domenica 24 febbraio 2013

LE QUARESIME DI SAN FRANCESCO





Forse non tutti sanno che S. Francesco d’Assisi  non viveva una sola quaresima all’anno, bensì cinque, quindi nell’arco di un anno, passava più tempo nella penitenza e nel digiuno, che non nella festa o altro. La quaresima del santo era parte integrante di un profondo cammino di conversione, era la via ardua della conformazione a Cristo, come per un atleta professionista, l’allenamento e la palestra. Conformazione a Cristo vittorioso sul peccato e sulla morte, Cristo povero e orante nel deserto, nel Quale tutte le cose sono state ricapitolate.
L’uomo evangelico aveva intuito che il Natale e la Pasqua sono strettamente legati l’uno all’altro, rappresentano come i due poli dell’unico mistero di salvezza. Per questo motivo – dice il Celano – “Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro. “ ( 1 Cel. 84 : FF. 467 )
Tra incarnazione, passione, morte e resurrezione di Cristo egli aveva compreso che v’era un legame profondissimo, come due facce della stessa medaglia. Senza una conoscenza culturale di nozioni liturgiche, ma per intuizione carismatica, aveva compreso l’esigenza di vivere la carica salvifica di quello che è chiamato “ tempo fra l’anno “, diviso in due momenti: dall’epifania al Mercoledì delle Ceneri; dal lunedì dopo la Pentecoste all’Avvento.  ed ecco perché la sua quaresima non iniziava il mercoledì delle Ceneri, bensì il lunedì dopo l’Epifania; e, mentre tutti i frati, come tutti i cristiani, erano tenuti a osservare il digiuno durante la grande quaresima, a quella dopo l’Epifania, i frati erano solo esortati. Questa quaresima lui la chiamava “Benedetta” perché “…coloro che volontariamente la digiunano siano benedetti dal Signore” (Rb 3, 3). Una terza quaresima era quella in preparazione alla natività di Cristo, detta d’“Avvento”, che non iniziava qualche settimana prima di Natale, bensì con la festa di Tutti i Santi, il primo novembre, quindi altri due mesi di grande meditazione della parola di Dio, di preghiera, di penitenza e digiuno.
Ancora un altro periodo di intensa contemplazione era quello in preparazione alla festa dell’Assunta, partiva dalla festa dei santi Pietro e Paolo, in onore della Chiesa, o meglio, di Maria, la madre del Signore, “Vergine fatta Chiesa” (SalV). Questa quaresima  scaturiva dalla grande devozione ecclesiale-mariana di frate Francesco, infatti per lui le due realtà Maria-Chiesa, non andavano mai separate, poiché nella Chiesa si perpetuava l’immagine di Maria che “…aveva reso nostro fratello il Signore della Maestà” (2 Cel 198). La quinta quaresima di frate Francesco, iniziava il giorno dopo l’Assunta e terminava il giorno della festa dei santi Arcangeli, il 29 settembre. Un periodo di contemplazione e digiuno particolarmente caro al santo assisano e a tutto il mondo francescano, perché è proprio durante questo periodo che un Serafino insignì delle stimmate frate Francesco, due anni prima di morire, sull’ormai ben noto monte de La Verna (cfr. 1 Cel 94-96).

Circa duecento giorni di quaresima durante l’arco di un anno, ma quale era il senso di tutto questo tempo trascorso nella preghiera e nel digiuno?

La quaresima – sia quella grande, sia le altre sopra elencate – è per lui come per tutti i fedeli “ il tempo favorevole” destinato alla penitenza, alla conversione per rivivere la verità sostanziale del battesimo. Tuttavia nell’attuazione di questa penitenza, Francesco mette in atto ovviamente un suo stile personale.
Anzitutto Francesco mortifica la propria carne non per odio ma per amore. Portare la propria natura, con i digiuni e le veglie prolungate, dall’animalità alla spiritualità, vuol dire amarla nella maniera più vera. Questa visione della mortificazione-amore è così vera che il Poverello, quando prese coscienza che l’obiettivo della trasformazione era raggiunto, fece pace con la propria carne: «Rallegrati, frate corpo, e perdonami; ecco, ora sono pronto a soddisfare i tuoi desideri, mi accingo volentieri a dare ascolto ai tuoi lamenti». 
Inoltre Francesco aveva compreso che Dio, quando vuole parlare personalmente con qualcuno, lo chiama nel deserto. Per questo motivo, durante le quaresime, egli si sottraeva a tutto e a tutti, si rifugiava nelle selve, nelle gole dei monti, nei luoghi più impervi per occuparsi solo di Dio e passava il suo tempo in una preghiera quasi ininterrotta.
Ancora, distaccato dagli uomini, il Poverello voleva essere distaccato anche dal possesso delle cose. Nei luoghi dove attuava le sue quaresime – più che nelle altre dimore – voleva che regnasse sovrana madonna povertà. Voleva che nessun pensiero terreno, nessuna preoccupazione lo trattenesse nel suo slancio contemplativo.
Infine la bellezza e la gioia delle creature. L’amore di San Francesco per la povertà non gli impediva di ammirare ed amare tutte le creature di Dio. Spoglio di ogni cupidigia, era nella condizione più adatta per raccogliere la voce delle creature e innalzarla con Cristo a Dio Padre. Per questo motivo, per attuare le sue quaresime, sceglieva luoghi nei quali il verde delle selve, la verità delle erbe e dei fiori, il canto degli uccelli, la vastità del panorama che facilitassero i suoi slanci contemplativi e incorniciassero in un alone di gioia i suoi digiuni e le sue mortificazioni.

Veramente la vita di Francesco, così come scrive il Papa Benedetto XVI nel suo messaggio per la quaresima di quest’anno, fu un continuo salire il monte dell’incontro con Dio per poi ridiscendere, portando l'amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio.

martedì 19 febbraio 2013

ANCHE NOI FRANCESCANI...




 Anche noi francescani, attoniti e sorpresi stiamo seguendo gli eventi che si sono susseguiti dall’11 febbraiio in poi. Il Papa lascia il pontificato. un discorso in Concistoro che ha sorpreso il mondo in diretta, un calendario previsto nel dettaglio per lasciare il ruolo di successore di Pietro. Era già successo nella storia della Chiesa, ma mai con una rilevanza mediatica di questa portata. Qualcuno si è scandalizzato. Siamo stati indubbiamente abituati al modello di Giovanni Paolo II, vincitore sul suo Calvario, presente fino all'ultimo. Ma la scelta di Benedetto XVI indica un Calvario spirituale, interiorizzato in un cuore segnato dagli scandali e dalla sofferenza della Chiesa. Il suo gesto ci invita alla conversione e non è certo una rinuncia alla Croce, anzi  sicuramente  egli  ha mostrato la consapevolezza della complessità di un ruolo che richiede pieno dominio di se stessi.
A questo possiamo aggiungere :  Benedetto XVI sin dagli inizi del suo pontificato ha dimostrato una finissima consonanza con la spiritualità francescana ed in parecchi interventi  ha cercato subito di correggere taluni abusi e  “tradimenti” che snaturano la vera percezione di un autentico francescanesimo.. Quando nel novembre del 2005 il papa nominò vescovo di Assisi monsignor Sorrentino – in precedenza segretario della congregazione vaticana per la liturgia – fu lui, Benedetto XVI, a suggerire al nuovo vescovo di dedicare la prima lettera pastorale alla conversione di san Francesco avvenuta nel 1206.

Nel colloquio che ebbe con Sorrentino in occasione della nomina, il papa gli disse : “tutta la vicenda di Francesco è racchiusa nelle parole con cui il Crocifisso di San Damiano lo invia a riparare la Chiesa”.
Questo sta ancora a cuore al vecchio papa dimissionario, riparare la Chiesa di Cristo, fare il suo bene, difenderla… Infine una suggestione : quanto somiglia questo nostro papa al Santo di Assisi che per dare l'esempio e per potersi dedicare completamente alla sua missione, nel 1220 rientrato ad Assisi, sofferente nel fisico e amareggiato per i contrasti tra i frati durante la sua assenza, rinuncia alla carica di ministro generale della comunità in favore del fedele compagno Pietro Cattani ???.
Quando rinuncia al governo dell’Ordine, Francesco fa questa preghiera: «O Signore, ti raccomando la famiglia, che sino ad ora tu mi hai affidata. Ed ora, non potendo io averne cura per le infermità che tu sai, dolcissimo Signore, l’affido ai ministri. Siano tenuti a renderne ragione a te, o Signore, nel giorno del giudizio, se qualche frate o per loro negligenza o cattivo esempio oppure anche per una severità eccessiva, sarà perito» (FF 727).


Non  pare anche a voi che ci siano in queste parole molte somiglianze con la vicenda che coinvolge oggi il Vicario di Cristo?



lunedì 14 gennaio 2013

Nothing To Fear

Ma fedele il mio cuore
segreto rimane alla notte,
e a suo figlio, l'amore che crea.
Puoi tu mostrarmi un cuore
fedele in eterno?
Ha il tuo sole
occhi amici
che mi ravvisino?
e le tue stelle afferrano
la mia mano supplichevole?
Mi rendono in cambio
la tenera stretta
e la parola affettuosa?


mercoledì 9 gennaio 2013

Senza di te che cosa sarei stato?
Senza di te che cosa non sarei?
.......
se nel profondo il cuore si turbasse,
a chi potrei svelare la mia pena?


venerdì 14 dicembre 2012

VERGINE POVERELLA…CULLA DEL FIGLIO DI DIO



Sono  passati 760 anni dal cosiddetto "miracolo di Natale", quando Chiara d'Assisi, malata e immobile nel suo giaciglio in San Damiano quella notte del 1252, assistette in un momento di visione mistica alla celebrazione della messa che avveniva nel medesimo tempo, con Francesco e i suoi frati alla Porziuncola. Rileggiamo quella straordinaria testimonianza che le Fonti e la tradizione francescana conducono fino a noi.

Dalla Leggenda di S. Chiara - CAPITOLO XIX FF. 3212 

Una consolazione veramente mirabile che il Signore le donò nella malattia
Inoltre, come lei nella sua malattia ben si ricordava del suo Cristo, così anche Cristo la visitava nelle sue infermità.
In quell'ora del Natale, quando il mondo giubila con gli angeli per il Bambino appena nato, tutte le Donne si avviano per il Mattutino al luogo della preghiera, lasciando sola la Madre gravata dalle infermità.
E, avendo cominciato a pensare a Gesù piccolino e a dolersi molto di non poter partecipare al canto delle sue lodi, sospirando gli dice: «Signore Iddio, eccomi lasciata qui sola per Te!». Ed ecco, all'improvviso, cominciò a risuonare alle sue orecchie il meraviglioso concerto che si faceva nella chiesa di San Francesco.
Udiva i frati salmeggiare nel giubilo, seguiva le armonie dei cantori, percepiva perfino il suono degli strumenti. Il luogo non era affatto così vicino da consentire umanamente la percezione di quei suoni: o quella celebrazione solenne fu resa divinamente sonora fino a raggiungerla, oppure il suo udito fu rafforzato oltre ogni umana possibilità.
Anzi, cosa che supera questo prodigio di udito, ella fu degna di vedere perfino il presepio del Signore.
Quando, al mattino, le figlie andarono da lei, la beata Chiara disse: «Benedetto il Signore Gesù Cristo, che non mi ha lasciata sola, quando voi mi avete abbandonata! Ho proprio udito, per grazia di Cristo, tutte quelle cerimonie che sono state celebrate questa notte nella chiesa di Santo Francesco».

Attenzione ! S. Chiara udì la liturgia che i frati celebravano nella vicina chiesa ma vide ( così alcuni intendono interpretare le parole della Legenda ) non un presepe fittizio bensì proprio quello di Betlemme ( “ella fu degna di vedere perfino il presepio del Signore “ )


19 Mira, in alto, la povertà di Colui che fu deposto nel presepe avvolto in poveri pannicelli. 20 O mirabile umiltà e povertà che dà stupore! 21 Il Re degli angeli, il Signore del cielo e della terra, è adagiato in una mangiatoia!  ( LETTERE A SANTA AGNESE DI PRAGA - LETTERA QUARTA )

Vergine poverella, culla del Figlio di Dio….

Per Chiara la povertà - così amata e così citata nei suoi scritti - è la ricchezza dell'anima che, spogliata dei propri beni, si apre allo «Spirito del Signore e alla sua santa operazione» (cfr. Reg. S. Ch. X,10: FF 2811), come conca vuota in cui Dio può riversare l'abbondanza dei suoi doni. Il parallelo Maria-Chiara compare nel primo scritto di San Francesco, nella «Forma vivendi» data a Chiara «Per divina ispirazione vi siete fatte figlie e serve dell' altissimo sommo Re, il Padre celeste, e vi siete sposate allo Spirito Santo, scegliendo di vivere secondo la perfezione del santo Vangelo» (Forma vivendi, in Reg. S. Ch. VI,3: F 2788).
Chiara e le sue sorelle sono dette «spose dello Spirito Santo»: termine inusitato nella storia della Chiesa, dove la suora, la monaca è sempre qualificata come «sposa di Cristo». Ma riecheggiano qui alcuni termini del racconto lucano dell'Annunciazione (cfr. Lc 1, 26-38), che diventano parole-chiave per esprimere l'esperienza di Chiara: l'«Altissimo», lo «Spirito Santo», il «Figlio di Dio», la «serva del Signore» e, infine, quella «adombrazione» che è per Chiara la velazione, allorché i suoi capelli, recisi, cadono ai piedi dell'altare della Vergine Maria nella Porziuncola, «quasi davanti al talamo nuziale» (cfr. Legg. S. Ch. 8: FF 3170-3172).


3. L'«operazione dello Spirito del Signore», che ci è donato nel Battesimo, è quella di creare nel cristiano il volto del Figlio di Dio. Nella solitudine e nel silenzio, che Chiara sceglie come forma di vita per sé e per le sue consorelle tra le poverissime pareti del suo monastero, a mezza costa tra Assisi e la Porziuncola, si dissipa la cortina di fumo delle parole e delle cose terrene, e la comunione con Dio diviene realtà: amore che nasce e che si dona.
Chiara, chinata in contemplazione sul Bambino di Betlemme, così esorta: «Poiché questa visione di lui è splendore dell'eterna gloria, chiarore della luce perenne e specchio senza macchia, ogni giorno porta l'anima tua in questo specchio... Mira la povertà di Colui che fu deposto nel presepe e avvolto in poveri pannicelli. O mirabile umiltà e povertà che dà stupore! Il Re degli angeli, il Signore del cielo e della terra, è adagiato in una mangiatoia!» (Lett. IV,14. 19-21: FF 2902-2904).
Ella neppure s'accorge che anche il suo grembo di vergine consacrata e di «vergine poverella» attaccata a «Cristo povero» (cfr. Lett. II,18: FF 2878) diviene, per via di contemplazione e di trasformazione, una culla del Figlio di Dio (Proc. IX, 4: FF 3062). È la voce di questo Bambino che dall'Eucaristia, in un momento di grande pericolo - quando il monastero sta per cadere in mano a truppe saracene al soldo dell'imperatore Federico II -, la rassicura: «Io vi custodirò sempre!» (Legg. S. Ch. 22: FF 3202).
Nella notte di Natale del 1252, Gesù Bambino trasporta Chiara lontano dal suo lettuccio di inferma e l'amore, che non ha luogo né tempo, la avvolge in una esperienza mistica che la immerge nell'abisso infinito di Dio.

( IOANNES PAULUS PP. II - 11 agosto, memoria liturgica di Santa Chiara d'Assisi, dell'anno 1993, quindicesimo di Pontificato )


Dio misericordioso, che hai ispirato alla santa Madre Chiara un ardente amore per la povertà evangelica, per sua intercessione concedi anche a noi di seguire Cristo povero e umile, per godere della tua visione nella perfetta letizia del tuo regno. Amen


                                                                                              Antonio Fasolo Ofs