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martedì 17 marzo 2015

COME VERI ISRAELITI




 
S.Bonaventura narra che in un giorno di Pasqua, in un certo  romitorio (l'agiografo non specifica di quale eremo si trattasse, ma sappiamo che fu in quello di Greccio durante gli ultimi   anni di vita del Santo), Francesco ammaestrò i frati “con santi discorsi a celebrare continuamente la Pasqua del Signore, cioè il passaggio da questo mondo al Padre, passando per il deserto del mondo in povertà di spirito, come  pellegrini e forestieri”.

In questa circostanza   il santo d’Assisi che amava la concretezza e sempre si sforzava di rendere reale e tangibile ogni esperienza di fede ,    era  assorto nella meditazione del mistero che egli cercava sempre di  rendere   attuale. Fu per questo che con un espediente teatrale di grande effetto si presentò ai suoi in veste di mendicante e dopo averne ottenuta l’elemosina improvvisò una memorabile lezione sul senso e lo scopo  dell’itineranza spirituale del frate minore.

Fare pasqua fu per Francesco più che un punto di arrivo, uno stile di vita. Dal momento in cui ascoltò la chiamata del Signore a San Damiano, passando per lo spogliamento davanti al vescovo ed al bacio al lebbroso, come Abramo abbandonò tutto per abbracciare l’avventura della ricerca della terra promessa. Anche a lui come ad Abramo è assicurata una discendenza numerosa come le stelle del cielo, ma è necessario che cammini nella penombra, a volte in una vera e propria oscurità dove nessuno gli dice o gli suggerisce la strada . Egli rivive pienamente l’esodo del popolo ebraico che lascia ogni sicurezza pur   legata ad una condizione di schiavitù, per affrontare l’incertezza del cammino secondo libertà , imprevedibile , pieno di rischi e di cadute ma non disperato perché garantito dalla promessa di Dio di una terra ove scorre latte e miele. E’ la terra promessa ai padri, ma non ancora conosciuta nè vista. L’Esodo ci suggerisce Francesco,  è un grande viaggio da fare: uscire dall’Egitto per entrare nella buona terra.
Durante questo lungo viaggio, al centro si pone come decisivo l’evento del Sinai: l’incontro del popolo con il suo Dio, la grande esperienza religiosa che darà il senso e la forma a tutto quello che succederà in seguito.
Francesco ogni giorno della sua vita prega e supplica di    «avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione»  , perché ogni giorno l’uomo possa sperimentare nella preghiera  la visione consolatrice di Dio, questa ierofania che come la nube o la colonna di fuoco per il popolo ebraico, gli indica la via più sicura per attraversare il deserto del mondo.
Ma per possedere lo spirito del Signore, «non dobbiamo essere sapienti e prudenti secondo la carne, ma piuttosto dobbiamo essere semplici, umili e puri» (2Lf 45). E aggiunge: «beati i puri di cuore, poiché essi vedranno Dio (Mt 5,8). Veramente puri di cuore sono coloro che disdegnano le cose terrene e cercano le cose celesti, e non cessano mai di adorare e vedere il Signore Dio, vivo e vero, con cuore ed animo puro» (Am 16)..

. Il modello è sempre il Cristo pellegrino che si accompagna ai suoi discepoli .  Francesco insegna ai suoi a combattere la cupidigia degli occhi con la povertà, l’orgoglio della vita con l’umiltà e a vivere come pellegrini e stranieri . I frati sono i veri ebrei , i discendenti di Abramo nella fede. Essi riprendono    per proprio conto la storia di Israele secondo la carne: essi devono attraversare un deserto, il mondo, prima di arrivare alla terra promessa cioè il cielo . Con Gesù essi devono passare da questo mondo al Padre e lo possono fare soltanto superando il peccato con la penitenza della povertà, dell’umiltà e del distacco dal mondo.

La Pasqua, ovviamente,  era pure per San Francesco il passaggio dalla morte alla vita, dal peccato alla penitenza, dalla superficialità alla contemplazione. Una contemplazione che è rendimento di grazie a Dio per quanto ha operato in lui attraverso questo Mistero così grande, una contemplazione che si trasforma in lode: “…ti rendiamo grazie perché […] per la croce, il sangue e la morte di Lui ci hai voluti liberare e redimere” (Rnb XXIII, 5).

Fare Pasqua , ci suggerisce Francesco, significa passare nel mondo in povertà di spirito, ricchi cioè di quella beatitudine che - ce l'assicura Gesù - ci fa padroni del Regno. Fare Pasqua,   vuol dire saper accogliere con serenità gli eventi, accettando anche il dolore e la morte nella consapevolezza che essi non sono la meta definitiva.
Fare Pasqua vuol dire trasformare il dolore in amore,    saper gioire delle piccole cose, contentarsi di quel che si ha, senza lasciarsi ardere dalla gelosia e dall'invidia; vuol dire amare la propria persona così com'è, perché è con la nostra povertà che Dio vuol realizzare grandi cose. Francesco ha compiuto questo percorso, fino in fondo, e chiede a noi di fare altrettanto.


                                                                                                                                             Antonio Fasolo ofs










9. Una volta, nel giorno santo di Pasqua, siccome si trovava in un romitorio molto lontano dall'abitato e non c'era possibilità di andare a mendicare, memore di Colui che in quello stesso giorno apparve ai discepoli in cammino verso Emmaus, in figura di pellegrino, chiese l'elemosina, come pellegrino e povero, ai suoi stessi frati. Come l'ebbe ricevuta, li ammaestrò con santi discorsi a celebrare continuamente la Pasqua del Signore, cioè il passaggio da questo mondo al Padre, passando per il deserto del mondo in povertà di spirito, e come pellegrini e forestieri e come veri Ebrei.
( San Bonaventura, Legenda maior, VII, 9- FF. 1129 ).

sabato 24 marzo 2012

CHI NON TOLLERA IL CROCIFISSO


LONDRA, 23. "Sorpresa e preoccupazione" sono state espresse in una nota dalla Chiesa ortodossa russa in merito a un caso di discriminazione che ha coinvolto una fedele della comunità in Gran Bretagna. Una parrocchiana della cattedrale dell'Assunzione a Londra, ha riferito l'arciprete della chiesa, Mikhail Dudko - il cui racconto è pubblicato dall'agenzia Interfax-religion - si è infatti dimessa dopo essersi rifiutata di osservare il divieto di indossare una croce durante l'orario di lavoro.
L'arciprete ha aggiunto che la posizione delle autorità governative britanniche che si oppone alla piena libertà di indossare le croci, è accolta a livello locale come "un vero e proprio divieto" e le persone con scarsa conoscenza della lingua e dei vari aspetti sociali della nazione "hanno virtualmente nessuna possibilità di difendere i propri diritti".
Nel Regno Unito sono diversi i casi di lavoratori cristiani che denunciano discriminazione di vario tipo. Si tratta di divieti posti da alcuni datori di lavoro ai propri dipendenti di indossare simboli religiosi, e fra questi il crocifisso. In particolare, due casi che riguardano una hostess e un'infermiera, Nadia Eweida e Shirley Chaplin, sono oggetto di ricorsi presso la Corte europea dei diritti dell'uomo, ma secondo alcune anticipazioni già pubblicate dai media, lo stesso Governo avrebbe espresso l'intenzione di difendere i datori di lavoro, legittimando così le loro disposizioni che vietano ai propri dipendenti di mostrare apertamente la loro appartenenza alla comunità cristiana mentre svolgono le loro mansioni.
La Chiesa ortodossa russa "ha espresso la propria sorpresa per la discriminazione dimostrata dalle autorità statali britanniche, che da un lato vietano di portare la croce battesimale al collo nei luoghi di lavoro, dall'altro mostrano grande tolleranza nei confronti di altri simboli religiosi e non religiosi".
Nella nota, a firma del presidente del Dipartimento sinodale per l'informazione del Patriarcato di Mosca, Vladimir Legoida, è anche aggiunto che "questa da parte delle autorità della Gran Bretagna è motivo di preoccupazione soprattutto in considerazione dell'esistenza, nelle società europee moderne, di tendenze contrarie volte alla liberalizzazione di ogni istinto umano".
Nella nota si sottolinea che le autorità paiono usare "due pesi e due misure" nei loro rapporti con le comunità religiose: per esempio, i sikh, compresi quelli di loro che lavorano nella polizia londinese, sono ufficialmente autorizzati a portare il turbante, uno dei simboli della loro appartenenza religiosa. "Perché invece - si chiede Legoida - gli antichi simboli dei cristiani dovrebbero essere pericolosi, chi possono offendere?".
Nel concludere, il presidente del Dipartimento sinodale per l'informazione osserva: "Se in una società civile la dimostrazione aperta, non aggressiva della propria appartenenza religiosa non è possibile, allora dobbiamo porci delle domande sulla natura di questa società. Ciò significa che tutte le chiacchiere sulla tolleranza e gli appelli a essa non sono che lettera morta, se non è possibile vivere e mantenere rapporti di buon vicinato senza perdere la propria identità".


(©L'Osservatore Romano 24 marzo 2012)



martedì 28 settembre 2010

GUARDALO, MEDITA E CONTEMPLA....

Camminavo una mattina di tanti anni fa, mano nella mano, io e mia madre, lungo una strada di campagna, il sole già forte e gagliardo, all’inizio dell’estate. Davanti ad una casa un gruppo di giovanotti allora più grandi di me , urlavano sprezzanti e inveivano e maledicevano altri coetanei rivali. “ Vedi quelli ? “, mi disse lei stringendomi più forte la mano, “ non sanno neppure farsi il segno della Croce “.
Oh io no, pensai, io lo conosco bene quel gesto. Ed ora pure, dopo molto tempo, come il fariseo presuntuoso, ringrazio Dio d’avermi fatto cristiano, non come quelli che non conoscono...che non sanno... Nel corso degli anni sono pure migliorato. Ora il segno della croce lo traccio con mano sicura, con gesto collaudato e preciso, spesse volte accompagnato da un inchino. La croce la bacio pure, è appesa sulle mura della mia casa , sul rosario che porto in tasca, al collo, in auto, in ufficio. Va tutto bene... solo una cosa mi manca. Quella croce dovrei forse amarla.
Non è forse vero che quando la sofferenza ci colpisce ci affrettiamo ad iniziare preghiere, novene, sacrifici, pellegrinaggi, chiamiano a raccolta tutti i santi del paradiso, invochiamo pietà, intercessione, misericordia e salvezza. Non ci sfiora neppure per un attimo il pensiero che quella croce che sembra schiacciarci, forse ci sorregge, che sarebbe meglio abbracciarla per amore, perché è l’unica via che ci salva? Parole dure, folli, scandalose. Provate a dirle, a gridarle al mondo, all’amico, al collega che non crede, vi riderà in faccia e sarete considerati illusi, idioti o peggio ancora un pericolo per il genere umano.
San Francesco di cui da poco abbiamo celebrato e ricordato l’impressione delle stimmate, fu un santo singolarmente e profondamente segnato dal segno della croce, sia spiritualmente che fisicamente nella sua carne.
Le armi che aveva sognato da giovane erano contrassegnate con la croce di Cristo. Davanti all’immagine del crocifisso a S. Damiano percepì i primi segni della sua vocazione e poi alla terza apertura del libro dei Vangeli davanti al suo primo compagno Bernardo, lesse “ Chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.” ( Mt. 16,24 )
Poi due anni prima di morire, sulla Verna, l’incontro decisivo con la passione di Cristo: Chiara non fu da meno: “ Mira, o nobilissima regina, il tuo sposo, il più bello tra i figli degli uomini, divenuto per la tua salvezza il più vile degli uomini, disprezzato, percosso, e in tutto il corpo ripetutamente flagellato e morente tra i più struggenti dolori sulla croce. Guardalo medita e contempla e brama di imitarlo ( FF.2879 )
Dice pure S. Bonaventura e qui siamo chiamati in causa pure noi che di S. Francesco ci diciamo seguaci: “ Egli infatti ricevette dal cielo la missione di chiamare gli uomini a conversione e penitenza e di imprimere con il segno della croce, e con un abito penitenziale fatto in forma di croce, il segno Tau sulla fronte di coloro che gemono e piangono e ritornano al Dio vivente.
Che S. Francesco e la Santa Vergine ci aiutino ad amare la croce di Cristo ed anche la nostra croce personale, consapevoli che questa non è strumento di tortura ma di salvezza. Il maestro divino c’insegni a tenere alto il vessillo della croce, lui che risana i cuori affranti e fascia le nostre ferite.

“ Noi predichiamo Cristo Crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio”. ( 1 Cor. 1,23-24 ).