sabato 17 marzo 2012

San Francesco in Dante e Giotto secondo Massimo Cacciari

Durante la manifestazione Libri come, tenuta all'Auditorium, l'ex sindaco di Venezia ha presentato il suo ultimo libro che descrive la figura di San Francesco in Dante e in Giotto. Nonostante avessero conosciuto la sua storia dalle stesse fonti, le loro visioni del Santo e della sua povertà sono differenti. A parte un tratto che non concerne l'umana natura

Giovedì 8 marzo il filosofo italiano Massimo Cacciari ha parlato del suo nuovo libro uscito nei giorni scorsi Doppio ritratto. San Francesco in Dante e Giotto edito dalla Biblioteca minima Adelphi. Si tratta di un confronto tra due grandi artefici del linguaggio artistico e letterario moderno intorno al Santo nuovo per eccellenza. Attraverso la historia della sua vita e il ritorno alla povertà, San Francesco rappresenta il segno di una necessaria riforma della Chiesa e dei suoi costumi, rappresenta il Christus Redivivus che indica una nuova via da seguire per un radicale rinnovamento sociale, politico e civile. Questa nuova figura di Santo ha sconvolto la spiritualità europea, come testimoniano le sue rappresentazioni pittoriche dell’epoca, che devono rompere con la tradizione iconica bizantina e lo raffigurano non più come immagine immobile e quiescente, ma attraverso il movimento delle storie della sua vita, con le sue predicazioni e pellegrinaggi per diffondere il verbo del Signore. Secondo le agiografie dell’epoca, Dio lo avrebbe consacrato dipingendogli le stimmate sul corpo – prima figura umana a ricevere questo dono – per far riconoscere a tutti che la sua missione di conversione era compiuta da un alter Christus sceso sulla Terra. L’ex sindaco di Venezia prende in considerazione Giotto e Dante per tracciare questo confronto perché sono due dictatores che hanno mediato al popolo contenuti dell’alta cultura e  tradizioni filosofiche con il linguaggio volgare e che quindi hanno sentito il bisogno di ritornare alla loro terra per comunicare a tutti il pane del sapere e il loro piano di riforma sociale e politica. Nonostante abbiano attinto alle medesime fonti per delineare una propria figura del Santo, raggiungono risultati differenti nella sua rappresentazione.
Giotto Storie di San Francesco Saluto di Santa Chiara e delle sue compagne a San Francesco
Giotto Storie di San Francesco Saluto di Santa Chiara e delle sue compagne a San Francesco.
Le fonti su cui si basa il filosofo sono il ciclo di affreschi della Basilica superiore di Assisi e quelli della Cappella Bardi nella Basilica di Santa Croce a Firenze, entrambi di Giotto e raffiguranti la vita e le storie di San Francesco, e i canti centrali del Paradiso (canti X – XI – XII – XIII ) di Dante. Proprio dal poeta fiorentino, Cacciari inizia l’esposizione dei suoi studi. Nei canti della Divina Commedia presi in considerazione non è presente la figura di San Francesco, ma è qui che viene elogiato ed esaltato. I brani trattati si svolgono nel cielo del Sole, dove risiedono gli spiriti sapienti che rinnovano e salvano la Chiesa. Questi grandi sapienti si avvicinano a Dante e Beatrice danzando in cerchio formando una corona, sono insigni rappresentanti del pensiero giuridico, filosofico e teologico che raffigurano l’ordine Domenicano. Più avanti una successiva corona di sapienti si avvicinerà a Dante, saranno i rappresentanti dell’ordine Francescano, alla cui testa sta San Bonaventura da Bagnoregio autore della legenda maior, la biografia di San Francesco e i miracoli post mortem, rielaborata dalle precedenti Vitae del Santo scritte da Tommaso da Celano. Le dissertazioni di questi sapienti hanno il carattere d’encomio dei due nuovi ordini religiosi e del sapere che rappresentano. Il primo a parlare dei sapienti della prima corona è il domenicano San Tommaso D’Aquino che celebra la figura di Francesco, mentre per la seconda corona a intervenire è Bonaventura che decanta le doti di Domenico. La disposizione dei loro discorsi non è casuale, ma anzi è ordinata secondo l’importanza attribuita da Dante ai Santi: la mente del poeta fiorentino è tutta per Francesco, che cerca riforme nella Chiesa. Domenico è invece lo splendore intellettuale, la nuova dottrina della Chiesa cattolica che deve studiare e predicare e non convertire forzatamente le genti per mezzo di Guerre Sante. L’elemento della sapienza che deve entrare nella dottrina cattolica appare più evidente con le figure che prendon parola per ultime e concludono le due corone: Sigieri da Brabante, presentato da Tommaso, è un averroista detestato dai Francescani che distingue le verità di ragione e le verità di fede, e Gioacchino da Fiore, presentato da Bonaventura, è giudicato malamente da Tommaso perché reinterpreta in maniera originale le Sacre Scritture ed è il primo a rompere un tabù agostiniano e quindi a propinare una non credenza dogmatica del Vangelo.
Giotto Storie di San Francesco Morte di San Francesco
Giotto Storie di San Francesco Morte di San Francesco
Alle luce di queste due figure il valore escatologico della dottrina di Francesco assume un significato ben ampio e la sua magnificenza viene riconosciuta da Dante soprattutto nell’aver donato un nuovo significato alla charitas cristiana: Francesco infatti predica evangelicamente il non giudicare, il non opporsi al male, porgere l’altra guancia: sarebbero questi i comportamenti da seguire per rinnovare la Chiesa. Durante il XIII sec. proprio il giudizio severo sulle Sacre Scritture e sugli eretici e gli infedeli erano state le cause di numerose guerre e dissidi in Europa. Al contrario Francesco ci insegna che non dobbiamo seguire con rigida severità le regole del Cristo, ma che le Sue tracce si devono seguire liberamente. L’altro elemento importante della sua dottrina è la povertà con cui bisogna condurre l’esistenza e che porterà Francesco a morire nudo sulla nuda terra.
Proprio questa ricerca della povertà da parte del Santo stride con la costruzione della Basilica Pontificia di Assisi, fondata col denaro che lo stesso Francesco voleva fosse trattato come sterco. Nell’arredamento e negli affreschi, ogni corrente pauperistica viene liquidata dalla Chiesa che ricerca solo la regalità. Nelle immagini di nudità descritte da Bonaventura nella sua legenda maior, il poverello di Assisi appare vestito con abiti sontuosi: queste rappresentazioni maestose sono in contrasto con la vita e l’esempio di Francesco. Addirittura anche la morte del Santo in un’atmosfera surreale, nudo sulla nuda terra con intorno i suoi frati che cantano, è stata completamente stravolta da Giotto e dai suoi committenti che hanno preferito raffigurare il Santo circondato da frati che lo accudiscono. Secondo Cacciari si consuma un vero e proprio tradimento dell’immagine francescana nei cicli di Assisi. Quella del ciclo degli affreschi di Assisi sarebbe una rappresentazione omogenea alle esigenze della Chiesa del periodo: Francesco è in perfetta armonia con la Chiesa e si inchina ad essa. In Dante, l’esatto opposto.
Giotto Storie di San Francesco L'omaggio del semplice
Giotto Storie di San Francesco L'omaggio del semplice
Secondo la teologia cristiana la povertà sarebbe il necessario svuotamento, kenosis, che serve ad accogliere il verbo del Signore dell’amore del prossimo. Sarebbe una nudità intesa non in senso fisico, ma una nudità più intima, uno spogliarsi dei pensieri rivolti a sé e una rinuncia all’occuparsi di sé, della philopsichia e della philoautia, per rispettare il mandatum novum: solo se non si ha più amore di sé si è totalmente liberi di amare l’altro. San Francesco ci ha insegnato però che questa rinuncia non deve essere accolta come un sacrificio ma bisogna accettarla con volto lieto, hilaris, e che quindi proprio nella sofferenza bisogna essere felici.
Né Dante, né Giotto riescono tuttavia a rappresentare la letizia che abbraccia la morte e solo questa sarebbe l’unica analogia tra le loro due rappresentazioni. Questo perché Francesco è una riserva escatologica rispetto a qualsiasi immagine, e anche perché della morte accolta con letizia non è possibile nessuna rappresentazione umana: questa è una prerogativa del Cristo, è la Christus patiens che ha redento l’umanità. Davanti a una simile natura ogni fantasia umana viene meno. Forse è proprio per questo che ancora molte persone rimangono affascinate dalla figura di Francesco ed è ancora dopo secoli fonte d’ispirazione per chi vuole pensare a cambiare il mondo passando per il cambiamento di sé.

giovedì 15 marzo 2012

Non esser triste...

Non essere triste 
 per il dono che non hai ricevuto,
i fiori che non ti ho regalato
non appassiranno mai.


martedì 13 marzo 2012

Se ai mortali fosse possibile
scegliere tutto da sè,
sceglierebbero il giorno
del ritorno del padre.

( Omero - Odissea XVI, 148-149 )



sabato 10 marzo 2012

Ho fatto un frontale con la realtà, le ho chiesto i danni; mi ha 
risposto che non paga chi sta alla guida di un sogno.

— Paola Melone 

venerdì 9 marzo 2012

A TE CHE PASSI ...







IL SIGNORE DELLA VITA


Un giorno una famiglia fu colpita da un gravissimo lutto. La bambina di pochi mesi si ammalò di un  tumore che la portò alla morte. Il fratellino di qualche anno di vita, dopo qualche giorno dal funerale, chiese a sua madre: “mamma, ma quando torna a casa Lucia?”.

Una donna vegliava il marito morto improvvisamente , con cui aveva trascorso più di quarant’anni insieme : urlava disperata :” Mi avevi promesso che non mi avresti mai lasciato…dove sei ora ? “

La risposta a questa domanda, una delle più radicali che l’uomo possa compiere , noi non potremmo mai darla se Cristo non fosse risorto , se questo non fosse mai successo, e se a questo avvenimento non credessimo dal più profondo del cuore, in altre parole se non credessimo alla Pasqua che stiamo per celebrare.
Effettivamente per cogliere le potenzialità contenute in questa definizione della Pasqua, occorre aver preso atto una volta, lucidamente, della transitorietà della vita. Un filosofo antico, Eraclito, ha espresso questa fondamentale esperienza con una frase rimasta celebre: “ panta rei “, cioè: tutto scorre. Succede nella vita come sullo schermo televisivo: i programmi si susseguono rapidamente e ognuno cancella il precedente. Lo schermo resta lo stesso, ma le immagini che vi passano sopra cambiano. Così è di noi: il mondo rimane, ma noi ce ne andiamo una generazione dopo l’altra. Di tutti i nomi, i volti, le notizie che riempiono i giornali e i telegiornali di oggi , - di me, di te, di tutti noi- cosa resterà da qui a qualche anno o decennio? Nulla di nulla. L’uomo non è che “un disegno creato dall’onda sulla spiaggia del mare che l’onda successiva cancella”.

Nel tentativo di non passare e di non morire del tutto, ci aggrappiamo chi alla giovinezza, chi all’amore, chi alla prole e chi alla fama. “Non morirò del tutto, esclamava il poeta Orazio, ho eretto (con le mie poesie) un monumento più duraturo del bronzo”. Sì, ma a che serve ormai a lui questo “monumento”? Serve a noi, ma non a lui. “L’uomo non è che un soffio, i suoi giorni come ombra che passa”, ripete la Bibbia e credo che almeno su questo punto tutti siamo pronti a darle ragione.

Al momento stesso della nascita inizia per ognuno un conteggio alla rovescia che non si arresta un solo istante, né di giorno né di notte. In taluni conventi c’erano  una volta dei grandi orologi a pendolo su cui era scritto, come per ammonizione: “ Vulnerant omnes, ultima necat, “Tutte (s’intende, le ore) feriscono, l’ultima uccide”.

Di fronte a questa esperienza che tutto passa, si possono prendere diversi atteggiamenti. Uno, molto antico e ricordato nella stessa Bibbia, è quello di chi dice: “Mangiamo e beviamo, tanto domani moriremo” (Is 22,13). Parlando dei giorni che precedettero il diluvio, Gesù dice: “Mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito... e non si accorsero di nulla, finché venne il diluvio e li inghiottì tutti” (cf. Mt 24,38).

L’altro è quello di credere alla resurrezione di Cristo: “Il mondo passa, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1 Gv 2, 17). C’è dunque qualcuno che non passa, Dio, e c’è un modo per non passare del tutto neanche noi: fare la volontà di Dio, cioè credere, aderire a Dio.

Qualcuno si domanda: ma che faremo “in cielo” con Cristo per tutta l’eternità, visto che è lì che siamo destinati ad andare? Non ci annoieremo? Si potrebbe rispondere :  ci si annoia forse a stare bene e in ottima salute? Chiedete a degli innamorati se si annoiano a stare insieme. Quando ci capita di vivere un momento di intensissima e pura gioia non nasce forse in noi il desiderio che ciò duri per sempre, che non finisca mai? Quaggiù questi stati non durano per sempre, perché non c’è un oggetto che possa appagare indefinitamente. Con Dio è diverso. La nostra mente troverà in lui la Verità e la Bellezza che non finirà mai di contemplare e il nostro cuore il Bene di cui non si stancherà mai di godere.



Nel libro della Genesi si legge che dopo il peccato Dio disse all'uomo: "Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai" (Gen 3, 19). Ogni anno, nel mercoledì della ceneri, la liturgia ci ripete questo severo ammonimento: "Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai". O anche  l'altra: "Convertitevi e credete al vangelo".


Facciamo un salto di migliaia di anni e arriviamo a Gesù: "Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io". Esse contengono la risposta cristiana alla più inquietante delle domande umane. Morire non è - come era agli inizi della Bibbia e presso il mondo pagano - uno scendere nello Sheol o nell'Ade per condurvi una vita da larve o di ombre; non è - come per certi biologi atei - un restituire alla natura il proprio materiale organico per un ulteriore uso da parte di altri viventi; non è neppure - come in certe forme di religiosità attuali che si ispirano a dottrine orientali (spesso mal comprese) - un dissolversi come persona nel gran mare della coscienza universale, nel Tutto o, a seconda dei casi, nel Nulla...È invece un andare a stare con Cristo nel seno del Padre, un essere dove lui è.

Il velo del mistero non è tolto perché non può essere tolto. Come non si può descrivere cos'è il colore a un cieco dalla nascita o il suono a un sordo, così non si può spiegare cos'è una vita fuori del tempo e dello spazio a chi è ancora nel tempo e nello spazio. Non è Dio che ha voluto tenerci all'oscuro...Ci è detto però l'essenziale: la vita eterna sarà una comunione piena, anima e corpo, con Cristo risorto, un condividere la sua gloria e la sua gioia.

Papa Benedetto XVI, nella sua recente enciclica sulla Speranza (Spe salvi) riflette sulla natura della vita eterna da un punto di vista anche esistenziale. Comincia con il prendere atto che ci sono persone che non desiderano affatto una vita eterna, ne hanno anzi paura. A che scopo, si chiedono, prolungare una esistenza che si è rivelata piena di problemi e di sofferenze?

La ragione di questa paura, spiega il Papa, è che non si riesce a pensare alla vita se non nei modi che conosciamo quaggiù; mentre si tratta sì di vita, ma senza tutte quelle limitazioni che sperimentiamo al presente. "La vita eterna, dice l'enciclica, sarà un immergerci nell'oceano dell'infinito amore nel quale il tempo - il prima e il dopo - non esiste più. Non sarà un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità".

Con queste parole il Papa allude forse, tacitamente, all'opera di un suo famoso conterraneo. L'ideale del Faust di Goethe è infatti proprio quello di raggiungere una tale pienezza di vita e un tale appagamento da fargli esclamare: "Férmati, istante: sei troppo bello!". Certo questa è l'idea meno inadeguata che possiamo farci della vita eterna: un istante che vorremmo non finisse mai e che -a differenza di tutti gli istanti di felicità di quaggiù - non finirà mai!
Un giorno, quando saliremo alla Nuova Gerusalemme dove si celebra la Pasqua eterna, sono sicuro che potremo davvero esclamare davanti a cieli nuovi e terra nuova quello che i giovani innamorati scrivono sui muri o simbolizzano nel chiudere un lucchetto e nel buttare la chiave :” For ever,, for ever , per sempre, in una gioia eterna! “.

“ ….perché l'Agnello che sta in mezzo al trono
sarà il loro pastore
e li guiderà alle fonti delle acque della vita.
E Dio tergerà ogni lacrima
dai loro occhi».
…………non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
( Apocalisse 7,17.21,4 )


giovedì 1 marzo 2012

E' VIETATO!

 È vietato piangere senza imparare,
alzarti al mattino senza saper cosa fare,
aver paura dei ricordi.
È vietato non sorridere ai problemi,
non lottare per ciò che vuoi,
abbandonare tutto per paura,
non far diventare i tuoi sogni realtà.
È vietato non dimostrare il tuo amore,
far pagare a qualcuno i tuoi debiti e il tuo malumore
È vietato abbandonare i tuoi amici
non tentare di capire ciò che avete vissuto insieme
chiamarli soltanto quando hai bisogno
È vietato non fare le cose per te stesso
non creder in Dio e fare il tuo destino
Aver paura della vita e dei suoi compromessi,
non vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo respiro
È vietato sentire la mancanza di qualcuno senza rallegrarsi,
dimenticare i suoi occhi e la sua risata
solo perché le vostre strade non si incrociano più
È vietato dimenticare il tuo passato e pagarlo con il tuo presente.
È vietato non tentare di capire le persone,
pensare che le loro vite valgano più della tua
non sapere che ognuno ha il suo cammino e la sua gioia
È vietato non creare la tua storia
smettere di ringraziare Dio per la tua vita,
non avere dei momenti per la gente
che ha bisogno di te,
non capire che ciò che ti da la vita
te la può anche togliere.
È vietato non cercare la tua felicità
non vivere la tua vita con un atteggiamento positivo
non pensare che potremmo essere migliori
non sentire che senza di te questo mondo non sarebbe uguale.

( Pablo Neruda )