Visualizzazione post con etichetta Ordine Francescano Secolare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ordine Francescano Secolare. Mostra tutti i post

lunedì 26 dicembre 2016

Incontro di Avvento / Ritiro zonale Ofs Roma

Ad una settimana di distanza dal Natale la nostra fraternità   , unitamente alle altre fraternità della zona Centro , alla  presenza di Claudio Mastrogiovanni, referente di zona  del Consiglio Regionale Ofs Lazio e del neo eletto Ministro Guido Fiorani , si sono riunite   presso la Basilica di via Merulana per trascorrere insieme un pomeriggio di spiritualità, di meditazione e di formazione nell’imminenza  della festa che seppur liturgicamente seconda, come ben sappiamo, più stava a cuore a S.Francesco, più lo commuoveva, più sospingeva il suo   cuore verso autentici accessi di tenerezza .

Ingegnoso ed originale l’approccio con cui l’Assistente Spirituale ci ha sospinti verso un breve momento di intima meditazione. Dio abdica alla sua onnipotenza  per fare spazio alla creazione e alla creatura. Il suo ritrarsi crea   la possibilità per la creatura di sperimentare l’esistenza in un ambito di assoluta libertà.
La vergine Maria usa questa libertà dono del divino per accogliere incondizionatamente il Figlio di Dio. Maria lo concepisce prima nel cuore e poi anche nel corpo. Nei suoi pensieri fa largo ai pensieri di Dio, nella sua carne accoglie parimenti il Verbo fatto carne. Un esempio mirabile di incondizionata accettazione del Figlio di Dio che con le parole del Vescovo di Molfetta Don Tonino Bello riusciamo ad attualizzare nella nostra vita quotidiana, piena di egoismi e diffidenze ma quanto più bisognosa di pura  e semplice accoglienza nei confronti dell’altro e del diverso.

E qui ha inizio la riflessione personale : quante volte ci siamo sentiti accolti nella nostra vita? Oppure il contrario rifiutati e disprezzati? Quanto volte nella nostra vita abbiamo avuto paura di accogliere , di amare, oppure   abbiamo esitato a spalancare le porte del nostro cuore, e quante volte invece siamo riusciti a vincere la riluttanza e la diffidenza verso l’altro e donare senza scrupoli?

Scopriamo allora che nella nostra vita ci sono delle ferite ancora aperte, dei pesi che ci abbattono verso la terra e ci impediscono di spiccare il volo verso il cielo, Ognuno , su di un piccolo biglietto ha scritto il proprio “ peso “ e lo ha affidato a Dio perché lo sciolga ( simbolicamente un cesto contenente tutti questi bigliettini, queste ferite, questi pesi, sono stati portati all’altare durante l’offertorio.)

L’Adorazione Eucaristica i Vespri e la S. Messa animata con grande impegno e dedizione hanno concluso questo prezioso pomeriggio di  personale santificazione.

Antonio Fasolo Ofs




mercoledì 9 marzo 2016

CONVERTITEVI E CREDETE AL VANGELO - Il movimento penitenziale dalle origini a San Francesco.


Nell’accezione più comune, praticamente in tutte le lingue moderne, quando si usa il vocabolo “penitenza”, si pensa immediatamente ad un’opera esterna di mortificazione. Vengono in mente dolori corporali inflitti spontaneamente tramite ad esempio, veglie, digiuni o strumenti di autentica tortura come il cilicio o la disciplina (5. Fu soprattutto nell’Alto Medioevo, forse per influenza della filosofia platonica, col suo disprezzo nei confronti del corpo, che tale significato divenne prevalente, come altrettanto comune divenne l’uso di certi strumenti, quali la suddetta disciplina (6) adoperata per castigare la carne con la flagellazione. Si pensava allora che l’unico modo per entrare in rapporto con Dio fosse quello di allontanarsi dal mondo, chiudendosi fra le mura di un monastero, lontani dalle tentazioni della vita normale.
  Il senso originale, biblico prima, e poi francescano, della parola penitenza è invece, come vedremo, completamente diverso.
Nell’Antico Testamento la “penitenza” è essenzialmente un atteggiamento interiore. Il termine usato nella traduzione greca dei Settanta, come anche poi nel Nuovo Testamento, è “ metànoia “, parola che in greco, anche al di fuori del contesto religioso, indica un mutamento radicale di persuasione, di attitudine, di pensiero o di progetti ; secondariamente indica anche il dispiacere per il modo di agire precedente. . Afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica (7) :  “La penitenza interiore è un radicale riorientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura col peccato, un’avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesso.” Convertirsi significa “ritornare a Dio” (8) , sinceramente con azioni che comportano un cambiamento di costumi e la decisione di osservare in avvenire la volontà di Dio. “Cercare Dio” significa “cercare il bene e non il male” (9), ritornare all’amicizia con Lui (10) attraverso un mutamento personale e interiore fortissimo (11) che si esprime anche esteriormente attraverso i segni tradizionali del lutto israelitico (strapparsi le vesti, indossare il sacco e il cilicio, digiunare ecc.).
  Ultimo fra i profeti, alle soglie del Nuovo Testamento, Giovanni Battista scuote energicamente il popolo col suo invito alla penitenza (13. Gesù stesso inizierà la propria missione pubblica con quello che si può considerare l’annuncio essenziale del Regno: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è ormai vicino ; convertitevi e credete al Vangelo” (14.  “Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo (15) “. Successivamente, nella predicazione della Chiesa primitiva, quest’invito si rivolge dapprima a quanti non conoscono ancora Cristo ed il suo Vangelo. Il Battesimo è quindi il luogo principale della prima fondamentale conversione. E’, infatti, mediante il Battesimo che si rinuncia al male e si acquista la salvezza, cioè la remissione di tutti i peccati e il dono della vita nuova (16.
   Tuttavia, già durante i primi secoli di vita della Chiesa, si cominciò a porre il problema della riconciliazione per quei fedeli che dopo aver ricevuto il Battesimo, per umana fragilità erano incorsi in peccati particolarmente gravi (ad esempio : omicidio, idolatria, adulterio). Il perdono era allora legato ad una disciplina molto rigorosa, poteva essere concesso una sola volta nella vita ed i penitenti dovevano fare pubblica ammenda per i loro peccati, spesso per lunghi anni (17.
Paradossalmente, conclusosi il tempo delle persecuzioni, durante il quale la testimonianza dei martiri aveva tenuto alta e viva la fede della comunità cristiana, la pace di Costantino, nel 313 d.C. segnò una svolta importante. Da religione proibita qual era prima, il Cristianesimo passò ad un regime di tolleranza legale, che si trasformerà presto in piena libertà privilegiata, fino a diventare nel 391-2 l’unica religione autorizzata. Tuttavia, mentre il periodo delle persecuzioni obbligava i catecumeni (18) ad una fede d’alta qualità, in epoca constantiniana, si assisté ad un calo di fervore. Si degradavano i motivi di conversione. Dal momento in cui tendevano ad appianarsi gli ostacoli che una volta i candidati dovevano superare, diventò più facile entrare nella Chiesa, ma molti non avevano una motivazione valida e sufficiente, ciò che volevano ottenere era semplicemente il titolo di “cristiano”, senza nutrire in sé un autentico desiderio di conversione.
Intorno al IV sec. d.C. si erano ingrossate le file del cosiddetto Ordine dei Penitenti. Esso sorgeva all’interno della Chiesa, come si è detto, come risultato di una disciplina ecclesiastica penitenziale volta ad ottenere il perdono dei peccati commessi dopo il Battesimo. Coloro che entravano a farvi parte vi restavano sino a quando fosse compiuta l’espiazione fissata dall’assemblea cristiana con a capo il suo Vescovo. Essi esprimevano il loro stato di penitenza interiore, anche con atti esterni quali la preghiera, l’elemosina, il digiuno. A partire dal IV sec. era loro vietato, anche una volta ottenuto il perdono, espletare alcune attività, come il servizio militare, il commercio o altre funzioni pubbliche. Il vedovo non poteva risposarsi né il celibe contrarre matrimonio.
 Contemporaneamente iniziava il fenomeno per cui alcuni fedeli, pur non avendo commesso alcuna colpa grave, e non avendo quindi obbligo di espiare, entravano nell’Ordine della Penitenza di spontanea volontà per amore di perfezione e si assoggettavano volontariamente alla legislazione penitenziale, disposti a rimanervi per tutta la vita, come gli statuti ormai prescrivevano. Erano i penitenti volontari o più semplicemente “ I penitenti ”.  Essi potevano essere chiamati anche “conversi”, perché avevano deciso una “conversio” che si realizzava in varie forme : a) Gli Oblati che si mettevano al servizio di una chiesa, di un monastero o di un episcopio con la promessa di stabilità b) Gli eremiti, fenomeno molto diffuso specie fra il V e l’XI sec. c) Le recluse, cioè donne che si consacravano a Dio senza entrare nelle forme istituzionali del monachesimo femminile d) I pellegrini verso i luoghi Santi. e) coniugi che pur continuando a vivere nelle proprie case, facevano “ vita di penitenza ”. Tutti costoro indossavano un abito caratteristico, dotato di bastone, bisaccia e sandali, spesso contrassegnato da un “Tau”, si dedicavano ad opere di carità presso ospedali, ospizi di pellegrini e lebbrosari, o alla riparazione gratuita di chiese e cattedrali.
   Il movimento penitenziale ricevette un grande impulso in crescita ed in direttive dalla Riforma Gregoriana nella seconda metà del sec.XI, a seguito della quale si verificò la diffusione fra il popolo cristiano più sensibile, dell'anelito ad una vita più semplice, povera ed evangelica, simile a quella dei primi tempi apostolici. Molte furono le forze religiose risvegliate dalla riforma che si proponevano accanto ad un ritorno alla semplicità ed essenzialità evangelica, una forma di predicazione itinerante che intendeva supplire alla carenza pressoché totale di analoghe iniziative da parte della Chiesa “ufficiale”. Purtroppo, parecchi fra questi predicatori vaganti caddero ben presto nell’eresia, anche a causa della mancanza di guide sicure che sapessero mantenerli nell’ortodossia. Primi fra tutti furono i Catari i quali consideravano il corpo e la materia un vero e proprio impedimento alla vita spirituale, giungendo a forme gravissime di disprezzo della persona umana. I Valdesi, coagulatisi intorno a Pietro Valdo, ricco mercante fattosi povero per seguire il Vangelo in maniera più autentica, ebbero sorte alterna. Dapprima accolti benevolmente, entrarono presto in conflitto e quindi in rottura con la gerarchia ecclesiastica. In Italia vi furono gli “Umiliati”, lombardi, lavoratori della lana, praticavano la preghiera comune, una forma di predicazione reciproca, condividevano i loro beni vivendo tutti insieme, coniugati e no. Essi non producevano tessuti di pregio, ma di qualità assai modesta. Innocenzo III approvò il “Propositum” (20) che gli Umiliati gli avevano presentato, colla Bolla Pontificia del 7 giugno 1201, trasformandoli in un vero e proprio Ordine laicale.
    “Secondo alcuni recenti studi, lo stesso concetto di penitenza doveva aver perso molto del concetto biblico di costante conversione interiore ed itinerario a Dio, assumendo piuttosto quello di aspetti esterni di penitenza che si manifestavano anche in forme appariscenti, ma solo come fenomeno cultuale ”. (21)
   Agli inizi del sec. XIII, il panorama del Movimento penitenziale è dunque molto vivace, ma al tempo stesso la sua sopravvivenza era messa in pericolo dalla deviazione eretica di molti gruppi quali i Catari e i Valdesi, mentre la rimanente parte del popolo cristiano, raggruppato in comunità e confraternite che avevano accettato un certo controllo da parte della gerarchia ecclesiastica con un atto di impegno che si chiamava “Professio”, presentava una vivissima sete di guide spirituali che, con la vita e la parola, indicassero alla gente la via da seguire per restare fedeli a Dio e alla Chiesa.
 
                                                                                                Antonio Fasolo Ofs


(5) - R. Pazzelli, in “ Dizionario Francescano ”, voce Penitenza, p. 1447.
(6) - Consisteva in un complesso di funi o catene, piccole o grandi, semplici o terminanti con sbarre o palline di sostanze dure (legno o metallo).
(7) - C.C.C. nr. 1431
(8) - 1 Sam. 7,3
(10) - Os. 3
(11) - Ger. 3,10 ; 4,3-4 ; Ez. 33,14-15 ; Ml. 3,7-8
(12) Una stoffa ruvida e pungente o una cintura con nodi o catenella che si portava sulla nuda pelle.
 (13) – Mt. 3,2 ; Lc. 3,10-14
(14) - Mc 1,15
(15) - LC 13,3
(16) - C.C.C. 1427
(17) - C.C.C. 1447
(18) - Coloro che ricevevano l’istruzione religiosa per essere battezzati.
(21) - Dizionario francescano, p.1479 

martedì 28 aprile 2015

28 Aprile – Beato Lucchese da Poggibonsi Terziario Francescano ( 1181-1251 )

Martirologio Romano: Presso Poggibonsi in Toscana, beato Lucchese, che, dapprima avido di lucro e poi convertito vestì l’abito del Terz’Ordine dei Penitenti di San Francesco, vendette i suoi beni e li distribuì ai poveri, servendo in povertà e umiltà Dio e il prossimo secondo lo spirito del Vangelo.
Beatificato da Innocenzo XII il 27 marzo 1697, Gregorio XVI ne confermò il culto il 23 agosto 1883.
Il beato Lucchese nacque nel 1181 circa a Gaggiano, un villaggio nei pressi di Cedda, antico borgo con bella chiesa romanica a circa quattro Km dall'attuale Poggibonsi, in  Toscana. Ivi una tradizione, documentata almeno dal sec. XV, mostra gli avanzi della sua casa e nell'attiguo Poggio di Montignano  viene  identificato il suo podere,   laddove sono presenti ruderi di un fabbricato, detto il Casalone di San Lucchese. In giovane età sposò una ragazza di nome Bona o Buonadonna figlia di tale Bencivenni di Buono da cui ebbe sicuramente dei figli. Proveniente da una famiglia di contadini preferì dedicarsi al commercio unitamente all'attività di cambiavalute,   mestiere allora redditizio per chi come lui si trovava ad abitare in una zona così centrale della Toscana dove confluivano facilmente monete pisane, fiorentine e senesi. Ben presto tuttavia passò a fare il grossista di grano, alimentari e foraggi  facendosi incettatore e speculatore senza scrupoli .  In quegli stessi anni Lucchese partecipò attivamente anche alla vita politica della sua città dove , sempre secondo la tradizione , fu capo della locale fazione Guelfa , attirandosi purtroppo l'inimicizia di potenti avversari; si ipotizza gli Squarcialupi di Monternano, signori della zona. Per questo tra il tra il 1200 e il 1210,  dovette abbandonare la natia Gaggiano, trovando rifugio nel vicino borgo sorto presso il Castello di Poggio Bonizio, ( attuale Poggibonsi ) dove si dedicò totalmente e non sempre onestamente agli interessi materiali, nel tentativo forse di superare la sua origine contadina ed avvicinarsi così alle classi più elevate. Morti i figli per cause imprecisabili, messo al bando per motivi politici Lucchese viene raggiunto   dalla mano di Dio. Nell’anno 1211 o 1212, al passaggio di S. Francesco per Poggibonsi  Lucchese chiede a lui l'abito del Terz'Ordine e l'ottiene insieme alla moglie, e ad altri fedeli del paese e dei dintorni,   abbandona gli affari e da interessato diventa generoso, distribuisce ai poveri denaro e merci, vende infine ogni cosa "assensu coniugis " (con il consenso della moglie) e si riserva solo l'acquisto d'un campo o orto di un ettaro, da cui trarre il modesto vitto quotidiano con la coltivazione degli ortaggi. E’ il 1227.   Qui Lucchese lavorava il piccolo podere con le sue mani per trarre il necessario per sé, per la moglie e i bisognosi specialmente infermi che assisteva nel vicino ospedale di S. Maria Maddalena. Soccorreva per quanto possibile, tutti gli infermi e i bisognosi che trovava  e spesso andava persino a cercarli spingendosi a questo scopo fino alla lontana Maremma. Dedito alla penitenza e all’orazione, si accostava frequentemente ai sacramenti e spandeva in paese e nei dintorni il profumo della sua santità, confermata, anche in vita, dal dono dei miracoli. Era assiduo nell'ascoltare e meditare la Parola di Dio, nell'essere presente alla Liturgia e a tutte le celebrazioni fraterne e comunitarie, integro nei costumi, dedito ad ogni sorta di penitenze, nel silenzio, nel distacco dalle cose e dal mondo, nell'umiltà, nella pazienza e nella sopportazione delle croci e delle miserie temporali.
Così trascorse il resto della sua esistenza amando Dio, i  poveri e i malati e spargendo ovunque il profumo soave di Cristo per mezzo della sua bontà e della sua misericordia. Quando la moglie si ammalò gravemente egli la soccorse con la massima carità e secondo l’unanime tradizione  una volta morta  , la raggiunse in cielo spirando qualche minuto dopo di lei. Mancavano tre giorni alla fine del mese di Aprile, l'anno del Signore 1251.
Riguardo alla data di morte   tradizionalmente fissata al 28/4/1260,   a seguito della recente acquisizione di un   importantissimo documento presso l’Archivio di Stato di Siena, si ritiene debba essere anticipata almeno al 1251[1] .
Preghiera a San Lucchese.
O inclito confessore di Cristo S. Lucchese, protettore speciale di Poggibonsi, gloria della Valdelsa e primo fra i seguaci di San Francesco d’Assisi nel suo Terz’Ordine, noi ti preghiamo a concederci la grazia di potere imitare le tue grandi virtù, e segnatamente la carità verso il prossimo bisognoso e sconsolato, ricordandoci in ogni tempo e in ogni luogo che il prossimo, massimo se bisognoso e sconsolato, riveste la persona augusta del nostro Signore Gesù Cristo, e quello che si fa ad esso, il Signore lo prende come se fosse fatto a se stesso. Deh ! Fa’ nostro caro avvocato, che noi siamo sempre saldi e costanti nell’esercizio ininterrotto delle opere di carità, sapendo che Dio è carità e chi rimane nella carità rimane in Dio e Dio rimane con lui. E, se Dio rimane con noi, chi ci potrà impedire il cammino del bene? In esso vogliamo persistere irremovibili fino alla morte. Ricoprici tu coi tuoi meriti e con la tua protezione. E così sia.
Link


[1] Nel 1980 fu rintracciato nell’Archivio di Stato di Siena un documento d’eccezionale interesse. Si trattava di un testamento redatto da un notaio di Poggibonsi e datato 4/12/1251. Il testatore, che si chiamava Forzore di Siribuano ed abitava nell’antico castello di Poggiobonizio, nella contrada di Stoppia, era forse un artigiano che esercitava anche la marcatura ed il prestito ad usura. Coetaneo di Lucchese, col quale forse condivideva un tempo la stessa attività, dovette essere certamente colpito dal suo esempio tanto da essere indotto, quando era ancora in salute e nel pieno delle sue forze, a rivedere la propria vita in conformità dello spirito evangelico. Nel suo testamento, infatti, egli si preoccupa di beneficare largamente i poveri, trascurando moglie, figli e nipoti. Fra le altre cose, disponeva una donazione di cinque soldi da depositare sopra il sepolcro di Lucchese. Di conseguenza, oggi possiamo essere sicuri che i coniugi dovettero essere già morti prima di quella data. Riguardo al giorno ed al mese della loro dipartita, la tradizione ha invece indicato sempre unanimemente il 28 aprile

domenica 27 aprile 2014

LE VIRTU' FRANCESCANE SUL SOGLIO DI PIETRO - Roncalli e il santo di Assisi

di JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO*

Nel 1964 Luigi Santucci così scriveva: «Mi pare che il più grande discepolo di san Francesco, da un secolo in qua, sia stato proprio un papa: Papa Roncalli». Lo scrittore si espresse in tal modo, non perché Papa Giovanni XXIIIfu definito il Papa buono, ma perché fu davvero un “francescano”. Infatti, nel discorso del 16 aprile 1959 a San Giovanni in Laterano, in occasione del settecentocinquantesimo dell’a p p ro -vazione della Regola di san Francesco, così si presentò ai membri dell’ordine francescano secolare: «Ego sum Ioseph, frater vester. Con tenerezza amiamo dirlo. Lo siamo da quando giovanetto quattordicenne appena, il 1° marzo 1896, vi fummo ascritti regolarmente... ed amiamo benedire il Signore per questa grazia che Ci accordò».
In più passi de Il Giornale dell’An i m a , delle lettere, dei discorsi ha rivendicato tale appartenenza, affermando che ciò gli aveva procurato «grandi vantaggi spirituali», specialmente, gli aveva permesso di passare dal «Vangelo alla vita e dalla vita al Vangelo». Questo emerge in molti tratti della sua vita, del suo modo di parlare, di ricordare, di relazionarsi agli altri, In una parola, ciò affiora dalle sue virtù “francescane”. Fedele seguace di san Francesco di Assisi, «una figura che c’incanta sempre», lo imitò nella povertà, di cui tesse gli elogi in vari discorsi. Più che altro, la visse anche quando fu chiamato a ricoprire cariche prestigiose. «Nato povero, ma di onorata ed umile gente — scrisse nel suo testamento — sono particolarmente lieto di morire povero. Ringrazio Dio di questa grazia di povertà che mi sorresse a non chiedere mai nulla, né posti, né denari, né favori; mai, né per me, né per i miei parenti o amici». La povertà, annotò ne Il Giornale dell’An i m a ,«mi fa rassomigliare a Gesù poveroeasan Fr a n c e s c o » . Alla povertà GiovanniXXIII ha unito una grande umiltà. «Se voi sapeste — confidava — quale rossore io provo a sentirmi chiamare: Santo Padre. Davanti a Dio siamo tutti suoi piccoli figli. Io mi considero un sacco vuoto che si lascia riempire dallo Spirito». Non è un caso, tra i primi santi francescani canonizzati da Giovanni XXIIIci fu un «modestissimo fratello laico dei frati minori», san Carlo da Sezze. Possedeva Papa Roncalli un’altra virtù tipicamente francescana, l’obbedienza: lo rendeva disponibile a ogni incarico che gli venisse affidato («il Santo Padre disponga pure della mia umile persona in perfetta libertà di spirito...»); specialmente sottolinea la dimensione ecclesiale della sua obbedienza. Di fatti, sempre nel discorso del 1959, Papa Giovanni legava l’obbedienza al fatto che Francesco andò da Papa Innocenzo per farsi approvare lo stile di vita suggeritogli dal Signore: vivere secondo il Vangelo, «sempre sudditi e soggetti ai piedi della Chiesa, stabili nella fede cattolica» (Regola, 12, 4).
  Cioè, per il francescano il voto di obbedienza è anzitutto obbedienza «al Papa e alla Chiesa — annotava nel Giornale dell’An i m a — poi a frate Francesco in tutti i suoi successori». Francesco, povero ed umile, per Roncalli è anche araldo della pace. Ciò risulta dalla sua predilezione per il motto francescano: pax et bonum; dalle molteplici riflessioni, contenute in particolare nelGiornale dell’An i m a , su ciò che dice Francesco a proposito della pace; dal suo “modo operandi”: la bontà che regnava nel cuore del Papa buono, si traduceva in un amore incondizionato verso tutti. Tale bontà non proveniva dal suo carattere bonario, ma scaturiva da una provata virtù. Infine, che cosa dire dell’«attributo caratteristico e fondamentale di ogni fratello in san Francesco? Lo spirito di cattolicità e di apostolato — disse Papa Giovanni XXIII nel discorso del 16 aprile 1959 — quale Francesco lo presentò ai suoi contemporanei, lo lasciò in eredità ai suoi frati, dopo averlo sancito come un precetto nella santa regola». Tale dimensione di cattolicità e di missionarietà di Papa Roncalli si evince in tutte le vie da lui percorse in Oriente e Occidente. Soprattutto nella sua volontà di porre il concilio Vaticano II, che stava per aprirsi, sotto la protezione di san Francesco, che molti secoli prima era riuscito a promuovere un profondo rinnovamento della Chiesa. Nell’o ccasione del pellegrinaggio ad Assisi, siamo al 4 maggio 1962, tra l’a l t ro disse: «O città santa di Assisi, tu sei rinomata in tutto il mondo per il solo fatto di aver dato i natali al Poverello, al santo tutto serafico in ardore». Queste parole lasciano trasparire la grande venerazione che Giovanni XXIIInutriva per il serafico padre san Francesco che, con il suo voler vivere semplicemente secondo il santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo, riuscì a rivoluzionare la Chiesa.

*Arcivescovo segretario
della Congregazione per gli istituti di vita consacrata
e le società di vita apostolica

 L’OSSERVATORE ROMANO - domenica 27 aprile 2014 - pagina 7

sabato 26 aprile 2014

SAN LUIGI IX OTTOCENTESIMO DALLA NASCITA ( 1214 -2014 )

Si sono aperti ieri i festeggiamenti per gli ottocento anni dalla nascita di San Luigi IX , re di Francia e patrono dell'Ofs.

Luigi o Ludovico IX. terziario francescano, nacque a Poissy il 25-4-1214. In seguito alla repentina morte del padre, Ludovico VIII, divenne re a undici anni, sotto la tutela della madre, Bianca di Castiglia. Donna prudente ed energica, ella seppe trionfare delle resistenze dei nobili miranti a sminuire il regio potere; indusse Raimondo VII di Tolosa a porre fine alla guerra contro gli albigesi (1229); riunì alla corona francese il ducato di Narbonne: si assicurò la successione al contado di Tolosa. L'Alta Provenza invece fu ceduta alla Chiesa, donde la sovranità dei Papi sul Venosino e Avignone.

Ludovico IX, alto, esile, allevato con cura dalla madre rigidamente cattolica, a diciannove anni fu dichiarato maggiorenne e sposò Margherita, figlia del conte di Provenza (1234), che doveva dargli undici figli. A ventun anni la reggente gli rimise il potere, ma il figlio volle riservarle una larga partecipazione al governo, il che gli consentì di circondarsi di saggi e illuminati ministri che lo coadiuvarono nell'assicurare pace e prosperità al suo popolo. Egli passò difatti alla storia come il migliore e il più tipico monarca cristiano del Medio Evo, modello a tutti di giustizia e d'imparzialità. Non soltanto i suoi feudatari, ma anche sovrani stranieri e papi ricorsero sovente al suo giudizio arbitrale nelle loro contese. E' rimasto famoso il lodo pronunciato da lui ad Amiens il 24-1-1264 nel conflitto tra Enrico III, re d'Inghilterra, e i suoi baroni.
I rapporti tra Ludovico IX e la Chiesa furono sempre cordiali. Se durante il suo regno permise che in Francia fosse introdotta l'Inquisizione romana, non permise mai al clero e al papa invadenze nel proprio dominio. A varie riprese ebbe a protestare contro le esigenze finanziarie di Innocenzo IV (+1254), e permise la costituzione di leghe fra i suoi baroni, intente a protestare contro le aspirazioni del clero all'indipendenza dalla giustizia regia nelle questioni temporali e a limitare l'accrescimento della ricchezza delle chiese e dei conventi a danno dei possessori laici. Nel conflitto tra il papato e il dissoluto imperatore Federico II, deposto nel concilio di Lione (1245) da Innocenzo IV, assunse un atteggiamento di assoluta neutralità. Intraprese opera di mediazione presso il papa nel convento di Cluny, ma restò infruttuosa. Quando l'imperatore, poco prima di morire (11250), concepì il disegno d'impossessarsi del Sommo Pontefice a Lione, egli gli fece sapere che a quell'impresa si sarebbe opposto con la forza. Quando Urbano IV (+1264) decise di sottrarre a Manfredi, figlio naturale di Federico II, il regno delle Due Sicilie per offrirlo a Carlo D'Angiò, fratello di Ludovico IX, questi non lo sostenne formalmente, ma permise a molti suoi baroni di prendere parte alla spedizione (1265).
Il Concilio di Lione (ecumenico XIII) aveva lanciato un appello invocante aiuto per i cristiani della Palestina ridotti nel 1244 dal sultano d'Egitto soltanto al possesso di loppe, Accon e Antiochia. Nel crescente raffreddamento per la santa causa, solo Ludovico IX fece voto di crociarsi appena fosse guarito della malattia che lo travagliava, e di mettere con disinteresse al servizio della sesta crociata tutte le sue energie. Nel 1248 partì infatti con un imponente esercito alla volta dell'Egitto. Dopo la conquista di Damietta ( 1249), mentre si avvicinava al Cairo, fu sconfitto a Mansura con tutto il suo esercito, decimato dalla peste (1250), a causa della disobbedienza di suo fratello, Roberto d'Artois, che aveva attaccato il nemico senza attendere il grosso dell'esercito. Nella ritirata Ludovico IX fu fatto prigioniero. Riscattò se stesso e i suoi compagni di sventura superstiti con una somma di 800.000 bisanti e la restituzione di Damietta. Si trattenne ancora a S. Giovanni d'Acri fino al 1254 e liberò molti prigionieri cristiani tra la generale ammirazione dei saraceni che lo avevano soprannominato il Sultano giusto. Non poté aspirare a risultati migliori perché gli vennero a mancare gli aiuti dalla patria. Durante la sua assenza Bianca di Castiglia, reggente del regno, aveva represso la rivolta dei pastorelli o contadini (1251).
Alla morte della madre (+1252) Ludovico IX tornò in Francia dove provvide all'organizzazione dei suoi stati e al consolidamento dell'autorità reale; interdisse le guerre private nei suoi domini; nominò degli "inquirenti reali" incaricati di visitare le province per prevenire o reprimere gli abusi dei balivi, siniscalchi e prevosti; abolì l'antica consuetudine del duello giudiziario; impose la "quarantena del re" di Filippo Augusto, suo nonno, cioè i 40 giorni che dovevano intercorrere tra l'offesa e la vendetta, durante i quali uno dei due avversari poteva ricorrere alla giustizia regia e mutar la guerra in un processo; istituì i casi di esclusiva competenza del sovrano, che egli esaminò nel bosco di Vincennes, seduto sotto una quercia; chiamò a sedere davanti ai tribunali legisti perché consigliassero i giudici; creò una commissione giudiziaria a corte che fu l'origine del parlamento; fece degli sforzi in vista di realizzare l'unità monetaria; favorì la fioritura della vita comunale; combatté le eresie degli albigesi e dei valdesi; promosse la pubblicazione del Libro dei Mestieri, vero codice industriale, superiore al suo tempo; proscrisse l'usura e i giochi d'azzardo; assicurò i privilegi del clero mediante la Prammatica Sanzione (1269); edificò a Parigi la Sainte- Chapelle in onore della corona di spine; eresse il collegio teologico (1257) detto poi la Sorbonne; fondò le Filles-Dieu per le donne cadute; gli ospedali di Pontoise, Vernon, Compiègne per i malati; i Quinze-Vingts per i 300 cavalieri abbacinati dai saraceni; emulò le opere buone compiute da S. Giovanni da Matha con la fondazione dell'ordine della SS. Trinità, al quale fu affiliato l'11-6-1256.
In politica estera Luigi IX cercò di eliminare i motivi di attrito tra la Francia e i paesi vicini. Una lega feudale, capitanata da Ugo il Bruno, conte delle Marche, e sostenuto da Enrico III, re di Inghilterra, fallì perché il santo re forzò il ponte di Taillebourg, e riportò una seconda vittoria a Saintes ( 1242). Convinto però che la pace deve essere fondata sul diritto, regolò il conflitto anglo - francese cedendo al re d'Inghilterra, col criticato trattato di Parigi (1259), la Guyenne, Limoges, Cahors e Périgueux, ottenendo in cambio la Normandia, l'Anjou, la Turenna, il Maine e il Poitou, terre già confiscate da Filippo Augusto a Giovanni senza Terra (+1216 ), dopo che lo aveva dichiarato decaduto dai suoi feudi francesi per l'assassinio del Plantageneta Arturo di Bretagna, pretendente come lui al trono d'Inghilterra, alla morte di Riccardo Cuor di Leone, suo fratello.
La figura di Ludovico IX restò circonfusa dell'aureola della santità. Il sire di Joinville, suo amico, ce ne lasciò una biografìa che è uno dei primi monumenti della letteratura storica francese.
I cristiani di Palestina nel 1268 perdettero anche loppe e Antiochia. Per compiacere Carlo d'Angiò, Ludovico IX intraprese allora (1270) l'ottava crociata, e si diresse prima a Tunisi, malgrado i consigli del papa, lo scontento dei vassalli e la sua cattiva salute, cullato dall'illusione che l'emiro di quella città fosse disposto a farsi battezzare con il suo popolo, per poi marciare contro l'Egitto come alleato degli occidentali. Nelle vicinanze di Cartagine scoppiò tra i soldati il tifo, che falcidiò l'esercito appena sbarcato e ridusse in fin di vita lo stesso re che a Tunisi morì il 25-8-1270. Agli inviati del principe della città aveva detto: "Desidero così vivamente la salvezza della sua anima che consentirei di restare nelle prigioni dei saraceni tutta la mia vita senza mai vedere il giorno, purché lui e tutta la sua gente si facciano cristiani".
La pietà di Ludovico IX fu sincera e senza affettazione benché il messaggero di Gueldre (Olanda) lo schernisse perché "bacchettone, collo torto e col cappuccio sulle spalle". Tutti i giorni ascoltava due messe e recitava le ore come i chierici. Amava ascoltare la parola di Dio, leggere la Bibbia, meditare i Padri e intrattenersi in questioni teologiche. A sera, prima di coricarsi, recitava 50 Ave Maria e faceva altrettante genuflessioni. Nei viaggi si fermava così a lungo nelle chiese che il suo seguito s'impazientiva.
A mensa era molto frugale. Volentieri si privava delle primizie e dei pesci di cui era ghiotto. Ogni venerdì si confessava e si faceva flagellare dal sacerdote con cinque catenelle di ferro. Portava il cilicio e ne offriva in dono agli amici. Durante l'avvento, la quaresima e ogni volta che si accostava alla Comunione dormiva da solo. Dopo che era stato con la regina non si permetteva di baciare i reliquiari. Per i poveri nutrì sempre un amore sviscerato. Invitava sovente i mendicanti alla sua tavola, li serviva e mangiava i loro avanzi. Visitava i lebbrosi e curava i malati più ripugnanti. In Palestina fece anche il becchino. Bonifacio VIII lo canonizzò nel 1297.
___________________
Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 281-284
http://www.edizionisegno.it/

mercoledì 19 febbraio 2014

L’ALBERO FRANCESCANO: ELEAZAR DE SABRAN - di Milvia Bollati

Tra i santi che compaiono nell’arazzo sistino con l’albero francescano, conservato nel Museo del tesoro della Basilica di san Francesco, figura sant’Eleazar de Sabran, un santo oggi non molto noto. Sant’Eleazar si presenta con una spada – era infatti cavaliere e nobile – e un rosario nella destra. Sono poche le notizie biografiche che lo riguardano. Rampollo della nobile famiglia de Sabran in Provenza, Eleazar (1286-1323) sposa nel 1300 Delfina di Signe (1284-1360). Un matrimonio fortemente voluto da Carlo II, ma che la giovane Delfina avversava, avendo fatto voto di castità. Fu solo grazie all’insistenza – e alle parole – di Guillaume de Martial, frate dell’ordine dei Minori, che Delfina accettò infine le nozze. Il voto di Delfina fu però accolto anche da Eleazar e i due novelli sposi vissero castamente come i due santi sposi Cecilia e Valeriano.

La famiglia Sabran, originaria della contea dell’Ansouis a sud-est di Avignone, prestava il proprio servizio presso la corte angioina come altre nobili famiglie provenzali. Dalla Provenza a Napoli: Eleazar è presso la corte di re Roberto e della regina Sancia di Maiorca, di cui conosciamo la vicinanza all’ala pauperistica dell’ordine nato con Francesco, i cosiddetti spirituali. Sancia aveva ricevuto la sua educazione proprio tra i francescani e fu legata sempre da profondo affetto all’ordine. A Napoli la regina si era fatta promotrice della fondazione di diversi monasteri, Santa Chiara, Santa Maria Maddalena – per citarne alcuni – e Santa Croce di Palazzo, mostrando una predilezione speciale per le clarisse delle quali vestirà l’abito alla morte di Roberto d’Angiò, assumendo il nome di suor Chiara di Santa Croce. Nel 1316 Eleazar e Delfina celebrano pubblicamente il loro voto di castità, tenuto fino ad allora segreto. La cerimonia ebbe luogo nel giorno della festa di santa Maria Maddalena.
Fu probabilmente in questa occasione, o poco dopo, che i due sposi aderirono al terz’ordine francescano. È proprio in questa sua veste di terziario che Eleazar compare nell’arazzo sistino in corrispondenza con sant’Elisabetta di Ungheria, patrona del terz’ordine. Quattro anni dopo la sua morte, nel 1323, François de Mayronnes si fa promotore dell’avvio del processo di canonizzazione e presenta a papa Giovanni XXII un libello per promuoverne la causa di santità che arriverà a conclusione con papa Urbano V nel 1369 che iscrive Eleazar nel catalogo dei santi. Dopo la morte di Eleazar, Delfina continua una vita austera, dedicandosi alla preghiera e al servizio dei poveri ed oltre al voto di castità, emette anche il voto di povertà, distribuendo ogni sua ricchezza agli indigenti. Farà ritorno in Provenza solo anni più tardi ed ad Apt muore il 26 novembre 1360. Tre anni dopo sarà avviato il processo di canonizzazione. I due sposi sono uniti nella chiesa cattedrale di Apt, in Provenza.


Milvia Bollati
Storica

martedì 14 gennaio 2014

IL VANGELO DELLA FRATERNITA’. Fondamento e via per la pace.



Nel corso del primo angelus dell’anno 2014 il Santo Padre Francesco si è soffermato a lungo su questo tema, scelto per la celebrazione della 47^ Giornata Mondiale della Pace. “Alla base c’è la convinzione che siamo tutti figli dell’unico Padre celeste, facciamo parte della stessa famiglia umana e condividiamo un comune destino. Da qui deriva per ciascuno la responsabilità di operare affinché il mondo diventi una comunità di fratelli che si rispettano, si accettano nelle loro diversità e si prendono cura gli uni degli altri.” E occorre subito ricordare che la fraternità si comincia ad imparare solitamente in seno alla famiglia, soprattutto grazie ai ruoli responsabili e complementari di tutti i suoi membri, in particolare del padre e della madre. La famiglia è la sorgente di ogni fraternità, e perciò è anche il fondamento e la via primaria della pace, poiché, per vocazione, dovrebbe contagiare il mondo con il suo amore. Un padre e una madre godono e sanno di essere stati capiti dai figli non quando essi dicono «Ti voglio bene, papà», ma quando vedono che i figli si vogliono bene da veri fratelli. Così è per il Padre Celeste. 


La globalizzazione, tuttavia, continua il Santo Padre,se da una parte rivela la spinta interiore dei popoli che tendono verso la realizzazione di un’unica comunità umana, a causa del peccato che avvelena i cuori, non riesce a trasformarsi spontaneamente  in una società davvero più giusta e solidale, ovvero in una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri. Guerre , violenze, vendette, prepotenza, corruzione, sono i nemici che quotidianamente attentano alla realizzazione di questo progetto di pace. Cosi la facilità di comunicare in maniera così immediata e veloce e di spostarci rapidamente  da un punto all’altro del globo, paradossalmente, come ha affermato Benedetto XVI, ci fa sentire vicini, ma non ci rende fratelli .
Esemplare è il racconto biblico della vicenda di Caino ed Abele. Esso insegna che l’umanità porta inscritta in sé una vocazione alla fraternità, ma anche la possibilità drammatica del suo tradimento. Lo testimonia l’egoismo quotidiano, che è alla base di tante guerre e tante ingiustizie: molti uomini e donne muoiono infatti per mano di fratelli e di sorelle che non sanno riconoscersi tali, cioè come esseri fatti per la reciprocità, per la comunione e per il dono. Ci si può chiedere allora : l’uomo può costruire un mondo migliore e pacifico appoggiandosi sulle sue sole forze?  Evidentemente no. Per questo Dio si è fatto uomo, e lo abbiamo celebrato da poco nel Natale, e la missione di Cristo è consistita, essenzialmente, in tre cose:
* nel rivelare che Dio è Padre e che noi siamo tutti fratelli
* nel redimere mediante la croce, cioè salvare, riportare alla dignità di figlio, l’uomo che si era perduto;
* nel riconsegnare tutte le cose e nel restituire l’uomo a Dio.
In particolare, la fraternità umana è rigenerata in e da Gesù Cristo con la sua morte e risurrezione. La Croce è il “luogo” definitivo di fondazione della fraternità, che gli uomini non sono in grado di generare da soli. La risurrezione ci costituisce come umanità nuova, in piena comunione con la volontà di Dio, con il suo progetto, che comprende la piena realizzazione della vocazione alla fraternità.
Nondimeno, come diceva Paolo VI, non soltanto le persone, ma anche le Nazioni debbono incontrarsi in uno spirito di fraternità . Questo dovere riguarda in primo luogo i più favoriti. I loro obblighi sono radicati nella fraternità umana e soprannaturale e si presentano sotto un triplice aspetto: il dovere di solidarietà, che esige che le Nazioni ricche aiutino quelle meno progredite; il dovere di giustizia sociale, che richiede il ricomponimento in termini più corretti delle relazioni difettose tra popoli forti e popoli deboli; il dovere di carità universale, che implica la promozione di un mondo più umano per tutti, un mondo nel quale tutti abbiano qualcosa da dare e da ricevere, senza che il progresso degli uni costituisca un ostacolo allo sviluppo degli altri (. Populorum progressio - 26 marzo 1967  ) . Ciò implica evidentemente la sostituzione della dinamiche di sfruttamento e di potere con quelle di amore e di servizio.
La mancanza di fraternità tra i popoli e gli uomini, aggiunge il Pontefice, è una causa importante della povertà, sia quella relazionale ,dovuta cioè alla carenza di solide relazioni familiari e comunitarie, sia in senso stretto della povertà intesa come carenza di beni.
Essa non può che essere guarita dalla fraternità che ci suggerisce di soccorrere i poveri e di condividere i beni, come insegna la perenne ed immutata dottrina sociale della Chiesa.
Altra  grave e profonda ferita inferta alla fraternità è  l’esperienza dilaniante della guerra, sia quella su vasta scala, sia quella che si esprime in micro conflitti territoriali, o in forme più subdole ma non meno devastanti come la corruzione e il crimine organizzato .Solo il dialogo, il perdono e la riconciliazione possono ricostruire la giustizia, la fiducia e la speranza nel cuore degli uomini e delle nazioni. Non bastano gli accordi internazionali, i vertici tra capi di stato, gli sforzi diplomatici nè le cosiddette “ road map “, se nel cuore dell’uomo manca la conversione. Essa soltanto può mettere fine a tale sfacelo e far trionfare la fraternità.
Anche la cosiddetta crisi economica non potrà mai essere risolta se non andando alle sue radici che sono essenzialmente antropologiche e trovano la loro origine nel progressivo allontanamento dell’uomo da Dio e dal prossimo, laddove il feticismo del denaro e la dittatura di un tecnicismo ed di un’ economia senza volto hanno ridotto l’essere umano ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo. In tal senso, occorre richiamare a tutti quella necessaria destinazione universale dei beni che è uno dei principi-cardine della dottrina sociale della Chiesa. Parafrasando S.Paolo potremmo chiederci : “ Chi ci libererà da questa realtà che conduce alla morte ? “
Risponde il Papa : ci libererà  Cristo, che è venuto nel mondo per portarci la grazia divina, cioè la possibilità di partecipare alla sua vita. Ciò comporta costruire una relazionalità fraterna, improntata alla reciprocità, al perdono, al dono totale di sé, secondo l’ampiezza e la profondità dell’amore di Dio, offerto all’umanità da Colui che, crocifisso e risorto, attira tutti a sé: «Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,34-35). È questa la buona novella che richiede ad ognuno un passo in più, un esercizio perenne di empatia, di ascolto della sofferenza e della speranza dell’altro, anche del più lontano da me, incamminandosi sulla strada esigente di quell’amore che sa donarsi e spendersi con gratuità per il bene di ogni fratello e sorella. Ogni attività deve essere, allora, contrassegnata da un atteggiamento di servizio alle persone, specialmente quelle più lontane e sconosciute. Il servizio è l’anima di quella fraternità che edifica la pace.
Non possiamo non fare un’ ultima osservazione. Il tema scelto dal Papa per questa  giornata mondiale della pace, i concetti espressi, le considerazioni fatte, i punti toccati e le soluzioni proposte, ci sono molto familiari. Fanno infatti parte del patrimonio e dell’’eredità spirituale del carisma del Santo di Assisi e tradiscono l’approccio decisamente francescano al problema ed alle sue soluzioni. Non possiamo che rallegrarci di questo grande dono di Dio che per noi è Papa Francesco , senz’altro, oserei dire .  il più francescano dei pontefici che si sono succeduti sulla cattedra di Pietro negli ultimi anni.

                                                                                  Antonio Fasolo Ofs




Dalla regola e Costituzioni delll’Ofs
Reg. Ofs 13: Come il Padre vede in ogni uomo i lineamenti del suo Figlio, Primogenito di una moltitudine di fratelli, i francescani secolari accolgano tutti gli uomini con animo umile e cortese, come dono del Signore e immagine di Cristo. Il senso di fraternità li renderà lieti di mettersi alla pari di tutti gli uomini, specialmente dei più piccoli, per i quali si sforzeranno di creare condizioni di vita degne di creature redente da Cristo

Cost. 18.2-3: Devono approfondire i veri fondamenti della fraternità universale e creare ovunque spirito di accoglienza e atmosfera di fratellanza. Si impegnino con fermezza contro ogni forma di sfruttamento, di discriminazione e di emarginazione e contro ogni atteggiamento di indifferenza verso gli altri. Collaborino con i movimenti che promuovono la fratellanza tra i popoli: si impegnino a «creare condizioni di vita degne» per tutti e ad operare per la libertà di ogni popolo.