" Non abbiate fretta e
non vi partite, ed io ordinerò quello che voi dobbiate fare per la salute
dell'anime vostre". E allora pensò di fare il terzo Ordine
per universale salute di tutti"( FF 1846 ).
" Dai loro posti di sentinella, essi aspettano il ritorno del loro Signore, per aprirgli subito, appena busserà. "
venerdì 13 settembre 2013
domenica 25 agosto 2013
C'ERA UNA VOLTA UN RE....
“ ...Era sottile e
gracile, di una giusta magrezza e d’alta
statura. Il suo volto era angelico e i
suoi lineamenti pieni di grazia. Veniva verso la chiesa dei Frati Minori non in
pompa regale, ma in abito da pellegrino...e non si preoccupava di avere un
seguito di nobili ma preferiva essere accompagnato dalle preghiere e dai
suffragi dei poveri...In verità lo si sarebbe detto piuttosto un monaco di
fervida devozione, che un cavaliere armato per la guerra.”(1) Eppure, di
guerre, Luigi IX ne aveva affrontate parecchie, alcune molto cruente, e ben due
crociate, nella seconda delle quali egli stesso incontrò la morte. Nato probabilmente nel 1214, il giorno 25
del mese di Aprile a Poissy ( Francia ), alla morte del padre, nel 1226, a soli
12 anni , il fanciullo diventò re col nome di Luigi ( Ludovico) IX. Nel 1234,
all’età di 20 anni sposò Margherita, figlia primogenita di Raimondo Beringhieri
V, conte di Provenza, che allora aveva appena tredici anni. Nel Medioevo un
matrimonio d’amore, specie fra nobili, era privo di senso, ma Luigi amò sempre
e rispettò profondamente Margherita da cui ebbe la gioia di undici figli ( il
primo dopo sei anni di matrimonio ). Il re, come abbiamo detto, morì nel 1270
da crociato e martire della fede ( anche se quest’ultimo aspetto non fu mai
riconosciuto adeguatamente dalla Chiesa ). In verità la sua fama di santità era
già affermata, ma dal 1223 in base alle nuove norme canoniche, essa non bastava
più a consacrare “ ipso facto “ . La proclamazione di questa, dipendeva da un
processo di canonizzazione effettuato presso la corte di Roma. Luigi IX rispettò le nuove regole e compì miracoli non
in vita ma dopo la morte e fu proclamato santo soprattutto per le sue virtù e
la sua vita cristiana, con particolare riguardo a quella coniugale. Per non
cadere nella trappola agiografica delle figurine devozionali, mi preme
sottolineare che Luigi IX non fu un santo che ebbe la sventura ( !) di
ritrovarsi re, ma piuttosto fu una grande figura umana che ebbe la grazia e la
capacità e di assumere e di incarnare in sé i lineamenti del re giusto e
valoroso (Davide), del re sapiente (Salomone) ed infine del re sconfitto
sofferente ma santo ( Il Cristo). Fu grande protagonista della storia del suo
tempo, un periodo in cui la cristianità era un corpo, compatto con due teste,
il Papa e l’Imperatore. Il ruolo del denaro negli scambi mercantili cresceva
vertiginosamente e S.Luigi fu il primo re di Francia a battere una moneta
d’oro, lo scudo. Ma al tempo stesso la sua attenzione per i poveri, le masse di
contadini, le categorie deboli ed indifese lo indussero ad organizzare una
forma già allora abbastanza valida di Welfare State.
Oltre a promuovere la
costruzione di cattedrali e monasteri, nel 1226 guidò la fase decisiva della
crociata contro gli Albigesi e dopo che papa Gregorio IX ebbe introdotto
l’Inquisizione nel 1233, S.- Luigi fu il primo re di Francia a giustiziare gli
eretici condannati da quel tribunale. Alla Chiesa , tuttavia, non risparmiò le
critiche, se necessario, come quando, nauseato dalla ostentazione gratuita di
ricchezze, fece sequestrare i beni temporali de l Vescovo di Beavois, cioè le
fonti del suo reddito non destinate ala sua funzione religiosa, rischiando per
questo la scomunica. In ogni caso, pur rispettandola, egli ritenne sempre che
la Chiesa non dovesse essere ricca. In
materia di morale e di eresie fu inflessibile. Memorabile il caso in cui fece
marchiare a fuoco sulle labbra un bestemmiatore perché fosse punito in maniera
esemplare. Anche i provvedimenti contro gli ebrei ( in gran arte usurai) furono
molto duri. Obbedendo ad un appello del Papa che ne aveva già discusso durante
il Quarto Concilio Lateranense, emise un’ordinanza che imponeva loro di
assistere alle prediche dei religiosi incaricati di convertire gli infedeli e
portare il segno scarlatto di feltro o
di panno sulle vesti come
marchio d’infamia ( un po’
l’antenato della stella gialla imposta dai nazisti ) Seguirono confische e
distruzioni del Talmud accusato di contenere bestemmie contro Gesù e la
Madonna. Infine partecipò ad una prima crociata contro i musulmani nel 1248
conclusasi con una sconfitta ed una breve prigionia ed il suo ritorno in patria
nel 1254.
Un cambiamento profondo avvenne in lui. una sorta di conversione ad
una maggiore austerità. Certamente in Oriente S.Luigi non era andato a cercare
gloria effimera ma il suo era stato concepito sin dall’inizio come un vero e
proprio pellegrinaggio sulle tracce di Cristo. Luigi decise d’intraprendere una
seconda crociata nel 1267. Sbarcato a Tunisi, l’esercito crociato fu colpito da
un’epidemia di tifo o dissenteria e il re stesso, ammalatosi, morì il 25 agosto
di quell’anno. Come vedete ci troviamo di fronte ad un uomo che non reggerebbe
certo il giudizio storico di correttezza guidato dall’orientamento della
mentalità corrente. Eppure, anche se di questi tempi è bene essere “
religiosamente corretti” sappiamo che
tre elementi agirono con decisione in favore della sua canonizzazione : la
fama ( “ bona fama” “ vox populi” ), le pressioni della dinastia capetingia e
quelle degli ordini religiosi da lui sempre amati come i Cistercensi,
Domenicani e Francescani oltre naturalmente ai miracoli e al’indubbio
riconoscimento dell’eroismo delle sue virtù cristiane. Aggiungo per mera
curiosità, che egli non fu canonizzato in quanto “ Terziario Francescano “
anche se certamente lo fu, ma cooptato a posteriori nell’ordine a mo’ di
Patrono( come accadde pure ad Elisabetta d’Ungheria la cui causa non fu
sostenuta inizialmente da francescani ma dal suo confessore Corrado di Marpurgo
e dal Langravio di Turingia ). Molto note sono le raccomandazioni che Luigi IX
lasciò al figlio Filippo come testamento spirituale. Ma a me piace ricordare
ciò che egli scrisse ala figlia Isabella. Qui il re dice qualcosa di più
profondo di ciò che ha confidato a Filippo. Questo personalmente mi basta per
venerarne la santità. “La misura in cui dobbiamo amare Dio è amarlo senza
misura.”(2)
Antonio Fasolo Ofs
(1) - Frà Salimbene da Parma, Chronica.
- La maggior parte delle notizie e i riferimenti storici
sono tratti dal volume : Jacques Le
Goff, San Luigi - Ed . Einaudi 1996
- pp.812
25/08/2000
mercoledì 7 agosto 2013
FAQ Frequently Asked Questions about Ofs !!!
Domande
più comuni
Chi
sono i Francescani Secolari?Sono laici o sacerdoti , uomini e donne, coniugati e non, discepoli di Cristo, che professano la fede cattolica.
Cosa vogliono?
Vogliono vivere il vangelo nel mondo, praticandolo in ogni ambito sociale, alla maniera e secondo l’esempio lasciatoci da Francesco d’Assisi.
Vogliono vivere come fratelli e sorelle, figli d’un unico Padre, sotto la protezione e l’indicibile amore della Beata Vergine Maria , vogliono vivere in Fraternità.
Dove agiscono?
Gioiosi e riconciliati camminamo per le strade del mondo con lo sguardo sempre rivolto a Cristo nostra salvezza e speranza, Signore del tempo e dell’Eternità.
L’Ordine Francescano Secolare, insieme a tanti Istituti, Congregazioni,
Movimenti e altre Associazioni, tutti suscitati dallo Spirito nella Chiesa, è
classificato nel Codice di diritto canonico come una Associazione pubblica
della Chiesa. I francescani secolari però, non sono un semplice gruppo ecclesiale o
un’associazione qualsiasi, ma, come dice la denominazione, costituiscono un
vero Ordine nella Chiesa. Essi hanno infatti una propria Regola di vita, che è
soggetta all’approvazione personale del Papa. La prima Regola risale allo
stesso San Francesco; è stata modificata più volte successivamente e infine
aggiornata nel 1978 da Paolo VI in modo da riflettere lo spirito delle origini
nel nostro tempo alla luce del Concilio Vaticano II.
Come
si entra a far parte dell’OFS?
Tutto inizia col desiderio di conoscere. Chi vuole saperne di più, può contattare l’Assistente o il Ministro/a della Fraternità o qualsiasi membro di una Fraternità.
L’approccio prosegue con un periodo di conoscenza durante il quale vengono illustrate la vita di San Francesco e la spiritualità francescana. Qualora si maturi il desiderio di continuare, segue un periodo di formazione all’OFS con la conoscenza specifica della Regola e delle Costituzioni. Se alla fine di questo percorso di approfondimento si giunge ad una decisione affermativa, il cammino si conclude con la professione pubblica, o promessa di vita evangelica, e si entra a far parte di diritto dell’Ordine Francescano Secolare e della famiglia francescana.
Diciamo quindi che intraprendere questo cammino significa rispondere ad una chiamata, all’inizio semplicemente con un desiderio di conoscere e alla fine con una vera e propria scelta di vita, che richiede impegno, come tutte le cose belle, serie ed importanti.
lunedì 22 luglio 2013
venerdì 28 giugno 2013
SE TORNASSE SAN FRANCESCO...
Viva Francesco, il santo ritornato
Presentiamo
in questa pagina una parte di «Se tornasse san Francesco», il breve
saggio di Carlo Bo appena riproposto da Castelvecchi (pagine 64, euro
7,50). Si tratta dell’intervento che nell’aprile del 1982 inaugurò la
serie di «Il Nuovo Leopardi», trimestrale diretto da Gastone Mosci e
apparso con regolarità fino al 1997. La rivista fu espressione della
vivacità culturale di Urbino, la città in cui Bo (1911-2001) rivestì a
lungo la carica di rettore dell’Università oggi a lui intitolata. Fra i
massimi critici letterari del ’900, lo studioso fu autore di contributi
capitali tra cui «Letteratura come vita» (1938), «Scandalo della
speranza» (1957) e «Sulle tracce del Dio nascosto» (1984).
Tornerà san Francesco? Per ora siamo costretti a fantasticare sulla possibilità del suo ritorno, rovesciando la domanda sotto forma di ipotesi: se tornasse. Se tornasse, se un giorno battesse alla nostra porta di carta, che lascia trapelare un’infinità di altre notizie, di altri messaggi, come ci giocherebbe, quale sarebbe il suo stupore? Un poeta francese dimenticato ha scritto una poesia su uno di questi ritorni, sul maggiore che la nostra mente possa ipotizzare, il Cristo come fantasma, come revenant. Un viaggio scontato in cui il Cristo mascherato ritrova il mondo eternamente immerso nel lago della sua disperata solitudine, una sorta di conferma dei nostri vizi, della nostra perpetua corruzione. Sarebbe lo stesso per san Francesco e sulle macerie che da secoli cerchiamo di rimettere in piedi troverebbe qualche pezzo del libro delle sue regole, non proprio cenere così come non è cenere il Vangelo. Tutti e due però questi frammenti a testimoniare l’abbandono da parte nostra, la rinuncia all’impresa, il guanto gettato della sfida che si rivela insuperabile.
Così il Cristianesimo è stato e resta quasi sempre la più bella delle tentazioni, la più pura idea dell’uomo, ciò che vorremmo attuare e non ci riesce perché ci manca l’obbedienza, l’amore per gli altri che annulla l’amore per noi stessi, il perdono. Ne facciamo un canto, una poesia, un affresco: tutti i simboli della più alta delle nostre ambizioni, di quelle ambizioni che in partenza spegniamo nel colore indeciso, perso delle utopie. Nei migliori, nei santi, nella sterminata famiglia di chi soffre e non ha voce si è rifugiata la dura lezione francescana, in tutti gli altri a cui apparteniamo spesso tende a sfumarsi in leggenda. Nel nostro caso, nella leggenda di san Francesco.
Quando Francesco batte alle nostre porte e questo avviene molto più spesso di quanto non crediamo, noi ci limitiamo al metro dello spiraglio, facciamo entrare nelle nostre case la sua leggenda e lasciamo fuori le sue verità che sono la pazienza, il perdono, l’amore. In fondo è soltanto l’amore che le raccoglie e le riassume tutte. Perché lasciamo fuori di casa la sua verità «d’amore»? Ma perché ne siamo incapaci, il regime di usura e di sfruttamento, la regola del do ut des, la filosofia di vita che ne consegue hanno come obiettivo primo lo spirito d’amore, quel bonum che scriviamo sulle nostre insegne e in realtà non rispettiamo. Il bonum è soltanto nostro e facciamo di tutto per ottenerlo, migliorarlo sul piano pratico mentre non è mai – come vorrebbe san Francesco – quello degli altri. Da questo punto di vista vince puntualmente il nostro calcolo, il nostro utile, il senso delle convenienze. San Francesco ha perso, così come sembrano fatalmente decaduti i suoi sogni di una comunità umana svincolata dalle dure leggi dell’economia, i tentativi che sono stati fatti in altri continenti e che si ispiravano alle sue più generose ambizioni appartengono alla Storia scritta ed è improbabile che possano tornare in quella da scrivere. I tempi per questo motivo non sono mai stati pronti, lo sono sempre meno, anche se nelle nostre programmazioni, nelle nostre calcolatrici, nei computer mettiamo tutti i dati necessari per risolvere questo drammatico problema della disuguaglianza. La società industriale ha ingigantito le ragioni del contrasto sociale che al tempo di san Francesco avevano un carattere familiare, ma non dimentichiamo che in prospettiva aveva intravisto l’importanza del tema e secondo la sua natura lo aveva risolto alle radici. Nell’ambito della «povertà» san Francesco aveva saputo distinguere il veleno che uccide il corpo di un Paese, intanto se ne era assunto la sua parte di responsabilità, per sé e per i suoi frati e dal momento in cui si è convinto di questa verità ha messo in moto la macchina della riduzione al minimo, all’essenziale e perché era santo del «sotto il minimo», dell’appena vitale, insomma della sopravvivenza. Questo significa quel suo voler chiedere per gli altri, farsi povero per le strade, alla porta della chiesa, questuando per le case e sottoponendosi all’offesa e all’insulto. Niente dà più noia della povertà, nessuno disturba più del povero. A distanza di molti secoli questa filosofia è stata ripresa e illustrata dal Manzoni in uno dei grandi libri della letteratura, che è ancora una storia familiare ma dove lo spirito di san Francesco è vivo nella violenza del mondo, nella coscienza della colpa, nel solenne invito al perdono che fra’ Cristoforo rivolge a Renzo. È la grande linea che riscatta una letteratura come la nostra per tanta parte incline alla dilettazione retorica, la linea che parte dal Cantico, passa per Dante e approda ai Promessi sposi. Ma anche di questo abbiamo fatto una leggenda, qualcosa da ammirare dal di fuori senza compromettere nulla di quanto sia veramente nostro, del nostro interiore. Tutto si risolve nei momenti più sinceri in rimorso, tutto si placa nella coscienza della nostra inadeguatezza, in una pura ispirazione verso il bene, il perdono, l’amore. Non di più; e a volte ci sembra già molto, avvoltolati come siamo nella polvere del peccato, dell’offesa a Dio che si fa sempre più sanguinosa, per cui sembra non esserci alcun limite al bisogno di vendetta e l’uomo ha imparato a bere il sangue delle vittime e a sedere al banchetto che quotidianamente viene imbandito per le maschere, le controfigure, i violentatori dell’uomo.
Questa è la risposta più infame che diamo a san Francesco, che bussa alla nostra porta, a suo modo una risposta esemplare nel senso del demonio, della grande tentazione di sovvertimento; ma ci sono le altre risposte di comodo che se sommate rappresentano un bel capitale d’inerzia di rinuncia e di rifiuto. Il diavolo non soltanto assassino, il più delle volte è un seminatore di inganni, di illusioni e pochissimi fra di noi possono sostenere di non averlo mai conosciuto. Ci ha insegnato la distrazione, l’omissione, la perfida consuetudine dell’omertà, il rovescio della lezione di san Francesco.
Ecco perché la maggior parte delle volte che viene a battere alla nostra porta facciamo finta di non sentire e non apriamo e diventiamo strumenti della sua perfetta letizia. Noi siamo getti d’acqua congelata che gli percuotevano le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. Siamo noi a ripetere con il frate della porta che non si apre: «Vattene, non è ora decente questa di arrivare», perché di questa «decenza» abbiamo fatto l’optimum della nostra filosofia. Siamo sempre noi a ripetergli: «Vattene, tu sei un semplice e un idiota, qui non ci puoi venire». È sull’idiota, sull’ignoranza che fondiamo la nostra superbia, siamo cioè noi ad essere sconfitti perché non abbiamo più il senso della pazienza e ci illudiamo di strappare la pace e la libertà con il mondo del tentatore. In tal modo lasciamo fuori della nostra porta ciò che invece dovrebbe starci più a cuore, la verità del cuore.
Tornerà san Francesco? Per ora siamo costretti a fantasticare sulla possibilità del suo ritorno, rovesciando la domanda sotto forma di ipotesi: se tornasse. Se tornasse, se un giorno battesse alla nostra porta di carta, che lascia trapelare un’infinità di altre notizie, di altri messaggi, come ci giocherebbe, quale sarebbe il suo stupore? Un poeta francese dimenticato ha scritto una poesia su uno di questi ritorni, sul maggiore che la nostra mente possa ipotizzare, il Cristo come fantasma, come revenant. Un viaggio scontato in cui il Cristo mascherato ritrova il mondo eternamente immerso nel lago della sua disperata solitudine, una sorta di conferma dei nostri vizi, della nostra perpetua corruzione. Sarebbe lo stesso per san Francesco e sulle macerie che da secoli cerchiamo di rimettere in piedi troverebbe qualche pezzo del libro delle sue regole, non proprio cenere così come non è cenere il Vangelo. Tutti e due però questi frammenti a testimoniare l’abbandono da parte nostra, la rinuncia all’impresa, il guanto gettato della sfida che si rivela insuperabile.
Così il Cristianesimo è stato e resta quasi sempre la più bella delle tentazioni, la più pura idea dell’uomo, ciò che vorremmo attuare e non ci riesce perché ci manca l’obbedienza, l’amore per gli altri che annulla l’amore per noi stessi, il perdono. Ne facciamo un canto, una poesia, un affresco: tutti i simboli della più alta delle nostre ambizioni, di quelle ambizioni che in partenza spegniamo nel colore indeciso, perso delle utopie. Nei migliori, nei santi, nella sterminata famiglia di chi soffre e non ha voce si è rifugiata la dura lezione francescana, in tutti gli altri a cui apparteniamo spesso tende a sfumarsi in leggenda. Nel nostro caso, nella leggenda di san Francesco.
Quando Francesco batte alle nostre porte e questo avviene molto più spesso di quanto non crediamo, noi ci limitiamo al metro dello spiraglio, facciamo entrare nelle nostre case la sua leggenda e lasciamo fuori le sue verità che sono la pazienza, il perdono, l’amore. In fondo è soltanto l’amore che le raccoglie e le riassume tutte. Perché lasciamo fuori di casa la sua verità «d’amore»? Ma perché ne siamo incapaci, il regime di usura e di sfruttamento, la regola del do ut des, la filosofia di vita che ne consegue hanno come obiettivo primo lo spirito d’amore, quel bonum che scriviamo sulle nostre insegne e in realtà non rispettiamo. Il bonum è soltanto nostro e facciamo di tutto per ottenerlo, migliorarlo sul piano pratico mentre non è mai – come vorrebbe san Francesco – quello degli altri. Da questo punto di vista vince puntualmente il nostro calcolo, il nostro utile, il senso delle convenienze. San Francesco ha perso, così come sembrano fatalmente decaduti i suoi sogni di una comunità umana svincolata dalle dure leggi dell’economia, i tentativi che sono stati fatti in altri continenti e che si ispiravano alle sue più generose ambizioni appartengono alla Storia scritta ed è improbabile che possano tornare in quella da scrivere. I tempi per questo motivo non sono mai stati pronti, lo sono sempre meno, anche se nelle nostre programmazioni, nelle nostre calcolatrici, nei computer mettiamo tutti i dati necessari per risolvere questo drammatico problema della disuguaglianza. La società industriale ha ingigantito le ragioni del contrasto sociale che al tempo di san Francesco avevano un carattere familiare, ma non dimentichiamo che in prospettiva aveva intravisto l’importanza del tema e secondo la sua natura lo aveva risolto alle radici. Nell’ambito della «povertà» san Francesco aveva saputo distinguere il veleno che uccide il corpo di un Paese, intanto se ne era assunto la sua parte di responsabilità, per sé e per i suoi frati e dal momento in cui si è convinto di questa verità ha messo in moto la macchina della riduzione al minimo, all’essenziale e perché era santo del «sotto il minimo», dell’appena vitale, insomma della sopravvivenza. Questo significa quel suo voler chiedere per gli altri, farsi povero per le strade, alla porta della chiesa, questuando per le case e sottoponendosi all’offesa e all’insulto. Niente dà più noia della povertà, nessuno disturba più del povero. A distanza di molti secoli questa filosofia è stata ripresa e illustrata dal Manzoni in uno dei grandi libri della letteratura, che è ancora una storia familiare ma dove lo spirito di san Francesco è vivo nella violenza del mondo, nella coscienza della colpa, nel solenne invito al perdono che fra’ Cristoforo rivolge a Renzo. È la grande linea che riscatta una letteratura come la nostra per tanta parte incline alla dilettazione retorica, la linea che parte dal Cantico, passa per Dante e approda ai Promessi sposi. Ma anche di questo abbiamo fatto una leggenda, qualcosa da ammirare dal di fuori senza compromettere nulla di quanto sia veramente nostro, del nostro interiore. Tutto si risolve nei momenti più sinceri in rimorso, tutto si placa nella coscienza della nostra inadeguatezza, in una pura ispirazione verso il bene, il perdono, l’amore. Non di più; e a volte ci sembra già molto, avvoltolati come siamo nella polvere del peccato, dell’offesa a Dio che si fa sempre più sanguinosa, per cui sembra non esserci alcun limite al bisogno di vendetta e l’uomo ha imparato a bere il sangue delle vittime e a sedere al banchetto che quotidianamente viene imbandito per le maschere, le controfigure, i violentatori dell’uomo.
Questa è la risposta più infame che diamo a san Francesco, che bussa alla nostra porta, a suo modo una risposta esemplare nel senso del demonio, della grande tentazione di sovvertimento; ma ci sono le altre risposte di comodo che se sommate rappresentano un bel capitale d’inerzia di rinuncia e di rifiuto. Il diavolo non soltanto assassino, il più delle volte è un seminatore di inganni, di illusioni e pochissimi fra di noi possono sostenere di non averlo mai conosciuto. Ci ha insegnato la distrazione, l’omissione, la perfida consuetudine dell’omertà, il rovescio della lezione di san Francesco.
Ecco perché la maggior parte delle volte che viene a battere alla nostra porta facciamo finta di non sentire e non apriamo e diventiamo strumenti della sua perfetta letizia. Noi siamo getti d’acqua congelata che gli percuotevano le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. Siamo noi a ripetere con il frate della porta che non si apre: «Vattene, non è ora decente questa di arrivare», perché di questa «decenza» abbiamo fatto l’optimum della nostra filosofia. Siamo sempre noi a ripetergli: «Vattene, tu sei un semplice e un idiota, qui non ci puoi venire». È sull’idiota, sull’ignoranza che fondiamo la nostra superbia, siamo cioè noi ad essere sconfitti perché non abbiamo più il senso della pazienza e ci illudiamo di strappare la pace e la libertà con il mondo del tentatore. In tal modo lasciamo fuori della nostra porta ciò che invece dovrebbe starci più a cuore, la verità del cuore.
Carlo Bo
( Avvenire . 28 giugno 2013 )
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San Francesco
lunedì 13 maggio 2013
CRISTO VIVE IN ME.
«Un uomo fatto preghiera»,
così il suo primo biografo esprime la dimensione orante di Francesco d’Assisi:
la relazione con Dio lo ha condotto ad entrare pienamente nella preghiera
facendo dell’atteggiamento di comunione con il Tu divino una costante della sua
persona e del suo andare, che nulla gli poteva rapire. Come è accaduto? Non per
i doni straordinari: verso la fine della vita ha avuto qualche esperienza non
comune. Ma essenzialmente Francesco ha portato a pienezza il seme di vita con
Dio, che ogni cristiano ha in sé dal battesimo. Così Paolo lo esprime nella
Lettera ai Galati: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma
Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del
Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (2,19b-20).
Attraverso gli scritti di
Francesco cerchiamo di scoprire come si è manifestata la vita di Cristo in lui,
prendendo come punto di partenza l’orazione da lui composta prima di
comprendere chiaramente la chiamata di Dio. La tradizione ha tramandato il
luogo in cui è stata innalzata: il grande crocifisso bizantino nella chiesetta
di San Damiano. In ogni caso egli si rivolge a Dio: «Alto e glorioso Dio,
illumina le tenebre de lo core mio, e damme fede diritta, speranza certa e
caritade perfetta, senno e conoscimento, Signore, che faccia lo tuo santo e
verace comandamento. Amen» (FF 276).
È l’unica preghiera di
domanda da lui formulata. Francesco si sente avvolto dalle tenebre interiori.
Dio lo sta attirando, ma il suo cuore è incerto, non sa in che direzione
muoversi. Chiede luce: più tardi saprà che essa viene dallo Spirito Santo, il
quale indica la via. Domanda la fede diritta, senza errori o
deviazioni, che lungo il cammino si trasformerà in fiducia totale, come
consegna nelle mani del Padre, sui passi di Gesù. La speranza certa dimora
in noi quando il desiderio che ci abita è orientato a Dio, nella certezza che
lui solo può e vuole dargli compimento. Infine la carità perfetta si
dona a Dio e ai fratelli fino all’estremo. L’ultima domanda di Francesco è il
discernimento per comprendere il disegno di Dio su di lui.
Un unico desiderio
Più tardi egli chiederà
soltanto di «fare ciò che sappiamo che tu vuoi e di volere sempre ciò che a te
piace». Rimane l’unico desiderio personale, perché questa è stata la
sete di Gesù in tutta la sua vita. Tale anelito infatti consente al Povero di
Assisi di seguire le orme del Figlio diletto, lasciando agire lo Spirito
Santo che abita nei nostri cuori. Questo ospite divino, che siamo
chiamati ad ascoltare e a non soffocare con il nostro egoismo, dentro di noi
compie una triplice operazione: purifica da quello che allontana da Dio,
dall’attaccamento a noi stessi, ai beni di questo mondo, alle persone, alle
passioni che tolgono la libertà e la capacità di amare nella gratuità; illumina
facendo conoscere Dio attraverso la Parola proclamata nella liturgia o meditata
personalmente, gli avvenimenti e le persone, come pure attraverso la buona
coscienza che spinge al bene; accende del suo fuoco, che è
l’amore con il quale Dio stesso ci ama e ci conduce all’intima unione con lui.
Francesco esorta i suoi fratelli a fare «attenzione che sopra tutto devono
desiderare di avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione» (FF
104), che abbiamo appena cercato di descrivere. Quando si ha tale
desiderio sommo, si resta uniti a Dio in ogni momento: nella preghiera, nel
lavoro, nel dialogo fraterno, nello sguardo al creato, nell’andare e nel
riposare.
Francesco insegna che a
quel punto la preghiera diventa rendimento di grazie, perché in tutto si vede
l’agire di Dio, la sua provvidenza, la sua misericordia. Al termine di ogni
giornata, ripensando a quanto vissuto, si scoprono i doni divini e nel cuore
cresce la riconoscenza; si vede il suo passaggio nelle scelte compiute e non è
più possibile gonfiarsi d’orgoglio per i propri successi o il bene compiuto,
perché tutto è grazia. Nelle Ammonizioni Francesco indica un cammino di
povertà interiore, di non appropriazione, che fa vivere il quotidiano con
sapienza, in un amore fraterno che è autentico perché spoglio di sé.
Un abbraccio dalla
creazione alla redenzione
Nel suo rendere grazie
Francesco abbraccia l’intera storia della salvezza: «Onnipotente, santissimo,
altissimo e sommo Dio, Padre santo e giusto, per te stesso ti rendiamo grazie»
(FF 63) Il punto di partenza è Dio stesso, il totalmente Altro
che si fa vicino come Padre: è per lui che innanzi tutto Francesco rende grazie.
Gli basta che Dio sia Dio, grande e misericordioso, indicibile e amabile; tutto
il resto viene di conseguenza. Così il ringraziamento si espande dalla
creazione alla redenzione: «e ti rendiamo grazie, perché come tu ci hai creato
per mezzo del tuo Figlio, così per il verace e santo tuo amore, con il quale ci
hai amato, hai fatto nascere lo stesso vero Dio e vero uomo dalla gloriosa
sempre vergine beatissima santa Maria, e per la croce, il sangue e la morte di
lui ci hai voluti redimere dalla schiavitù» (FF 64).
La riconoscenza perfeziona
la fede: non solo si affida, ma cammina nella gratitudine che fa penetrare
sempre più nel mistero rivelato ai piccoli. Lo sguardo di Francesco estende il
rendimento di grazie fino al giudizio finale, in cui la giustizia verrà a noi
attraverso il Padre misericordioso. Il traboccare della gratitudine
rende più consapevoli della propria debolezza: «e poiché tutti noi miseri e
peccatori non siamo degni di nominarti, supplici preghiamo che il Signore
nostro Gesù Cristo Figlio tuo diletto, nel quale ti sei compiaciuto, insieme
con lo Spirito Santo Paraclito ti renda grazie così come a te e a lui piace,
per ogni cosa, lui che ti basta sempre in tutto e per il quale a noi hai fatto
cose tanto grandi» (FF 66). Sentendosi inadeguato al rendimento
di grazie, Francesco si appoggia nuovamente a Gesù Cristo che vuole seguire e
allo Spirito Santo da cui si lascia guidare.
La lode si muove nella
comunione d’amore delle tre divine persone, che sperimenta nell’intimo per la
forza del divino amore. Infine accenno alla pura lode scaturita dall’esperienza
mistica della Verna: «Tu sei santo, Signore solo Dio che compi meraviglie…» (FF
261). Il Tu sei, che scandisce tutto l’inno, rivela Francesco
fisso nel suo Tu. A lui si è consegnato come Gesù, di cui ha fatto esperienza
nella visione del Serafino. È il Padre Santo, nel quale Francesco si è
immerso senza perdere la propria realtà di persona, ritrovandosi nel Tu che è
tutto: amore, sapienza, bellezza, ricchezza e fin d’ora è la vita eterna.
Restando nel Tu, Francesco è davvero uomo fatto preghiera.
Francesco, con Dio in ogni
momento, uomo fatto preghiera
di Chiara Giovanna Cremaschi
clarissa di Milano
clarissa di Milano
Dell’Autrice segnaliamo:
Chiara di Assisi. Un
silenzio che grida
Porziuncola, Santa Maria
degli Angeli 2009, pp. 232
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Francescani,
San Francesco
SALVE MARIA!
Salve, o dolce Vergine,
salve, o dolce Madre,
in Te esulta tutta la terra
e i cori degli angeli.
Tempio santo del Signore,
gloria delle vergini,
Tu giardino del Paradiso,
soavissimo fiore.
Tu sei trono altissimo,
Tu altar purissimo,
in te esulta, o piena di grazia,
tutta la creazione.
Paradiso mistico,
fonte sigillata,
il Signore in Te germoglia
l'albero della vita.
O Sovrana semplice,
o Potente umile,
apri a noi le porte del cielo,
dona a noi la luce.
salve, o dolce Madre,
in Te esulta tutta la terra
e i cori degli angeli.
Tempio santo del Signore,
gloria delle vergini,
Tu giardino del Paradiso,
soavissimo fiore.
Tu sei trono altissimo,
Tu altar purissimo,
in te esulta, o piena di grazia,
tutta la creazione.
Paradiso mistico,
fonte sigillata,
il Signore in Te germoglia
l'albero della vita.
O Sovrana semplice,
o Potente umile,
apri a noi le porte del cielo,
dona a noi la luce.
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