di conoscere tutti i
vari aspetti o conseguenze possibili di quanto dobbiamo decidere. È
necessario quindi rimettere sempre ogni nostra decisione nelle mani del
Signore e chiedere che Lui la benedica, la confermi o meno. Tutto questo
richiede una buona dose di umiltà e distacco interiore dal proprio
giudizio. Quando il Signore vede la nostra rettitudine e buona
coscienza, difficilmente ci lascia sbagliare, ma viene in nostro aiuto
con o senza Angeli e ci libera da ogni oscurità della mente e ogni
timore: “Non temere Giuseppe di prendere con te Maria come sposa!”.
Qui abbiamo una seconda annunciazione, quella di Dio a Giuseppe, mentre
a Maria Dio aveva chiesto, tramite un Angelo, di generare suo Figlio,
qui Egli chiede a Giuseppe di far da padre a suo Figlio. Teniamo ben
presente che, come abbiamo cercato di spiegare, Giuseppe era già lo
sposo di Maria quando Dio gli chiese questo, come, d’altra parte Maria
era già la sposa di Giuseppe quando le venne chiesto di generare il
Figlio di Dio. Appare ben chiaro così che queste due annunciazioni sono
espressive di un intervento di Dio nel seno di una coppia di sposi che
sconvolge totalmente i loro programmi, le loro più sante e buone
aspettative sul loro amore, sulla loro famiglia. Dio entra in quel
progetto umano e lo rivoluziona legando al loro “Sì” ad un figlio non
previsto, la salvezza dell’umanità: che mistero!
Dio continua
ancora oggi a sconvolgere i programmi delle persone, continua a
sconvolgere progetti, attese, desideri di coppie che vedono svanire i
propri sogni e attese più intime perché c’è un altro, misterioso sogno e
desiderio di Dio su di loro, impariamo da Maria, impariamo da Giuseppe a
fidarci di Dio, ad accogliere la missione che vuole affidarci per la
salvezza del mondo.
Sembra inverosimile quello che accettò
Giuseppe secondo la mente e il cuore di tanti che hanno una limitata
esperienza dell’amore di Dio e di come Questi possa gratificare,
riempire, soddisfare ogni anelito più profondo dell’animo umano. Quello
che sempre mi dà fastidio è trovarmi davanti qualche dipinto o
raffigurazione della Santa Famiglia dove si nota una giovane Maria
accanto ad un Giuseppe vecchio bacucco: quasi a voler preservare
l’integrità di Maria dalla vecchiezza dello sposo! Quasi a voler
implicitamente affermare che se fosse stato giovane, Giuseppe non poteva
accettare di accogliere Maria come sua sposa senza esserne marito e
quindi vivendo con Lei un amore di intima amicizia, ma non coniugale.
Non è così! Certamente non fu così! Avremo la conferma solo quando
saremo anche noi lassù dove adesso è lui, ma certamente Giuseppe era
giovane quando sposò Maria e seppe rinunciare con semplicità e amore ai
suoi umani desideri di sposo, perché non poteva opporsi, essendo
“giusto”, alle richieste di Dio. Messo davanti a Dio, Giuseppe, da uomo
“giusto”, sa stare al suo posto e ubbidisce lasciando da parte se stesso
per abbracciare quel nuovo ruolo che Dio voleva che assumesse: padre
putativo di suo Figlio e quindi rappresentante della sua paternità. E
abbraccia questo ruolo con tutto se stesso e accoglie Maria presso di sé
con un nuovo amore, più delicato, più intenso, più puro diventando
così, lui, lo sposo della Vergine, anche il primo discepolo di quel
Figlio che Lei porta in grembo e che chiede a tutti noi di accoglierLa
nella nostra casa come Giuseppe a Nazareth e Giovanni al Golgota (cf Gv
19,27).
Dio cosa poteva chiedere a Giuseppe di più umanamente
frustrante? Eppure Giuseppe ebbe fiducia, si abbandonò alla sua volontà e
sperimentò come essa sia veramente sempre “Amore”, misterioso “Amore”
che solo la fede rivela. Carissimi fratelli e sorelle, imitiamo dunque
Giuseppe nell’accogliere nella nostra vita le istanze di Dio, anche
quelle a noi non ancora pienamente comprensibili, sappiamo stare al
nostro posto come lui e ubbidire con amore e certamente il Signore ci
darà la gioia di capire che non ci siamo proprio sbagliati e renderà la
nostra vita, che ai più forse apparirà umanamente sterile e vuota,
divinamente feconda, una vita piena di significato, di valore, di
intensità di affetti e di emozioni, una vita pienamente umana e come
tale gratificante perché piena di Dio e del suo amore.
( dal Web )
Etichette:
Cristianesimo
martedì 24 luglio 2012
Patti Smith: quell’amore per San Francesco lascia traccia nell’ultimo disco
E’
“Costantine’s Dream”, canzone suggerita dall’incontro della cantante
americana con un famoso affresco di Piero della Francesca, “Il Sogno di
Costantino”, custodito nella Basilica di San Francesco ad Arezzo. Ancora
una volta per Patti Smith l’esperienza umana trova la sua dimensione
ideale nella trascendenza della musica, che lei plasma con affascinanti
estetismi, in cui il reading impreziosisce la parte cantata, mettendo
l’accento sulla potenzialità suggestiva della poesia, al centro della
sua intera opera.
‘Oh, Signore, fa’ di me lo strumento della
Tua Pace; Là, dove è l’odio che io porti l’amore. Là, dove è l’offesa
che io porti il Perdono. Là, dove è la discordia che io porti l’unione.
Là, dove è il dubbio che io porti la Fede. Là, dove è l’errore che io
porti la Verità. Là, dove è la disperazione che io porti la speranza.
Là, dove è la tristezza, che io porti la Gioia. Là, dove sono le tenebre
che io porti la Luce’, è una voce in italiano a recitare una parte
della ‘Preghiera semplice’ nella traccia numero 11.
http://www.youtube.com/watch?v=NBEDTeFzDQE&feature=share
Etichette:
Francescani,
Musica
domenica 15 luglio 2012
IL VUOTO (LA VACANZA) È LO STAMPO DI DIO
CHIEDIAMO ALL'INFINITO
di Alessandro D'AVENIA
Leggevo in questi giorni uno spietato romanzo
sulla vita di un rapinatore e assassino
degli anni 50, ambientato nei bassofondi di Los Angeles.
Dopo aver messo a segno un
colpo da mezzo milione di dollari, si ritrova in una casa
con vista sul mare a godersi il bottino:
«Quando sono arrivato quaggiù è stato come arrivare
alla fine dell’arcobaleno, nel luogo
baciato dal sole che appartiene ai sogni di tutti.
Era tutto quello che desideravo dalla vita:
semplicità, una spiaggia, la pace. Ma la pace
si è trasformata in noia e solitudine». Giorno
dopo giorno la noia lo assale, lo divora da
dentro. Non basta mezzo milione di dollari da
spendere in divertimenti a trovar pace. Ha bisogno
di riempire il vuoto e allora, pur sapendo
di rischiare la cattura dal momento che
è un super-ricercato, comincia a preparare un
altro colpo.
Ci si può annoiare anche in vacanza, e siamo
disposti persino a scegliere il rischio pur di lenire
il vuoto profondo che ci afferra.
Il vuoto. Non credo che in altre epoche della
storia sia stato concesso il privilegio di sentire
la morsa disperante del non senso, come
nella nostra o almeno nella forma cristallina
che ha raggiunto oggi.
C’è stata un’epoca in cui gli uomini sapevano
di essere finiti, dentro l’infinito di Dio, e per
questo interpretavano ogni cosa finita come
segno dell’infinito. Venne poi un’epoca in cui
il finito si rese autonomo dall’infinito ed esplorò
tutti gli angoli della sua finitezza, scoprendo
cose che prima non sospettava. Si sentì
più solo, ma sapeva di essere sorvegliato dall’infinito,
così si rassicurava anche se cominciava
ad averne paura. Venne poi un tempo, il
nostro, in cui il finito non volle essere più rassicurato
né impaurito, accantonò l’infinito e
si rese del tutto autonomo, tanto da diventare
infinito o credere di esserlo. Il prezzo pagato
fu che insieme alla sua raggiunta infinitezza
sperimentò l’infinitezza del suo limite: emerse
il vuoto in forma nitida, come uno
stampo svuotato, perfettamente pulito, ma
privo della sua sostanza.
Si decise allora di riempirlo dell’ottimismo
delle "cose da fare" per scacciare quel vuoto,
ma nessuna coincideva con lo stampo e le
troppe cose si rivelarono ingombranti, e si
rompevano pure. Nacque così la vacanza: per
svuotare di nuovo lo stampo dalle cose di cui
lo si era riempito, e tornò la violenta evidenza
del vuoto e si desiderò tornare al pieno di
cose da fare, pur di non sentire con tale forza
l’assenza perturbante. E si cominciò a pendolare,
inquieti. Riempi e svuota.
L’assenza di infinito ci costringe a rendere infinito
tutto: lavoro e vacanza. Andiamo in vacanza
come uno che spegne il computer
quando è andato in tilt, perché il lavoro è solo
schiavitù funzionale a guadagnarsi la vacanza.
Trattiamo l’anima come un interruttore:
on/off. E non troviamo pace.
Cesare Pavese in alcune delle sue poesie più
belle di Lavorare stanca dipinge questo tedio
che ci sorprende all’alba o alla sera: «Poi la
notte, che il mare svanisce, si ascolta / il gran
vuoto ch’è sotto le stelle... / L’uomo, stanco di
attesa, / leva gli occhi alle stelle, che non odono
nulla... / Non c’è cosa più amara che l’alba di
un giorno / in cui nulla accadrà... / Vale la pena
che il sole si levi dal mare / e la lunga giornata
cominci?».
Attendiamo la vacanza come se potesse risolvere
il nostro infinito desiderio di felicità, minacciato
dalla schiavitù del lavoro, ma la vacanza,
impietosa, ci mostra il vuoto che abbiamo
coperto con i troppi impegni feriali.
Così l’attesa si fa ancora più dolorosa e delusa
e le stelle in cui avevamo sperato non ci ascoltano.
Cerchiamo la compagnia in spiagge
affollate e locali rumorosi, che pochi giorni
prima fuggivamo. Cerchiamo divertimenti
ancora più impegnativi di un lavoro che avevamo
vissuto come alibi al vuoto. E non troviamo
pace, perché l’anima non è un interruttore
e il corpo la sua lampadina che prima
o poi si fulmina, ma un’unità che ha pace solo
quando è unità.
Per questo credo che, suo malgrado, l’uomo
di quest’epoca, guardando lo stampo mal
riempito o vuoto, potrà più facilmente chiedere
all’infinito di tornare. L’infinito lo ascolterebbe
e si riverserebbe subito dentro di lui,
come una grazia, colmandone di pace ogni
angolo. Il tedio non è da disprezzare: altro non
è che la percezione dell’assenza dell’immagine
che siamo. L’immagine del Dio fatto carne.
( L'Avvenire - 15.07.2012 )
di Alessandro D'AVENIA
Leggevo in questi giorni uno spietato romanzo
sulla vita di un rapinatore e assassino
degli anni 50, ambientato nei bassofondi di Los Angeles.
Dopo aver messo a segno un
colpo da mezzo milione di dollari, si ritrova in una casa
con vista sul mare a godersi il bottino:
«Quando sono arrivato quaggiù è stato come arrivare
alla fine dell’arcobaleno, nel luogo
baciato dal sole che appartiene ai sogni di tutti.
Era tutto quello che desideravo dalla vita:
semplicità, una spiaggia, la pace. Ma la pace
si è trasformata in noia e solitudine». Giorno
dopo giorno la noia lo assale, lo divora da
dentro. Non basta mezzo milione di dollari da
spendere in divertimenti a trovar pace. Ha bisogno
di riempire il vuoto e allora, pur sapendo
di rischiare la cattura dal momento che
è un super-ricercato, comincia a preparare un
altro colpo.
Ci si può annoiare anche in vacanza, e siamo
disposti persino a scegliere il rischio pur di lenire
il vuoto profondo che ci afferra.
Il vuoto. Non credo che in altre epoche della
storia sia stato concesso il privilegio di sentire
la morsa disperante del non senso, come
nella nostra o almeno nella forma cristallina
che ha raggiunto oggi.
C’è stata un’epoca in cui gli uomini sapevano
di essere finiti, dentro l’infinito di Dio, e per
questo interpretavano ogni cosa finita come
segno dell’infinito. Venne poi un’epoca in cui
il finito si rese autonomo dall’infinito ed esplorò
tutti gli angoli della sua finitezza, scoprendo
cose che prima non sospettava. Si sentì
più solo, ma sapeva di essere sorvegliato dall’infinito,
così si rassicurava anche se cominciava
ad averne paura. Venne poi un tempo, il
nostro, in cui il finito non volle essere più rassicurato
né impaurito, accantonò l’infinito e
si rese del tutto autonomo, tanto da diventare
infinito o credere di esserlo. Il prezzo pagato
fu che insieme alla sua raggiunta infinitezza
sperimentò l’infinitezza del suo limite: emerse
il vuoto in forma nitida, come uno
stampo svuotato, perfettamente pulito, ma
privo della sua sostanza.
Si decise allora di riempirlo dell’ottimismo
delle "cose da fare" per scacciare quel vuoto,
ma nessuna coincideva con lo stampo e le
troppe cose si rivelarono ingombranti, e si
rompevano pure. Nacque così la vacanza: per
svuotare di nuovo lo stampo dalle cose di cui
lo si era riempito, e tornò la violenta evidenza
del vuoto e si desiderò tornare al pieno di
cose da fare, pur di non sentire con tale forza
l’assenza perturbante. E si cominciò a pendolare,
inquieti. Riempi e svuota.
L’assenza di infinito ci costringe a rendere infinito
tutto: lavoro e vacanza. Andiamo in vacanza
come uno che spegne il computer
quando è andato in tilt, perché il lavoro è solo
schiavitù funzionale a guadagnarsi la vacanza.
Trattiamo l’anima come un interruttore:
on/off. E non troviamo pace.
Cesare Pavese in alcune delle sue poesie più
belle di Lavorare stanca dipinge questo tedio
che ci sorprende all’alba o alla sera: «Poi la
notte, che il mare svanisce, si ascolta / il gran
vuoto ch’è sotto le stelle... / L’uomo, stanco di
attesa, / leva gli occhi alle stelle, che non odono
nulla... / Non c’è cosa più amara che l’alba di
un giorno / in cui nulla accadrà... / Vale la pena
che il sole si levi dal mare / e la lunga giornata
cominci?».
Attendiamo la vacanza come se potesse risolvere
il nostro infinito desiderio di felicità, minacciato
dalla schiavitù del lavoro, ma la vacanza,
impietosa, ci mostra il vuoto che abbiamo
coperto con i troppi impegni feriali.
Così l’attesa si fa ancora più dolorosa e delusa
e le stelle in cui avevamo sperato non ci ascoltano.
Cerchiamo la compagnia in spiagge
affollate e locali rumorosi, che pochi giorni
prima fuggivamo. Cerchiamo divertimenti
ancora più impegnativi di un lavoro che avevamo
vissuto come alibi al vuoto. E non troviamo
pace, perché l’anima non è un interruttore
e il corpo la sua lampadina che prima
o poi si fulmina, ma un’unità che ha pace solo
quando è unità.
Per questo credo che, suo malgrado, l’uomo
di quest’epoca, guardando lo stampo mal
riempito o vuoto, potrà più facilmente chiedere
all’infinito di tornare. L’infinito lo ascolterebbe
e si riverserebbe subito dentro di lui,
come una grazia, colmandone di pace ogni
angolo. Il tedio non è da disprezzare: altro non
è che la percezione dell’assenza dell’immagine
che siamo. L’immagine del Dio fatto carne.
( L'Avvenire - 15.07.2012 )
Etichette:
Riflessioni
martedì 12 giugno 2012
MIO NONNO SI CHIAMAVA ANTONIO
Mio nonno si chiamava Antonio (
per gli amici 'Ntoni o meglio ‘ntonitto a causa dell’aspetto minuto ) e forse prima di lui si chiamava così pure il
nonno di suo nonno ed anche il trisavolo….Mio nonno ci teneva però a
sottolineare l’appartenenza al santo giusto,Antonio di Padova, non
quell’altro…quello dei maiali!!! Non sapeva certo che S.Antonio da Padova prima
d’esser religioso si chiamava Fernando ed era nato a Lisbona e prese quel nome
antico ed affascinante di cui non si riesce a definire l’etimo se non in
maniera approssimativa, proprio da Antonio il Grande, Antonio Abate, l’eremita
del deserto che nella tradizione popolare divenne anche il protettore degli
animali. Molti personaggi famosi si chiamarono Antonio, come il rivale di Ottaviano Augusto, l’amante di Cleopatra il
quale fece ahimè una brutta fine…per non parlare di Antonio Vivaldi o di
Antonio Salieri ( il rivale di Mozarth ). Una pletora di santi, letterati,
artisti fra cui il grande Totò De Curtis etc.portano questo nome che non si
sa se derivi dal latino
Antonius, dall’etrusco Anto che
vorrebbe dire "colui che fronteggia i suoi avversari", o
"inestimabile". O dal greco
ánthos (fiore).
A me piace credere che venga proprio da lì, da un
qualche idioma greco arcaico in cui c’entra la parola fiore associata ad un che
di particolare e inestimabile, un fiore raro e stupendo. Mi piacerebbe dare
questa spiegazione a mio nonno ‘ntonitto
... Me lo ricordo ancora sull’uscio della bottega di paese a scrutare il giorno
dell’arrivo dei nipoti, il giorno bello e solare, caldo ed estivo delle vacanze
tanto agognate e la sua mano a frugare in tasca in cerca d’una manciata di
caramelle . Quando nacqui ( e fu nel secolo scorso! ) la vicina di casa di mia
madre aveva da poco perso un figlio a causa d’un tragico incidente. Antonio si
chiamava …e qualche giorno dopo quel lutto nacqui io. C’è in effetti nel nome
Antonio anche un qual cosa che ha a che fare col dolore …Ah il terribile fuoco
di S. Antonio per esempio !!! e sempre la signora Franca ( così si chiamava
quella vicina ) mi volle un bene matto e
fu per me come una seconda mamma, soprattutto ogni volta che la prima entrava
ed usciva dagli ospedali .
La signora Franca frequentava con
assiduità la basilica di S, Antonio al Laterano ed ogni volta che tornava a
casa non mancava di regalarmi un santino del mio patrono. Credo che già allora
cominciavano ad annodarsi i legami che mi avrebbero condotto da adulto ad avere
un particolare rapporto con questo sacro luogo di Roma.
Tutto questo per dire
cosa, voi vi starete chiedendo??? Oggi
su Avvenire ho letto questa bellissima riflessione di Mariapia Veladiano :
Nessun nome nostro
è solo nostro.
Alcuni nomi portano naturalmente e con grazia la memoria di un nonno, a volte uno stormo intero di antenati, e insieme l'eredità di un corpo che è stato: gli occhi blu malandrino di un bisavolo, le dita eleganti di un nonno, il ciuffo ostinato di uno zio.
Altri nomi tengono il capo di un filo di storie che non si lasciano dimenticare. Una santa poverella fatta grande dal suo credere e qualcosa di quel mistero sentiamo di portarlo. Oppure un re col suo corteo di guerre, e forse il nostro arco sempre teso è un ricordo del suo combattere. O sono storie di famiglia, un bisavolo impettito nel ritratto della leva, una nonna di cui sappiamo la grafia limpida come la traccia di una cometa e vien voglia di riordinare il mondo.
Altri nomi ancora portano un dolore dentro e a volte lo curano come un regalo che non si aspetta. Un nostro affetto è partito troppo presto, una vita nuova ci fa rinascere al domani e il nome è il tempo che si mescola all'eterno.
Certo veniamo da lontano e non è strano sentirsi un po' abitati, forse anche accompagnati. Ma quando oggi il nostro nome viene chiamato, siamo noi che rispondiamo.
Ogni nostro nome è solo nostro per quel frammento di eternità nel quale ci appartiene.
Alcuni nomi portano naturalmente e con grazia la memoria di un nonno, a volte uno stormo intero di antenati, e insieme l'eredità di un corpo che è stato: gli occhi blu malandrino di un bisavolo, le dita eleganti di un nonno, il ciuffo ostinato di uno zio.
Altri nomi tengono il capo di un filo di storie che non si lasciano dimenticare. Una santa poverella fatta grande dal suo credere e qualcosa di quel mistero sentiamo di portarlo. Oppure un re col suo corteo di guerre, e forse il nostro arco sempre teso è un ricordo del suo combattere. O sono storie di famiglia, un bisavolo impettito nel ritratto della leva, una nonna di cui sappiamo la grafia limpida come la traccia di una cometa e vien voglia di riordinare il mondo.
Altri nomi ancora portano un dolore dentro e a volte lo curano come un regalo che non si aspetta. Un nostro affetto è partito troppo presto, una vita nuova ci fa rinascere al domani e il nome è il tempo che si mescola all'eterno.
Certo veniamo da lontano e non è strano sentirsi un po' abitati, forse anche accompagnati. Ma quando oggi il nostro nome viene chiamato, siamo noi che rispondiamo.
Ogni nostro nome è solo nostro per quel frammento di eternità nel quale ci appartiene.
Scusatemi se vi ho raccontato queste cose,forse annoiandovi, ma a volte qui sul Web come nella vita …è più
facile confidarsi con un estraneo che con un amico!!! .
Un saluto a tutti, Antonio.
Etichette:
Riflessioni
Iscriviti a:
Post (Atom)







