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domenica 1 novembre 2015

L' AVETE FATTO A ME.

TESTAMENTO DI FRANCESCO D'ASSISI

[110] Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi mi sericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d'animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo.

Papa Francesco durante il suo primo Angelus, commentando il brano evangelico dell’Adultera, ha richiamato tutti al mistero della misericordia di Dio: «Lui mai si stanca di perdonare, ma noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono… Lui è il Padre amoroso che sempre perdona, che ha quel cuore di misericordia per tutti noi. E anche noi impariamo ad essere misericordiosi con tutti».  
San Beda il Venerabile, commentando questa scena del Vangelo, ha scritto che Gesù guardò Matteo con amore misericordioso e lo scelse: miserando atque eligendo.[7] Mi ha sempre impressionato questa espressione, dice Papa Francesco, tanto da farla diventare il mio motto.
Dice inoltre il Santo Padre bolla di indizione del Giubileo della misericordia :
6. « È proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza ».[5] Le parole di san Tommaso d’Aquino mostrano quanto la misericordia divina non sia affatto un segno di debolezza, ma piuttosto la qualità dell’onnipotenza di Dio. È per questo che la liturgia, in una delle collette più antiche, fa pregare dicendo: « O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono ».[6] Dio sarà per sempre nella storia dell’umanità come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso.
In queste espressioni, semplici e profondissime, si trova anche la radice dell’esperienza cristiana di Francesco d’Assisi. "La misericordia in effetti è uno dei temi cardini del francescanesimo “  
Alcuni suoi scritti e numerose agiografie mettono in evidenza come la sua vicenda personale sia caratterizzata proprio dalla scoperta della misericordia di Dio verso di sé che apre all’essere a propria volta misericordiosi. Nel suo Testamento, dove Francesco rilegge tutta la sua vita, ormai giunto al termine dei suoi giorni, riconosce l’origine del suo percorso: «quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia». Non dimentichiamo quello che Francesco dice nella stessa frase: “Il Signore mi condusse tra loro”. La misericordia fu il primo frutto del suo avvicinamento al Signore. Ci sono stati alcuni (per esempio, in tempi a noi vicini, Simone Weil) che sono arrivati a Cristo partendo dall’amore per i poveri e vi sono stati altri che sono arrivati ai poveri partendo dall’amore per Cristo. Francesco appartiene a questi secondi. Ma questo riflette l’ordine profondo che c’è tra le opere e la grazia. Francesco ha dapprima esperimentato la misericordia di Dio verso di lui, la misericordia come dono gratuito, ed è questo che lo ha spinto e gli ha dato la forza di avere misericordia del lebbroso e dei poveri. 
 
Egli incontra una realtà che gli è data, davanti alla quale conosceva solo la fuga a causa del suo “essere nei peccati”, mentre nella fede impara ad accoglierla, ad “usare misericordia”. Quella persona ferita diventa per Francesco segno nel quale il mistero di Dio lo raggiunge. Da qui il Santo di Assisi inizia il suo cammino, in cui riconosce il perdono di Dio per i propri peccati ed impara ad essere misericordioso. Questo sguardo determinerà san Francesco in tutti i suoi rapporti.

C’è un episodio della vita di San Francesco in cui traspare maggiormente il volto della misericordia.
[234] A frate N... ministro. Il Signore ti benedica! Io ti dico, come posso, per quello che riguarda la tua anima, che quelle cose che ti sono di impedimento nell'amare il Signore Iddio, ed ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri anche se ti coprissero di battiture, tutto questo devi ritenere come una grazia. E così tu devi volere e non diversamente. E questo tieni in conto di vera obbedienza da parte del Signore Iddio e mia per te, perché io fermamente riconosco che questa è vera obbedienza. E ama coloro che agiscono con te in questo modo, e non esigere da loro altro se non ciò che il Signore darà a te. E in questo amali e non pretendere che diventino cristiani migliori. [235] E questo sia per te più che stare appartato in un eremo. E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti diporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse per dono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli.


Nella sua Lettera ad un Ministro, (così egli chiamava i superiori nel suo ordine, cioè servitori), che presumibilmente voleva lasciare l’incarico a causa dei problemi che doveva affrontare quotidianamente, Francesco lo invita ad accogliere quella realtà che sembra disturbarlo dal suo personale rapporto con Dio: «quelle cose che ti sono di impedimento nell’amare il Signore Iddio, ed ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri anche se ti coprissero di battiture, tutto questo devi ritenere come una grazia». Vale a dire: il rapporto con Dio passa attraverso il dramma della vita quotidiana e non nella nostra fantasia religiosa. Per questo aggiunge: «E questo tieni in conto di vera obbedienza da parte del Signore Iddio e mia per te, perché io fermamente riconosco che questa è vera obbedienza». Si obbedisce a Dio quando si accetta il rischio dell’impatto quotidiano con il reale in cui il Mistero tocca la nostra libertà.
 

Francesco poi aggiunge: «E ama coloro che agiscono con te in questo modo… e non pretendere che diventino cristiani migliori». A noi è difficile capire oggi che cosa voglia dire stare di fronte all’altro senza pretendere che sia “migliore”, tanto il nostro cristianesimo è ridotto moralisticamente. Ma è proprio così, poiché la vita cambia quando la si accoglie come è e non perché la si piega ad un proprio pregiudizio.
 

Ma l’indicazione più dirompente la troviamo nei versetti successivi in cui l’Assisiate scrive a questo ministro come comportarsi di fronte ai frati che commettono peccato: «E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti diporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli».

Francesco d’Assisi guarda l’altro con il perdono di Dio negli occhi e nel cuore. La misericordia appare qui il principio che rigenera continuamente l’umano, vincendo indomabilmente tutte le resistenze.

Questa è in fondo la consapevolezza che Francesco d’Assisi ha sperimentato lungo il suo cammino: essere un peccatore perdonato, divenendo segno della misericordia di Dio. Questa realtà è bene espressa da un noto passaggio dei Fioretti, in cui frate Masseo di fronte al suo “successo” esclama: «Perché a te tutto il mondo viene dirieto, e ogni persona pare che desideri di vederti e d’udirti e d’ubbidirti? Tu non se’ bello uomo del corpo, tu non se’ di grande scienza, tu non se’ nobile onde dunque a te che tutto il mondo ti venga dietro? ». Ecco la risposta di Francesco: perché gli occhi di Dio «non hanno veduto fra li peccatori nessuno più vile, né più insufficiente, né più grande peccatore di me… perciò ha eletto me per confondere la nobilità e la grandigia e la fortezza e bellezza e sapienza del mondo, acciò che si conosca ch’ogni virtù e ogni bene è da lui, e non dalla creatura, e nessuna persona si possa gloriare nel cospetto suo».


Egli ha sperimentato così la misericordia divina e l’elezione di Dio ad essere segno della sua grazia. Questo richiama alla mente il moto scelto, non a caso, da Papa Francesco, in riferimento all’incontro tra Gesù e Matteo: «Miserando atque eligendo», guardandolo con misericordia lo scelse. Questo è il mistero della misericordia che confonde il mondo nella sua presunzione.
Come può l’esperienza di San Francesco essere maestra di misericordia per noi, uomini e donne d’oggi?
In molti modi. Una è andare incontro ai “nuovi lebbrosi” di oggi, le persone evitate o allontanate da tutti; andare come lui verso gli ultimi, verso le “periferie esistenziali” che esistono anche vicino a noi. Soprattutto Francesco ci addita la fonte da cui si può attingere la forza per fare questo, ed è vedere Cristo nel fratello, ricordarsi di quella parola di Cristo: “L’avete fatto a me”.

                                                                     a cura di Antonio Fasolo ofs
IL CARISMA FRANCESCANO 
La misericordia che rigenera l'umano
di fra Paolo Martinelli*
15/04/2013 Tracce.it
Paolo Martinelli - Pietro Messa, Francesco e la misericordia, EDB, Bologna 2015

mercoledì 19 febbraio 2014

LA POVERTA' DI CRISTO E' LA PIU' GRANDE RICCHEZZA !



MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA QUARESIMA 2014

La povertà di Cristo è la più grande ricchezza “. Questa in sintesi il tema scelto dal Papa come messaggio di riflessione per il tempo di quaresima che sta per iniziare . Ancora una volta un messaggio caro alla spiritualità francescana, direi il suo apice, la sua essenza più profonda esplicitata nella scelta di Francesco di farsi povero in mezzo ai poveri per amore di Gesù.
«Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Papa Francesco prende spunto dalle parole di S. Paolo ai Corinti per evidenziare lo stile di Dio il quale “non si rivela con i mezzi della potenza e della ricchezza del mondo, ma con quelli della debolezza e della povertà “.
Gesù si è spogliato delle sue prerogative divine rivestendo la carne della nostra umanità non per amore della povertà in se stessa ma perché la necessità dell’amore è quella di “condividere in tutto la sorte dell’amato “. Compresa la miseria, la sofferenza e la morte. E’ questa la via che Dio ha scelto per consolarci, salvarci ed infine liberarci dalla nostra miseria. A cosa infatti ci avrebbe giovato un Dio solidale e misericordioso, ma incapace di tirarci fuori dalla palude dei nostri peccati, sporcandosi egli stesso di fango ? Non sarebbe stato questo piuttosto il Dio lontano dei  filosofi o compassionevole del Buddha, altresì incapace di salvarci?
Che cos’è allora questa povertà con cui Gesù ci libera e ci rende ricchi? continua il pontefice...  è il suo farsi carne,!!!... Il poterlo toccare , udire, incontrare, nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri!!.”
La scelta della povertà da parte di Cristo ci suggerisce infatti che esiste una dimensione positiva della povertà, che peraltro risuona nel Vangelo, che proclama beati i poveri. E’ evidente che in questa dimensione della povertà c’è un aspetto di spoliazione e di rinuncia. Altra cosa è invece la miseria che un cristiano ha il dovere di combattere.
Cerchiamo quindi di sbarazzarci subito di una grande tentazione e di un enorme frainteso in cui sono caduti spesso tanti nostri fratelli nel confondere i reali motivi che spinsero S. Francesco a farsi povero. Come ben ha spiegato  Padre Raniero Cantalamessa , predicatore della casa pontificia, nella sua prima predica d’avvento dell’anno scorso, Francesco “ non ha scelto la povertà e tanto meno il pauperismo : ha scelto i poveri”.
Il motivo profondo della sua conversione – ha soggiunto – non è di natura sociale, ma evangelica”. E del resto, Francesco “non andò di sua spontanea volontà dai lebbrosi”, ma vi fu condotto dal Signore. “Non ci si innamora di una virtù – ha avvertito padre Cantalamessa – fosse pure la povertà; ci si innamora di una persona”. Pertanto  Francesco non sposò la povertà e neppure i poveri; sposò Cristo e fu per amor suo che sposò, per così dire 'in seconde nozze' Madonna povertà”.
Così sarà sempre nella santità cristiana. Alla base dell’amore per la povertà e per i poveri, o vi è l’amore per Cristo, oppure i poveri saranno in un modo o nell’altro strumentalizzati e la povertà diventerà facilmente un fatto polemico contro la Chiesa, o una ostentazione di maggiore perfezione rispetto ad altri nella Chiesa, come avvenne, purtroppo, anche tra alcuni dei seguaci del Poverello”.

Ma torniamo ora al nostro discorso. Il messaggio quaresimale che oggi presentiamo si diffonde appunto su una distinzione importante tra povertà e miseria. Il cristiano deve essere povero ma non misero. Misero è il mondo in cui viviamo . Il Santo Padre nel suo discorso enumera tre tipi di miseria: la miseria materiale, la miseria morale e la miseria spirituale. La prima 'tocca quanti vivono in una condizione non degna della persona umana… Di fronte a questa miseria la Chiesa offre il suo servizio, la sua diakonia, per andare incontro ai bisogni e guarire queste piaghe che deturpano il volto dell’umanità'. La miseria morale 'consiste nel diventare schiavi del vizio e del peccato'. Questa 'forma di miseria, che è anche causa di rovina economica, si collega sempre alla miseria spirituale, che ci colpisce quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo il suo amore'".
Il Vangelo è allora il vero antidoto contro la miseria spirituale: il cristiano è chiamato a portare in ogni ambiente l’annuncio liberante che esiste il perdono del male commesso, che Dio è più grande del nostro peccato e ci ama gratuitamente, sempre, e che siamo fatti per la comunione e per la vita eterna. Il Signore ci invita ad essere annunciatori gioiosi di questo messaggio di misericordia e di speranza!”.

In questo tempo prezioso che Dio ci dona per la nostra conversione teniamo dunque fisso lo sguardo verso  Cristo povero e crocifisso e  ricordiamo le parole del Papa : “La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà. Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell’elemosina che non costa e che non duole.

                                                                                                          Antonio Fasolo Ofs











IL BEATO FRANCESCO
LODA LA POVERTA'
1974 16.
. Perché lo stesso Re dei re e Signore dei signori, creatore del cielo e della terra, ha vagheggiato il tuo volto e la tua bellezza. Mentre il re posava alla sua mensa, ricco e glorioso nel suo regno, abbandonò la sua casa, lasciò la sua eredità: perché onore e ricchezze sono nella sua casa. E in tal modo, scendendo dalla sua sede regale, si degnò andare in cerca di te.

661 73.. ...Da parte mia ritengo dignità regale e insigne nobiltà seguire quel Signore, che pur essendo ricco si è fatto povero per noi ».

788 200.
Non poteva ripensare senza piangere in quanta penuria si era trovata in quel giorno la Vergine poverella.
Una volta, mentre era seduto a pranzo, un frate gli ricordò la povertà della beata Vergine e l'indigenza di Cristo suo Figlio. Subito si alzò da mensa, scoppiò in singhiozzi di dolore, e col volto bagnato di lacrime mangiò il resto del pane sulla nuda terra.
Per questo chiamava la povertà virtù regale, perché rifulse con tanto splendore nel Re e nella Regina. Infatti ai frati, che adunati a Capitolo gli avevano chiesto quale virtù rendesse una persona più amica a Cristo: « Sappiate--rispose, quasi aprendo il segreto del suo cuore--che la povertà è una via particolare di salvezza. Il suo frutto è molteplice, ma solo da pochi è ben conosciuto ».

1127 - 7.
 Difatti il Signore si compiace della povertà e soprattutto di quella che consiste nel farsi medicanti volontari per Cristo. E io, questa dignità regale che il Signore Gesù ha assunto per noi, facendosi povero per arricchirci della sua miseria e costituire eredi e re del regno dei cieli i veri poveri di spirito, non voglio scambiarla col feudo delle false ricchezze, a voi concesse per un momento”.

1611

Voglio invece considerare, secondo Dio, che questa è la più sublime nobiltà e regale dignità un gesto di onore verso colui che, pur essendo Signore di tutto, volle per amore nostro farsi servo di tutti; ed essendo ricco e glorioso nella sua maestà, venne povero e disprezzato nella nostra misera condizione.

martedì 14 gennaio 2014

IL VANGELO DELLA FRATERNITA’. Fondamento e via per la pace.



Nel corso del primo angelus dell’anno 2014 il Santo Padre Francesco si è soffermato a lungo su questo tema, scelto per la celebrazione della 47^ Giornata Mondiale della Pace. “Alla base c’è la convinzione che siamo tutti figli dell’unico Padre celeste, facciamo parte della stessa famiglia umana e condividiamo un comune destino. Da qui deriva per ciascuno la responsabilità di operare affinché il mondo diventi una comunità di fratelli che si rispettano, si accettano nelle loro diversità e si prendono cura gli uni degli altri.” E occorre subito ricordare che la fraternità si comincia ad imparare solitamente in seno alla famiglia, soprattutto grazie ai ruoli responsabili e complementari di tutti i suoi membri, in particolare del padre e della madre. La famiglia è la sorgente di ogni fraternità, e perciò è anche il fondamento e la via primaria della pace, poiché, per vocazione, dovrebbe contagiare il mondo con il suo amore. Un padre e una madre godono e sanno di essere stati capiti dai figli non quando essi dicono «Ti voglio bene, papà», ma quando vedono che i figli si vogliono bene da veri fratelli. Così è per il Padre Celeste. 


La globalizzazione, tuttavia, continua il Santo Padre,se da una parte rivela la spinta interiore dei popoli che tendono verso la realizzazione di un’unica comunità umana, a causa del peccato che avvelena i cuori, non riesce a trasformarsi spontaneamente  in una società davvero più giusta e solidale, ovvero in una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri. Guerre , violenze, vendette, prepotenza, corruzione, sono i nemici che quotidianamente attentano alla realizzazione di questo progetto di pace. Cosi la facilità di comunicare in maniera così immediata e veloce e di spostarci rapidamente  da un punto all’altro del globo, paradossalmente, come ha affermato Benedetto XVI, ci fa sentire vicini, ma non ci rende fratelli .
Esemplare è il racconto biblico della vicenda di Caino ed Abele. Esso insegna che l’umanità porta inscritta in sé una vocazione alla fraternità, ma anche la possibilità drammatica del suo tradimento. Lo testimonia l’egoismo quotidiano, che è alla base di tante guerre e tante ingiustizie: molti uomini e donne muoiono infatti per mano di fratelli e di sorelle che non sanno riconoscersi tali, cioè come esseri fatti per la reciprocità, per la comunione e per il dono. Ci si può chiedere allora : l’uomo può costruire un mondo migliore e pacifico appoggiandosi sulle sue sole forze?  Evidentemente no. Per questo Dio si è fatto uomo, e lo abbiamo celebrato da poco nel Natale, e la missione di Cristo è consistita, essenzialmente, in tre cose:
* nel rivelare che Dio è Padre e che noi siamo tutti fratelli
* nel redimere mediante la croce, cioè salvare, riportare alla dignità di figlio, l’uomo che si era perduto;
* nel riconsegnare tutte le cose e nel restituire l’uomo a Dio.
In particolare, la fraternità umana è rigenerata in e da Gesù Cristo con la sua morte e risurrezione. La Croce è il “luogo” definitivo di fondazione della fraternità, che gli uomini non sono in grado di generare da soli. La risurrezione ci costituisce come umanità nuova, in piena comunione con la volontà di Dio, con il suo progetto, che comprende la piena realizzazione della vocazione alla fraternità.
Nondimeno, come diceva Paolo VI, non soltanto le persone, ma anche le Nazioni debbono incontrarsi in uno spirito di fraternità . Questo dovere riguarda in primo luogo i più favoriti. I loro obblighi sono radicati nella fraternità umana e soprannaturale e si presentano sotto un triplice aspetto: il dovere di solidarietà, che esige che le Nazioni ricche aiutino quelle meno progredite; il dovere di giustizia sociale, che richiede il ricomponimento in termini più corretti delle relazioni difettose tra popoli forti e popoli deboli; il dovere di carità universale, che implica la promozione di un mondo più umano per tutti, un mondo nel quale tutti abbiano qualcosa da dare e da ricevere, senza che il progresso degli uni costituisca un ostacolo allo sviluppo degli altri (. Populorum progressio - 26 marzo 1967  ) . Ciò implica evidentemente la sostituzione della dinamiche di sfruttamento e di potere con quelle di amore e di servizio.
La mancanza di fraternità tra i popoli e gli uomini, aggiunge il Pontefice, è una causa importante della povertà, sia quella relazionale ,dovuta cioè alla carenza di solide relazioni familiari e comunitarie, sia in senso stretto della povertà intesa come carenza di beni.
Essa non può che essere guarita dalla fraternità che ci suggerisce di soccorrere i poveri e di condividere i beni, come insegna la perenne ed immutata dottrina sociale della Chiesa.
Altra  grave e profonda ferita inferta alla fraternità è  l’esperienza dilaniante della guerra, sia quella su vasta scala, sia quella che si esprime in micro conflitti territoriali, o in forme più subdole ma non meno devastanti come la corruzione e il crimine organizzato .Solo il dialogo, il perdono e la riconciliazione possono ricostruire la giustizia, la fiducia e la speranza nel cuore degli uomini e delle nazioni. Non bastano gli accordi internazionali, i vertici tra capi di stato, gli sforzi diplomatici nè le cosiddette “ road map “, se nel cuore dell’uomo manca la conversione. Essa soltanto può mettere fine a tale sfacelo e far trionfare la fraternità.
Anche la cosiddetta crisi economica non potrà mai essere risolta se non andando alle sue radici che sono essenzialmente antropologiche e trovano la loro origine nel progressivo allontanamento dell’uomo da Dio e dal prossimo, laddove il feticismo del denaro e la dittatura di un tecnicismo ed di un’ economia senza volto hanno ridotto l’essere umano ad uno solo dei suoi bisogni: il consumo. In tal senso, occorre richiamare a tutti quella necessaria destinazione universale dei beni che è uno dei principi-cardine della dottrina sociale della Chiesa. Parafrasando S.Paolo potremmo chiederci : “ Chi ci libererà da questa realtà che conduce alla morte ? “
Risponde il Papa : ci libererà  Cristo, che è venuto nel mondo per portarci la grazia divina, cioè la possibilità di partecipare alla sua vita. Ciò comporta costruire una relazionalità fraterna, improntata alla reciprocità, al perdono, al dono totale di sé, secondo l’ampiezza e la profondità dell’amore di Dio, offerto all’umanità da Colui che, crocifisso e risorto, attira tutti a sé: «Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,34-35). È questa la buona novella che richiede ad ognuno un passo in più, un esercizio perenne di empatia, di ascolto della sofferenza e della speranza dell’altro, anche del più lontano da me, incamminandosi sulla strada esigente di quell’amore che sa donarsi e spendersi con gratuità per il bene di ogni fratello e sorella. Ogni attività deve essere, allora, contrassegnata da un atteggiamento di servizio alle persone, specialmente quelle più lontane e sconosciute. Il servizio è l’anima di quella fraternità che edifica la pace.
Non possiamo non fare un’ ultima osservazione. Il tema scelto dal Papa per questa  giornata mondiale della pace, i concetti espressi, le considerazioni fatte, i punti toccati e le soluzioni proposte, ci sono molto familiari. Fanno infatti parte del patrimonio e dell’’eredità spirituale del carisma del Santo di Assisi e tradiscono l’approccio decisamente francescano al problema ed alle sue soluzioni. Non possiamo che rallegrarci di questo grande dono di Dio che per noi è Papa Francesco , senz’altro, oserei dire .  il più francescano dei pontefici che si sono succeduti sulla cattedra di Pietro negli ultimi anni.

                                                                                  Antonio Fasolo Ofs




Dalla regola e Costituzioni delll’Ofs
Reg. Ofs 13: Come il Padre vede in ogni uomo i lineamenti del suo Figlio, Primogenito di una moltitudine di fratelli, i francescani secolari accolgano tutti gli uomini con animo umile e cortese, come dono del Signore e immagine di Cristo. Il senso di fraternità li renderà lieti di mettersi alla pari di tutti gli uomini, specialmente dei più piccoli, per i quali si sforzeranno di creare condizioni di vita degne di creature redente da Cristo

Cost. 18.2-3: Devono approfondire i veri fondamenti della fraternità universale e creare ovunque spirito di accoglienza e atmosfera di fratellanza. Si impegnino con fermezza contro ogni forma di sfruttamento, di discriminazione e di emarginazione e contro ogni atteggiamento di indifferenza verso gli altri. Collaborino con i movimenti che promuovono la fratellanza tra i popoli: si impegnino a «creare condizioni di vita degne» per tutti e ad operare per la libertà di ogni popolo.

lunedì 25 marzo 2013

E IL PAPA DIVENNE FRANCESCO...





Non possiamo negarlo. La scelta del nome, di questo nome, Francesco, ci ha fatto esultare e gioire di speranza.  Non dobbiamo però cadere nell’equivoco che sia tornato Francesco.  
Francesco non sarebbe mai diventato papa, lui che non volle mai farsi né prete né monaco, che aveva rivalutato a tal punto il ruolo dei laici da iniziare una comunità di soli laici, e che aveva tanto in stima le donne da pensare ad un progetto di vita cristiana aperto ugualmente a uomini e donne . Però il progetto di San Francesco , quello sì, quello di riformare la Chiesa a partire da se stesso è oggi fatto proprio dal Papa e rilanciato come sfida tanto nuova quanto antica a tutti i cristiani di buona volontà Non possiamo dunque che gioire  per questo nome  così bene augurante.
Quando il Poverello d’Assisi iniziò il suo cammino di fede constatò amaramente che “nessuno gli diceva che cosa dovesse fare”. Erano tempi bui per la Chiesa cattolica. Non c’erano per la cristianità veri punti di riferimento e i tanti gruppi e movimenti di riforma non furono capaci di restare nella Chiesa cattolica. Molti s’improvvisarono riformatori ponendosi all’esterno del corpo ecclesiale, finendo così per dissipare i loro sogni di rinnovamento e di vivere la riforma autentica al di fuori del gregge, in modo settario e a volte anche violento. Francesco restò fedele alla Chiesa cattolica: nel suo lungo percorso di conversione si lasciò illuminare dal Signore che gli parlò e dalle guide del suo tempo (come il vescovo Guido), promuovendo una riforma evangelica che toccava sempre più la sua persona, il suo cuore e le relazioni con i fratelli e le sorelle che il Signore gli donò come compagni di vita.


Si riparte da qui oggi: dal bisogno di ritornare all’essenziale e di lasciarsi guidare veramente dalla voce di Dio – il Crocifisso-Risorto – e dall’amore per i fratelli che furono la vera preoccupazione pastorale di san Francesco d’Assisi. Credo che voglia dirci proprio questo papa Francesco, il neo eletto vicario di Cristo sulla terra: ci traghetterà nell’alto mare del Terzo Millennio come fratello tra i fratelli, certo di essere parte del popolo santo di Dio che è la sposa del Signore.


La Chiesa di Cristo appare, oggi come ieri, un corpo inquieto, in trasformazione; perché è attraversata da una duplice forza: da una parte, infatti, essa vive del vigore dello Spirito Santo, che è Signore e le dà vita; dall’altra, però, è trattenuta dalle nostre resistenze, dai peccati degli stessi credenti, che non le permettono di splendere come volto di Cristo e come segno della misericordia di Dio per il mondo. Dinanzi alla proposta del Vangelo non possiamo esitare: siamo chiamati, come ci ha appena ricordato questo papa, a portare al mondo la buona novella del Vangelo, il fatto cioè che Cristo è morto ed è risorto per tutti noi! La Chiesa vive di questo annuncio ed è il segno della misericordia di Dio nel mondo.

La scelta dei signori cardinali, caduta profeticamente sull’arcivescovo di Buenos Aires, mons. Bergoglio, dà molto a pensare, come pure la volontà dell’attuale Santo Padre di assumere il nome di Francesco d’Assisi. In questo tempo di grande crisi – nella fede, nella vita di noi tutti credenti, delle stesse famiglie e comunità cristiane, a partire dalla gerarchia – si avverte il bisogno di ritornare all’essenziale, alle cose che contano, alle relazioni vere. C’è ovviamente da parte di questo papa, il desiderio di ripristinare un rapporto più diretto, semplice e umile con il popolo di Dio e nel nostro stesso modo di vivere da cristiani restando nel mondo. D’altronde, è quello che cercò lo stesso Serafico Padre san Francesco: ritornare al Vangelo come forma di vita. In questo tempo di grande crisi economica, finanziaria e socio-politica, ove mancano autentici e concreti punti di riferimento sul piano etico e spirituale, la fedeltà al Vangelo di Gesù Cristo ci avvicina di più alla gente, agli ultimi, e ci permette di essere solidali gli uni con gli altri. Papa Francesco nella breve visita a Santa Maria Maggiore ha esortato i confessori ad essere misericordiosi, a diventare cioè strumento di pace e di riconciliazione. È proprio di questo che il mondo ha bisogno: di uomini e donne riconciliati che sanno trasmettere l’amore e il perdono di Dio. Il sogno di san Francesco, di riparare la Chiesa di Cristo, non restò lettera morta, né fu stigmatizzato come chimera: si realizzò giorno per girono nel suo personale percorso di vita, convertendo se stesso, assumendo sempre di più la forma del Vangelo, cioè di Gesù Cristo. Credo che questo sia anche il sogno di papa Francesco: riformare la Chiesa a partire dalla propria vita. Solo così, infatti, sarà possibile la nuova evangelizzazione oggi.