lunedì 2 giugno 2014

SULLE TRACCE DI SANTA ROSA - DIARIO DI VIAGGIO IN SPAGNA - recensione di Ricardo Lucio Perriello


Ricardo Lucio Perriello ha recensito il libro di Alessandro Finzi e Pedro Gonzales Redondo,Sulle tracce di santa Rosa. Diario di viaggio in Spagna, del Centro Studi Santa Rosa da Viterbo, Viterbo 2014, pp. 125. ISBN 978-88-907643-2-5.



Il Libro scritto da Alessandro Finzi e Pedro Gonzalez Redondo Sulle tracce di Santa Rosa. Diario di viaggio in Spagna, pubblicato dal Centro Studi Santa Rosa da Viterbo grazie al contributo della Fondazione CARIVIT, ci offre degli spunti di riflessione assai interessanti per lo studio della grande Santa viterbese e del suo culto.  

E’ un libro che nasce dalla narrazione dei due viaggi compiuti in Spagna dai due studiosi del Centro Studi Santa Rosa da Viterbo nel 2012 e nel 2013.
La loro opzione fondamentale è sottolineare la grandezza della Santa e la risonanza internazionale del suo culto e del suo straordinario messaggio. E’ un obiettivo che i due studiosi in questo libro, il quale segue un precedente ed accurato libro su una vita quattrocentesca di Santa Rosa in volgare tedesco ed anticipa un prossimo libro sulle tracce di Santa Rosa nell’America latina, raggiungono perfettamente.
Il testo è avvincente, discorsivo, dinamico e si divide in due parti, ognuna divisa in nove puntate, che scandiscono gli “avvenimenti” e le tappe compiute nei due viaggi: il primo dal 22 al 29 maggio 2012, il secondo dal 31 maggio al 4 giugno 2013.
La ricerca delle straordinarie tracce del culto della Santa in Spagna, che ha visto i due autori protagonisti, riesce a esprimersi nel corso dell’opera in modo tale da renderci compartecipi di questa esperienza spirituale e di studio, trasformandoci in veri e propri compagni di viaggio extra Viterbum. La dimensione internazionale, infatti, del culto della Santa è uno dei grandi obiettivi del Centro Studi Santa Rosa da Viterbo.
Quello che trapela sin dalle prime pagine del libro e che si allea sempre alla elevatissima competenza scientifica dei due autori, è la loro appassionata e appassionante devozione nei confronti della Santa.
Il viaggio inizia con la scoperta, che sembra voluta dall’alto da santa Rosa medesima, in occasione di un convegno imminente a Barbastro, città a Nord della Spagna, di una edizione integrale, su internet, in lingua spagnola di un testo del sacerdote spagnolo Alonso de Guzman, stampato a Madrid nel 1671, di cui si avevano due precedenti edizioni del 1615 e del 1665 stampate a Viterbo dall’editore “Diotallevi”.  La cosa straordinaria, però, era che in una delle pagine bianche interne alla copertina c’era scritto a mano : “E’ delle cappuccine di Barbastro”.
Il viaggio dunque si apre con questa straordinaria scoperta, dopo la quale i due viaggiatori-autori partono per Madrid.  La prima tappa è l’importante quadro seicentesco di Murillo che raffigura santa Rosa inginocchiata accanto alla Madonna, che si trova al Museo Thyssen-Bornemiza. Nel 1982 ci fu un errore  per cui la santa raffigurata venne identificata con santa Rosalia, ma il Centro Studi Santa Rosa da Viterbo individuò l’errore nel 2010 e finalmente l’errore è stato corretto, giacché nel cartellino sotto l’opera vi è ora indicato il nome di santa Rosa.


Tappa successiva è a Barbastro, luogo del convegno e del monastero delle suore Cappuccine proprietarie della vita di santa Rosa di Alonso de Guzman.  Ma questa vita non c’è in monastero! E’ su internet, ma nel monastero è assente! Evento stranissimo, che però ha una spiegazione: probabilmente, secondo la testimonianza delle suore sulla tremenda guerra civile spagnola del 1936, il testo del Guzman fu trafugato quando il monastero fu occupato dai governativi, che vi ammassarono circa un migliaio di prigionieri politici.
Il viaggio prosegue per Guadalajara e poi per Alcalà de Henares, costellato di tentativi di scoprire le tracce del culto di santa Rosa, nella ricerca di statue della Santa, nel riconoscimento di essa nell’iconografia tramite i segni caratteristici come le rose, il cordone e la croce portata in mano.
Notevolissime le riflessioni sul presente della Spagna, sul suo ammodernarsi pur conservando la sua cultura secolare e le sue tradizioni, sull’importanza del paesaggio e della cura dei beni culturali inestimabili, sulla gravità dell’odierna crisi economica. Un viaggio in una terra meravigliosa, compiuto sul finire della splendida primavera mediterranea, mosso da ragioni scientifiche e nutrito da un intenso e vivace sentire spirituale, teso tra la riscoperta del passato e l’incessante incombenza e imprevedibilità del presente e del quotidiano. Un viaggio che segue un programma di scoperta e di documentazione, di verifica dell’ipotesi, e che si apre ad ulteriori viaggi, comunicandoci una “spiritualità dell’itinere”, che probabilmente costituisce una delle più alte forme di sentimento religioso, alternando la concretezza del cammino umano sulla terra e il rimando alla trascendenza. Trascendenza e quotidianità, paesaggio ed anelito ultraterreno si combinano nell’evento del viaggio, quale scoperta di orizzonti sempre nuovi che rinviano ad altri orizzonti in una dinamica tra identità e differenza, tra alterità e tipicità, che caratterizzano dialetticamente quel mistero che è l’essere umano.
L’identità della santa viterbese, così, si arricchisce nella “differenziazione” tramite l’ espansione del suo culto, che abbraccia differenti culture, perpetuandosi nel tempo secondo identità locali e personali irripetibili, che costituiscono come tessere di un mosaico meraviglioso l’incanto del sentire religioso e della pietà popolare verso la candida santa Rosa.  
Ed il viaggio dei due autori procede per la assolata Spagna ad Alcala de Henares, a Cordoba, dove si trovano varie statue di santa Rosa, erroneamente attribuite ad altre figure storiche: interessante la sovente confusione tra santa Rosa e santa Rosalia, confusione che i due studiosi chiariscono attraverso acute motivazioni storiche ed iconografiche. Dopo abbiamo le tappe di Bornos e Cadice, di quest’ultima città viene sottolineata la bellezza del mare e della spiaggia, prospettandoci un orizzonte “mediterraneo”, in cui si proiettano le varie culture nel loro combinarsi, intrecciarsi, dimenticarsi e ritrovarsi. Mi sembra opportuno sottolineare come, nella vita in volgare tedesco della Santa, pubblicata dal Centro Studi nel 2012 a cura di Anna Maria Valente Bacci, venga conferito a santa Rosa anche l’appellativo di “stella dei naviganti”. E possiamo così immaginare, giacché un diario di viaggio sollecita l’immaginazione e la fantasia a pensare e sognare terre lontane nel desiderio di scoprirle realmente, come la Santa abbia protetto i naviganti nel loro viaggio, nel loro arrischiarsi presso un mare che è il cammino e il ponte più rischioso ma, in definitiva, altresì il più necessario. Come Maria, stella maris, ha protetto santa Rosa nel suo cammino, così Rosa fu protettiva nei confronti di quanti si inoltrarono per mare, rischiando la propria vita, ma esportando cultura e civiltà. E’ questo il “miracolo” della diffusione dell’identità, che genera ed alimenta una tradizione, percorrendo un cammino spaziale, temporale e storico, senza alienarsi o disperdersi, ma “donandosi” nelle generazioni.    
Il primo viaggio termina a Siviglia dove nella facciata della chiesa del Convento di santa Paola si trova una formella che raffigura santa Rosa, la formella risale al 1500 ed è stata compiuta da Pedro Millàn… … e, a Siviglia, in qualche modo, “inizia” il secondo viaggio, giacché ne nasce l’esigenza e sorge l’intenzione di proseguire un itinerario, che non si esaurisce in una meta precisa e “definitiva”, ma continuamente si rilancia come viaggio, come storia, come vicenda e desiderio di conoscere l’umanità, nella prospettiva “particolare” dello studio di un culto, che rivela meravigliosamente l’umanità non nella sua valenza astratta, ma nella sua concreta vicenda storica, costituita da paesaggi, sentimenti, ricordi, rimandi, profumi, tradizioni locali e incontri personali, da sorprendenti scoperte, ma anche da inevitabili imprevisti.
Ciò che trapela dal diario di viaggio è anche un’avvincente autoironia, che ben si combina alla passione euristica dei due viaggiatori, riuscendo a immergere il lettore nel vivo della vicenda. Il movimento tra i luoghi, cioè l’itinerario spaziale, si combina con l’itinerario temporale, attraverso il richiamo di differenti vicende storiche: una combinazione, spesso spontanea di eventi, che è vera e propria “fusione di orizzonti”. L’orizzonte del passato più remoto, quello della nascita del culto di santa Rosa in Spagna, attestabile già dal Cinquecento, si combina con l’orizzonte più recente, rappresentato dalle vicende drammatiche del Novecento e della guerra civile, e con l’orizzonte attuale del rinnovamento del culto di santa Rosa in un presente vissuto, che “rilancia” il passato nel concreto scorrere quotidiano della vita.     
Il secondo viaggio dell’ anno 2013 inizia dalla città di Miguel De Unamuno: Salamanca, ove si trova un grande quadro di santa Rosa dipinto da Gomez. Il primo viaggio iniziò con un’opera di Murillo, il secondo viaggio si apre con un altro grande artista che raffigurò magistralmente la Santa. Il percorso procede a Cadice, una delle ultime tappe del viaggio precedente: questa volta i due viaggiatori riescono a visitare il parco, ubicato su uno sperone roccioso sul mare, ove vi è posta la candida statua di santa Rosa che porge le rose. La statua testimonia come il culto della Santa viterbese si sia perpetuato così tanto tempo in Spagna e tale perpetuarsi trova una straordinaria espressione nelle tappe successive del secondo viaggio, tra cui spicca la tappa di Alcolea de Almeria.


Molto significativa è la creazione di una stimolante assonanza tra ricerca di un culto, la conoscenza della spiritualità e il paesaggio ispanico-mediterraneo; quest’assonanza è come il sottofondo “estetico” dell’intero libro, ed aiuta il lettore, stimolato anche dalle bellissime foto di cui è costellato il libro, a “sognare”, “immaginare” e “vagheggiare” orizzonti vicini e lontani assieme, prefigurandosi anche il suo possibile itinerario sulle tracce di santa Rosa. Sembra di sentire, leggendo e rileggendo le varie pagine, sfogliandole e risfogliandole, i passi delle persone nei vicoli, i canti delle processioni, gli echi, i profumi dei fiori sui balconi, il caldo riflettersi della luce solare nelle pietre delle case e nei campi imbionditi, il gusto dei cibi tipici, il decoro delle chiese e il silenzio di fresche sagrestie.   
 La tappa di Alcolea de Almeria rappresenta una sorta di viaggio nel viaggio, la devozione popolare verso la santa in questo paese è straordinaria e vi sono numerose tracce del culto della santa. Qui si tramanda ancora un inno a santa Rosa, che viene dolcemente intonato da un coro di devotissime donne. Viterbo appare luminoso e presente anche in terre lontane, distante dai suoi terreni tufacei, dai suoi boschi magici e dai suoi dolcissimi monti, ma sempre protetto dalla sua candida Rosa.
Torna centrale nella tappa di Alcolea il connubio tra cultura, sentimento religioso e paesaggio, un connubio che attraversa tutto il libro: vicoli, spiagge, strade e piazze assolate, chiese e conventi che costellano la Spagna in modo che diventi una sorta di giardino di chiese e di conventi, ognuno dei quali nasconde il suo piccolo tesoro e, sovente, la sua statua o immagine di santa Rosa. Nella chiesa di san Sebastiano, protettore di Alcolea, c’è un altare, all’estremità del braccio destro del transetto, con la statua di santa Rosa al centro, affiancata dalle statue di san Rocco e san Sebastiano. La statua della Santa era stata distrutta durante la guerra civile, ma ne fu scolpita una nuova simile a quella originale.   
Culto è cultura e la cultura è nel paesaggio da tutelare e non affliggere nella corsa incessante verso una modernità, che rischia di dimenticare le proprie radici nella progettazione del futuro. Il culto è conservato dalla pietà popolare, semplice e spontanea, la quale, intrisa di spiritualità, non dimentica la terra di cui si nutre e in cui è nata … proprio come le rose, proprio come santa Rosa da Viterbo. Questo culto vive di tradizione rinnovata e di memoria. Saranno le generazioni future in grado di tutelare il paesaggio e la memoria? L’itinerario compiuto materialmente si converte in un itinerario spirituale, che non possiede mete ultime, ma, tappa per tappa, esperisce e tocca il proprio centro: la presenza di santa Rosa.  
Da Alcolea il cammino prosegue a Ecija dove nella chiesa dell’ex Convento dei Cappuccini, oggi chiesa della Divina Pastora, vi è una statua molto interessante della Santa, giacchè Rosa non è raffigurata con il dito alzato nell’atto di predicare, ma in un gesto che indica più il sillogizzare e l’argomentare. Sempre ad Ecija nell’ex Convento vi è un quadro di un autore anonimo, che raffigura santa Rosa nell’atto di predicare, in uno scenario che ricorda assai il paesaggio viterbese e il lago di Vico: Viterbo era una delle ultime tappe della via Francigena, che i pellegrini percorrevano verso Roma. Ed ecco che la valenza della figura di santa Rosa come protettrice dei pellegrini ritorna e ritorna proprio in un diario di viaggio.  
Dopo questa suggestiva tappa si giunge a Palos de la Frontera, il luogo dove Colombo salpò per le il nuovo mondo, per poi giungere a Siviglia dove, nella chiesa dei Terziari, si trova un tondo che raffigura santa Rosa.
Questo percorso, che proseguirà in altre circostanze e in altri paesaggi, ci si è mostrato ricco di scoperte, imprevisti, suggestioni: i due viaggiatori si prefiggono e ci prospettano, coinvolgendoci, sempre nuove mete, come se nessuno spazio e nessun tempo determinato possa contenerli e fermarli, protendendosi entusiasti, sciabordanti come fiumi che si dirigono al mare, verso l’eternità. Essi vivono la storia, la esaminano e la analizzano, ma, alla fine, tramite la fede che li infiamma, si librano sopra essa e la superano nell’orizzonte ultimo della superna Verità …. simile a quella che infiammò Rosa nei vicoli di Viterbo tanti anni fa. La storia si allea al paesaggio e si rinnova con la memoria, come la natura si rinnova con l’avvicendarsi delle stagioni; il culto, la cultura, la spiritualità appaiono nel paesaggio e lo caratterizzano, inondandolo di una luce spirituale, che si fonde con la splendida luce del Mediterraneo. L’una e l’altra illuminano e riscaldano la nostra esistenza, la quale, senza la luce, appassirebbe e morirebbe, proprio come le rose.         



     Ricardo Lucio Perriello



http://www.centrostudisantarosa.org/
 

sabato 17 maggio 2014

LASCIAMI IN PACE E IL GRIDO DEI GIOVANI - di Susanna Tamaro


Susanna Tamaro in dialogo con gli studenti d'Italia "Sui passi di Francesco"

Care ragazze e cari ragazzi,
sono molto felice di essere qui con voi e di avere la possibilità di trascorrere un po’ di tempo insieme. D’abitudine, non faccio incontri per presentare i miei libri, né partecipo a dibattiti o altre occasioni del genere. Sono una persona molto timida, e comparire in pubblico è per me è un vero tormento: mi sento sempre come a scuola, quando aspetti la domanda del prof. e sei sicuro che non sarai in grado di rispondere.
Ma quando mi hanno proposto di venire da voi, qui ad Assisi, ho accettato senza esitare, perchè sono sicura che il nostro tempo – quello che trascorreremo insieme - sarà un tempo fecondo. Fecondo per me e fecondo per voi.

Forse qualcuno di voi si chiederà: che cosa vuol dire tempo fecondo? Che cos’è, infatti, una terra feconda? E’ una terra capace di nutrire, di fare germinare i semi trasformandoli in piante. E non è questo forse il senso più profondo di ogni incontro? La nostra mente e il nostro cuore hanno una tendenza naturale a chiudersi, ad asserragliarsi in se stessi e, per questa ragione, molti incontri si trasformano in scontri, o nel silenzioso ergersi di due muri contrapposti.
Chissà quante volte, nelle vostre famiglie o nelle vostre relazioni personali, vi sarete trovati in questa situazione: siete uno davanti all’altro, parlate, ma le vostre parole sembrano non arrivare da nessuna parte. E allora sentite la rabbia montare in voi e, con la rabbia, magari anche la voglia di urlare, di lanciare qualcosa contro il muro, di sbattere una porta. Potremmo dire allora, per contrapposizione, che il tempo del non incontro è il tempo della sterilità? Soltanto in parte, perchè una terra sterile è una terra che non fa germogliare nulla, mentre un incontro che non avviene - o un incontro che si trasforma in scontro - di solito fa nascere parecchie cose in noi, ma tutte negative: delusione, avvilimento, risentimento, desiderio di vendetta. E questi sono veleni potenti, capaci di avvolgere e soffocare il nostro cuore.
Quante famiglie, quante relazioni sono state distrutte da questa incapacità di comprendere l’incontro? Ci si intestardisce a sbattere contro un muro, e più ci si interstardisce a farlo, più il muro, invece di crollare, ne genera altri, sempre più alti, sempre più spessi, sempre più invalicabili.
Gli occhi sono lo specchio dell’anima: è una verità che troppo spesso dimentichiamo. Per questo, quando cammino per strada, salgo su un autobus o viaggio in treno, rimango sempre colpita dalla grande quantità di sguardi tristi che incrocio. Ogni volta che cerco di sorridere, di scambiare qualche parola, ottengo reazioni piuttosto deludenti. Quelli che hanno le cuffie nelle orecchie, e ormai le hanno quasi tutti, neppure mi vedono. I pochi che lo fanno, mi guardano di traverso, seccati, come se volessero dirmi: ‘Che cosa vuoi? Lasciami in pace!’

Chissà cosa direbbe Francesco di questo desiderio di pace dell’uomo contemporaneo? ‘Lasciami in pace’ vuol dire infatti: lasciami crogiolare nel mio brodo di disperazione, non voglio correre il rischio di cambiare, non voglio farmi domande; lasciami vivere con la mia musica nelle orecchie, i miei pensieri ossessivi nella testa, lasciami girare da solo il film della mia vita, che è perfetto, perchè sono stato io a scriverlo per me stesso. Non c’è spazio per gli altri in questa sceneggiatura, perchè gli altri, alla fine, sono soltanto una gran rottura di scatole.
Ora voi mi guardate e vedete davanti a voi una signora di una certa età, ed è vero perchè non manca molto ai miei sessant’anni. Quando avevo la vostra età, una persona di sessant’anni mi sembrava avesse ormai un piede nella tomba. Io stessa, vi confesso, provo un senso di incredulità, di stupore. E’ davvero trascorso tanto tempo della mia vita? Non me ne sono accorta! Quando penso a me stessa, mi sento sempre come se fossi adolescente. Non perchè sia affetta dalla sindrome di Peter Pan – vale a dire, la triste condizione di quegli adulti incapaci di crescere - ma perchè l’adolescenza è la vera chiave di volta, l’architrave di un’esistenza. E’ in questo tempo che si forma la parte più profonda della nostra personalità, è in questo tempo che si decide chi si vuole essere, e lo si decide ponendosi delle domande, e cercando di rispondersi. Chi sono? Da dove vengo? Che senso hanno i miei giorni?
Il mistero della nostra vita ci interroga, ci deve interrogare.
Il mistero è il buio che avvolge l’inizio e la fine dei nostri giorni. Non sappiamo da dove veniamo, né dove andiamo. Anche il nostro passaggio terrestre è pieno di oscure incertezze. Nessuno decide quando nascere, nessuno - almeno che non si suicidi - sceglie come e quando morire.
Laudato si, mi Signore
per sora nostra morte korporale,
dalla quale nullo homo vivente
pò skappare,
dice Francesco, nel Cantico. E’ proprio ‘nostra sora morte korporale’ che ci spinge ad interrogarci sul senso profondo del nostro cammino sulla terra. Chi sono chiamato ad essere? Qual è la vocazione della mia vita? Voglio esserne un protagonista, o preferisco essere uno spettatore, una vittima, una marionetta mossa dal caso?
Personalmente, ho avuto un’adolescenza molto tempestosa. Erano tempestosi i tempi, è tempestoso il mio carattere, era tempestosa, purtroppo, la mia esperienza familiare, e super tempestosa quella scolastica. Quando incontro alcuni miei coetanei che rimpiangono i tempi della giovinezza, ritenendoli migliori degli attuali, mi viene sempre da sorridere. Non può essere altro che un chiaro sintomo di senescenza. Il tempo in cui io avevo la vostra età non era migliore del vostro, era solo brutalmente diverso. Il fanatismo politico imperava in ogni ambito della nostra vita. Tutto era bianco o nero - o meglio nero o rosso - e queste due realtà si scontravano in modo feroce ed ottuso, travolgendo anche gli incerti, gi innocenti, gli scettici. Dovevi stare attento persino a quello che indossavi perchè un occhiale di un certo modello, un jeans della marca sbagliata poteva voler provocare il più totale ostracismo, se non un vero e proprio pestaggio.

Ogni epoca trova modo di dar sfogo agli istinti peggiori, ammantandoli di alti ideali. La violenza che nasce dalla certezza di essere nel giusto è una delle più diffuse - e più difficili - da sradicare dal cuore dell’uomo. Gli anni della mia adolescenza grondavano di ferocia e di sangue. Sangue reale, non metaforico. Sangue dei pestaggi, dei regolamenti di conti, sangue degli attentati, delle centinaia di assassini compiuti a sangue freddo. Tutto questo è stato dimenticato un po’ troppo rapidamente, creando l’immagine fittizia di un tempo in cui il mondo era diverso e migliore. E’ in quegli anni anche - i primi anni ’70 del secolo scorso - che nella vita dei ragazzi ha fatto irruzione in modo massiccio il consumo delle droghe. Si è spalancato un portone e quello che fino ad allora era stato un fenomeno per pochi si è trasformato in un fenomeno di massa. Quanti compagni di scuola morti in un lurido gabinetto con una siringa nel braccio! Quanti si sono letteralmente bruciati il cervello con l’acido lisergico! E quanti, per il terrorismo e per la droga, sono finiti in prigione!

Erano anni terribili, quelli della mia adolescenza, e non ho timore a dire che sono stati propio i ragazzi migliori - cioè i più sensibili, i più fragili - a venire travolti dall’onda impetuosa della distruttività. L’insoddisfazione per il conformismo del mondo che li circondava li ha spinti ha cercare risposte nella direzione sbagliata; invece di crescere continuando a farsi domande, si sono gettati nelle braccia della morte. L’incontro, che poteva avvenire, non è avvenuto, il tempo, da sterile, non si è trasformato in fecondo.
Alla vostra età io ero piena di rabbia, di dolore e di curiosità. Di rabbia perchè non mi piaceva il mondo così com’era. Un mondo pieno di falsità, di ingiustizie, un mondo che mi respingeva - la scuola in primis, perchè non ero in grado di essere come gli altri; lo stesso fanatismo politico dei miei coetanei, per quanto mi sforzassi di trovarlo interessante, lo sentivo comunque estraneo. Ero piena di dolore, perché non avevo alle spalle una famiglia capace di accogliermi, ma dei genitori immaturi, innamorati dei fantasmi del loro egoismo; genitori che consideravano il prendersi cura dei figli l’ultima preoccupazione della loro vita. E’ bruttissimo accorgersi che a tuo padre e tua madre non importa nulla di te! So che può essere considerato scandaloso dirlo, ma non si diventa automaticamente padri e madri solo perchè si è messo al mondo un figlio. Avere dei genitori immaturi, anaffettivi, distaccati, egoconcentrici è un grande peso nella vita. Ma, come tutti i pesi, può anche diventare, nel tempo, un dono, perchè solo chi ha molto sofferto, un giorno sarà in grado di amare molto. E vi dirò che, alla fine, per il destino della propria vita meglio, molto meglio non essere stati amati, che essere stati amati male, di un amore manipolatorio, di un amore malato, intessuto di sottili ricatti e di sensi di colpa. Il deserto lascia la libertà, l’amore parodistico lascia invisibili catene difficili da divellere.

Ero piena di rabbia, piena di dolore, come vi dicevo, ma anche piena di curiosità. Nonostante tutte le difficoltà, la vita mi sembrava qualcosa di estremamente affascinante. Ero convinta, infatti, che ci fossero molti più misteri da scoprire in una giornata normale che nella profondità di una giungla tropicale. Mi facevo molte domande, e sono state queste domande il motore che mi ha permesso di andare avanti. Grazie a loro, piano piano, ho abbandonato lungo la strada la rabbia e il dolore, trasformandoli in amore e compassione, i loro antidoti. Mi piaceva molto stare da sola, come amavo molto la natura. Camminavo per giorni in montagna, dormivo con il sacco a pelo dove capitava, ascoltavo i rumori notturni del bosco, contemplavo le stelle. Arrivata nei punti più alti, mi perdevo con lo sguardo nella profondità dell’orizzonte. In quegli istanti sapevo perfettamente che cosa volevo essere: volevo essere una persona libera. Libera come il cielo, libera come l’acqua, libera come il grande respiro che sentivo prepotentemente vivo nella natura.
Sentivo di avere dentro di me queste due parti contrapposte, che si combattevano senza tregua. Da un lato, la disperazione per il non amore, che mi spingeva con prepotenza verso l’autodistruzione, dall’altro, questo desiderio di libertà, questo amore per il creato che, con insistenza, mi conduceva verso un altro livello di comprensione della vita. Dato che sono passati quarant’anni e sto davanti a voi, è evidente quale delle due parti abbia prevalso. In questo mio lungo e accidentato cammino, c’è stato un punto di partenza. E questo punto è stato proprio Francesco.
I tempi in cui vivevo erano profondamente antireligiosi, come lo era del resto anche la mia famiglia, così mi ero naturalmente convinta che tutto ciò che stava intorno ai preti e alla chiesa fosse qualcosa da evitare accuratamente, se si voleva rimanere degli esseri liberi e pensanti. Ma poi un giorno ho visto un film, Fratello sole, sorella luna di Franco Zeffirelli e quel film ha letteralmente spalancato una porta - anzi un portone - nel mio cuore e nella mia mente. La libertà vera dunque esisteva, e passava attraverso quel piccolo libretto che si chiamava Vangelo. I preti non c’entravano niente, così come non c’entrava il potere. Anzi, quel piccolo libro era proprio l’unico antidoto alla sete distruttiva del potere. Francesco era un uomo davvero libero: era libero perchè si era spogliato di tutto, era libero perchè sapeva essere in ogni cosa e gioire di ogni cosa. Francesco mi stava mostrando la strada per diventare ciò che volevo essere, una persona assolutamente libera, capace di esistere nell’unica dimensione per cui vale la pena di esistere - quella dell’amore. Che differenza tra ciò che mi offriva Francesco e ciò che offrivano le droghe! In Francesco, il respiro diventava così profondo e grande da poter accogliere ogni respiro del mondo; le droghe, dopo l’apparente ed ebete quiete iniziale, trasformavano il respiro in un tristissimo rantolo.
Sull’onda di quell’emozione, ho preso lo zaino e sono andata in autostop dal Friuli fino ad Assisi. Ricordo bene il bianco abbacinante della sua pietra, così come lo si vede arrivando da Bastia Umbra, e ricordo di aver pensato che quella luce era come un faro che, da centinaia di anni, aiutava i naviganti disperati come me a ritrovare la rotta della propria vita.

E ogni volta che ci ritorno, e vedo che le folle di pellegrini, invece di diminuire, aumentano, non posso che provare meraviglia pensando che, a provocare tutto ciò, sia stato un semplice ragazzo. Un ragazzo che, da più di 900 anni, chiama a sé miloni di persone da tutto il mondo, aiutandole a a cambiare. Nel 1200, non c’erano la radio e la Tv, non c’era internet, né i tweet, né facebook, non esistevano gli uffici stampa, eppure la sua fama si è diffusa subito dappertutto con la forza di un mite tzunami. A chi è inquieto, Francesco mostra la via per liberarsi dell’inquietudine. Una via che si manifesta con due semplici passaggi - spogliarsi di sé e accettare l’Incontro.
C’è un adagio indiano che dice: ‘prima di giudicare qualcuno, cammina per due lune nei suoi mocassini’. Per questo spesso mi domando come sarei, se fossi venuta al mondo nell’epoca in cui siete nati voi? Di certo, sarei sempre io, con il mio carattere insofferente e ribelle, ma in che modo, mi chiedo, la forza onnipresente e condizionante dei media sarebbe riuscita a influenzarmi? Fino a una certa età non ho avuto la televisione in casa, sono così cresciuta con i miei pensieri, la mia immaginazione e basta. Evolutivamente dunque, il mondo dell’elettronica non mi riguarda.

Adesso ho lo smartphone, il tablet e li trovo delle oggetti meravigliosi, ma li considero appunto degli oggetti e, come tali, sono al servizio delle mie necessità. Se, per caso, un giorno sparissero, non cambierebbe niente nella mia vita. Voi invece, dal momento in cui avete aperto gli occhi, siete stati bombardati da immagini e da suoni di ogni tipo. E queste immagini e questi suoni hanno avuto due scopi principali: quello di intrattenervi - tenedovi lontani dalle domande importanti -, e quello di mostravi sempre nuovi oggetti da desiderare perchè, in questo nostro sistema economico, l’essere umano esiste per un solo obiettivo - quello di trasformarsi in un perfetto consumatore. Consumo dunque sono è stato il sigillo del tempo in cui siete venuti al mondo. In questa eccitante e colorata frenesia di acquisti, si sono dimenticati di dirvi che chi vive consumando, prima o poi, dai consumi viene consumato. Non ve l’hanno detto, ma ora comunque ve lo sta dicendo la storia. Quel mondo rutilante era soltanto una magnifica finzione. Ora è venuta la crisi, e il paese dei balocchi comincia a mostrare il suo vero volto, che non è un volto, ma un ghigno. Il ghigno di chi ha cercato, sottilmente e perversamente, di convincerci che l’essere umano non ha altra dignità che quella di essere una ‘cosa’ tra le cose.

Rispetto ai miei tempi, siete liberi dall’orrore delle ideologie, avete una possibilità di dialogo con i genitori e con gli insegnanti che noi non ci sognavamo neppure di avere; avete una vita sicuramente molto più confortevole, popolata di oggetti, di facilitazioni, godendo di un’accettazione incondizionata da parte di chi vi sta vicino. Eppure, in tutta questa vostra ovattata comodità - in cui non accade mai nulla di veramente grave - sembra che ci sia un fondo di sorda disperazione, di solitudine, di smarrimento, perchè vi è stato dato tutto, ma siete stati letteralmente scippati dalle domande di senso.

Le domande sul senso della vita, infatti, provocano inquietudine, ed è proprio l’inquietudine lo spauracchio di questo mondo che tende comunque verso il totalitarismo, anche se molto diverso da quelli del secolo passato. Un totalitarismo silenzioso, suadente, apparentemente indolore. Un essere umano che non si interroga è destinato a soccombere alla manipolazione dei media. Lentamente e inesorabilmente, diventa uno schiavo, spettatore passivo e depresso della vita, senza riuscire a provare vere emozioni, senza riuscire a vivere un vero amore, senza un orizzonte verso cui alzare lo sguardo. La mia impressione è che siate stati quasi anestetizzati dalle cose, e che questa anestesia sia anche il frutto dell’ignavia educativa della società chi vi sta intorno, di chi vi preferisce addormentati piuttosto che ribelli, di chi è abituato a venirvi sempre incontro purché non creiate problemi. ‘Basta che non rompa’ è un po’ il ritornello che vi accompagna. Ma voi, invece, dovete rompere! Dovete rompere con caparbia insistenza, non perchè vi venga comprato il nuovo smartphone, ma perchè la vostra vita raggiunga un altro livello di senso.
Anche Francesco era un giovane viziato, abituato ad avere tutto dalla vita, e sicuramente, se fosse vissuto oggi, avrebbe cambiato modello di tablet ogni mese, eppure non ha esitato un istante a sbarazzarsi di tutto quell’universo di comodità che si era improvvisamente trasformato in un’inutile zavorra. Non era un pazzo, non era un eccentrico, era soltanto una persona che, ad un certo punto, è stato in grado di vedere la straordinaria filigrana di luce che sostiene il mondo. La luce della resurrezione, la luce dell’amore che sempre, ad ogni istante, è capace di generare a nuova vita ogni creatura che viva su questa terra.

Cercate dunque di liberarvi dal cinismo, dalla disillusione in cui questa società vi ha fatto crescere. Cercate soprattutto di liberarvi dalla nefasta idea che il mondo sia solo dei forti, dei furbi. Lo è, finché noi lasciamo fare, finché noi ci ritiriamo nel nostro guscio, finché pensiamo che non ci riguarda, finché non siamo capaci di offrire - con la coerenza della nostra vita - una diversa dimensione dell’esistere. Il male avanza finché lo facciamo avanzare, ma, davanti al bene, prima o poi arretra. Francesco era un ragazzo che viveva in un paesino sperduto nei boschi dell’Italia centrale. Non era un professore universitario, non era un politico, non era un re, non aveva neppure i super poteri donati da qualche pozione magica o da qualche potente druido. Eppure la sua breve vita - è morto a poco più di quarant’anni - continua ad essere una fonte di energia, di luce e di rinnovamento per milioni e milioni di persone di tutti i popoli e di tutte le fedi.

Spero che questi giorni trascorsi in sua compagnia abbiano lasciato un segno anche nel vostro cuore, un segno di inquietudine, un segno di ribellione. Un segno e una sete. La sete di un modo diverso di essere, la sete di una rivoluzione interiore, capace di sostituire la legge della comodità e della disillusione con quella dell’amore - la straordinaria energia che ci spinge sempre ad andare incontro all’altro e ad accoglierlo. Tutti noi possiamo essere Francesco e, come Francesco, irradiare gioia e libertà intorno a noi. Basta aver il coraggio di andare in fondo al nostro cuore, di cancellare le menzogne e di accettare l’Incontro che illumina tutti gli altri incontri.


. E’ molto importante che vi rendiate conto di questo, che prendiate il mano il vostro destino. La crisi che sta attraversando la nostra società è molto grave e potrebbe scoraggiare molti. Per non cadere vittime del fatalismo bisogna rendersi conto che le crisi sono soprattutto un mutamento di ordine - un modo di essere non va più bene e bisogna inventarne un altro – e sono dunque una grande opportunità di cambiamento. Il mondo come sarà dipende da voi, dalla vostra capacità di immaginare un modo diverso di essere e di metterlo in pratica, ribellandovi a tutto ciò che vuole privare l’uomo della dimensione del mistero, trasformadolo in una misera cosa. Ribellatevi al tempo sterile, al tempo opaco, trasformate ogni minuto, ogni secondo nel tempo della curiosità, della scoperta, nel tempo dell’incontro. Esercitate sempre la dimensione della speranza, edificate la vostra vita rendendo fecondo il tempo. Francesco era innamorato della bellezza. Se io adesso vi guardo, vi vedo molto belli. Spero che, dopo questi giorni ad Assisi, impariate anche voi a vedervi belli. Belli, anche se avete il naso lungo o siete troppo magri o troppo grassi, troppo alti o troppo bassi; belli, anche se i capelli o gli occhi che avete non sono proprio quelli che desideravate; belli anche se la felpa che indossate non è proprio l’ultimo modello, ma un po’ da sfigati. Per questo, vi consiglio di fare un esercizio: la mattina prima di andare a scuola, quando ancora assonnati armeggiate davanti allo specchio del bagno, alzate lo sguardo e guardatevi. Guardate davvero il vostro volto, imparate a interrogarlo e leggerlo, come fosse un libro. Guardate i vostri occhi, guardateli con meraviglia, con gioia, guardateli ricordandovi che, da lì, si irradia la luce più profonda di una persona. E anche se li vedete spenti, tristi, ostili, ricordatevi che la luce è comunque dentro di voi. Vi aspetta da prima che voi nasceste. Vi aspetta in fondo al vostro cuore. Sta lì con pazienza, con mitezza, e attende che voi facciate un passo per andarle incontro.


domenica 27 aprile 2014

LE VIRTU' FRANCESCANE SUL SOGLIO DI PIETRO - Roncalli e il santo di Assisi

di JOSÉ RODRÍGUEZ CARBALLO*

Nel 1964 Luigi Santucci così scriveva: «Mi pare che il più grande discepolo di san Francesco, da un secolo in qua, sia stato proprio un papa: Papa Roncalli». Lo scrittore si espresse in tal modo, non perché Papa Giovanni XXIIIfu definito il Papa buono, ma perché fu davvero un “francescano”. Infatti, nel discorso del 16 aprile 1959 a San Giovanni in Laterano, in occasione del settecentocinquantesimo dell’a p p ro -vazione della Regola di san Francesco, così si presentò ai membri dell’ordine francescano secolare: «Ego sum Ioseph, frater vester. Con tenerezza amiamo dirlo. Lo siamo da quando giovanetto quattordicenne appena, il 1° marzo 1896, vi fummo ascritti regolarmente... ed amiamo benedire il Signore per questa grazia che Ci accordò».
In più passi de Il Giornale dell’An i m a , delle lettere, dei discorsi ha rivendicato tale appartenenza, affermando che ciò gli aveva procurato «grandi vantaggi spirituali», specialmente, gli aveva permesso di passare dal «Vangelo alla vita e dalla vita al Vangelo». Questo emerge in molti tratti della sua vita, del suo modo di parlare, di ricordare, di relazionarsi agli altri, In una parola, ciò affiora dalle sue virtù “francescane”. Fedele seguace di san Francesco di Assisi, «una figura che c’incanta sempre», lo imitò nella povertà, di cui tesse gli elogi in vari discorsi. Più che altro, la visse anche quando fu chiamato a ricoprire cariche prestigiose. «Nato povero, ma di onorata ed umile gente — scrisse nel suo testamento — sono particolarmente lieto di morire povero. Ringrazio Dio di questa grazia di povertà che mi sorresse a non chiedere mai nulla, né posti, né denari, né favori; mai, né per me, né per i miei parenti o amici». La povertà, annotò ne Il Giornale dell’An i m a ,«mi fa rassomigliare a Gesù poveroeasan Fr a n c e s c o » . Alla povertà GiovanniXXIII ha unito una grande umiltà. «Se voi sapeste — confidava — quale rossore io provo a sentirmi chiamare: Santo Padre. Davanti a Dio siamo tutti suoi piccoli figli. Io mi considero un sacco vuoto che si lascia riempire dallo Spirito». Non è un caso, tra i primi santi francescani canonizzati da Giovanni XXIIIci fu un «modestissimo fratello laico dei frati minori», san Carlo da Sezze. Possedeva Papa Roncalli un’altra virtù tipicamente francescana, l’obbedienza: lo rendeva disponibile a ogni incarico che gli venisse affidato («il Santo Padre disponga pure della mia umile persona in perfetta libertà di spirito...»); specialmente sottolinea la dimensione ecclesiale della sua obbedienza. Di fatti, sempre nel discorso del 1959, Papa Giovanni legava l’obbedienza al fatto che Francesco andò da Papa Innocenzo per farsi approvare lo stile di vita suggeritogli dal Signore: vivere secondo il Vangelo, «sempre sudditi e soggetti ai piedi della Chiesa, stabili nella fede cattolica» (Regola, 12, 4).
  Cioè, per il francescano il voto di obbedienza è anzitutto obbedienza «al Papa e alla Chiesa — annotava nel Giornale dell’An i m a — poi a frate Francesco in tutti i suoi successori». Francesco, povero ed umile, per Roncalli è anche araldo della pace. Ciò risulta dalla sua predilezione per il motto francescano: pax et bonum; dalle molteplici riflessioni, contenute in particolare nelGiornale dell’An i m a , su ciò che dice Francesco a proposito della pace; dal suo “modo operandi”: la bontà che regnava nel cuore del Papa buono, si traduceva in un amore incondizionato verso tutti. Tale bontà non proveniva dal suo carattere bonario, ma scaturiva da una provata virtù. Infine, che cosa dire dell’«attributo caratteristico e fondamentale di ogni fratello in san Francesco? Lo spirito di cattolicità e di apostolato — disse Papa Giovanni XXIII nel discorso del 16 aprile 1959 — quale Francesco lo presentò ai suoi contemporanei, lo lasciò in eredità ai suoi frati, dopo averlo sancito come un precetto nella santa regola». Tale dimensione di cattolicità e di missionarietà di Papa Roncalli si evince in tutte le vie da lui percorse in Oriente e Occidente. Soprattutto nella sua volontà di porre il concilio Vaticano II, che stava per aprirsi, sotto la protezione di san Francesco, che molti secoli prima era riuscito a promuovere un profondo rinnovamento della Chiesa. Nell’o ccasione del pellegrinaggio ad Assisi, siamo al 4 maggio 1962, tra l’a l t ro disse: «O città santa di Assisi, tu sei rinomata in tutto il mondo per il solo fatto di aver dato i natali al Poverello, al santo tutto serafico in ardore». Queste parole lasciano trasparire la grande venerazione che Giovanni XXIIInutriva per il serafico padre san Francesco che, con il suo voler vivere semplicemente secondo il santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo, riuscì a rivoluzionare la Chiesa.

*Arcivescovo segretario
della Congregazione per gli istituti di vita consacrata
e le società di vita apostolica

 L’OSSERVATORE ROMANO - domenica 27 aprile 2014 - pagina 7

sabato 26 aprile 2014

SAN LUIGI IX OTTOCENTESIMO DALLA NASCITA ( 1214 -2014 )

Si sono aperti ieri i festeggiamenti per gli ottocento anni dalla nascita di San Luigi IX , re di Francia e patrono dell'Ofs.

Luigi o Ludovico IX. terziario francescano, nacque a Poissy il 25-4-1214. In seguito alla repentina morte del padre, Ludovico VIII, divenne re a undici anni, sotto la tutela della madre, Bianca di Castiglia. Donna prudente ed energica, ella seppe trionfare delle resistenze dei nobili miranti a sminuire il regio potere; indusse Raimondo VII di Tolosa a porre fine alla guerra contro gli albigesi (1229); riunì alla corona francese il ducato di Narbonne: si assicurò la successione al contado di Tolosa. L'Alta Provenza invece fu ceduta alla Chiesa, donde la sovranità dei Papi sul Venosino e Avignone.

Ludovico IX, alto, esile, allevato con cura dalla madre rigidamente cattolica, a diciannove anni fu dichiarato maggiorenne e sposò Margherita, figlia del conte di Provenza (1234), che doveva dargli undici figli. A ventun anni la reggente gli rimise il potere, ma il figlio volle riservarle una larga partecipazione al governo, il che gli consentì di circondarsi di saggi e illuminati ministri che lo coadiuvarono nell'assicurare pace e prosperità al suo popolo. Egli passò difatti alla storia come il migliore e il più tipico monarca cristiano del Medio Evo, modello a tutti di giustizia e d'imparzialità. Non soltanto i suoi feudatari, ma anche sovrani stranieri e papi ricorsero sovente al suo giudizio arbitrale nelle loro contese. E' rimasto famoso il lodo pronunciato da lui ad Amiens il 24-1-1264 nel conflitto tra Enrico III, re d'Inghilterra, e i suoi baroni.
I rapporti tra Ludovico IX e la Chiesa furono sempre cordiali. Se durante il suo regno permise che in Francia fosse introdotta l'Inquisizione romana, non permise mai al clero e al papa invadenze nel proprio dominio. A varie riprese ebbe a protestare contro le esigenze finanziarie di Innocenzo IV (+1254), e permise la costituzione di leghe fra i suoi baroni, intente a protestare contro le aspirazioni del clero all'indipendenza dalla giustizia regia nelle questioni temporali e a limitare l'accrescimento della ricchezza delle chiese e dei conventi a danno dei possessori laici. Nel conflitto tra il papato e il dissoluto imperatore Federico II, deposto nel concilio di Lione (1245) da Innocenzo IV, assunse un atteggiamento di assoluta neutralità. Intraprese opera di mediazione presso il papa nel convento di Cluny, ma restò infruttuosa. Quando l'imperatore, poco prima di morire (11250), concepì il disegno d'impossessarsi del Sommo Pontefice a Lione, egli gli fece sapere che a quell'impresa si sarebbe opposto con la forza. Quando Urbano IV (+1264) decise di sottrarre a Manfredi, figlio naturale di Federico II, il regno delle Due Sicilie per offrirlo a Carlo D'Angiò, fratello di Ludovico IX, questi non lo sostenne formalmente, ma permise a molti suoi baroni di prendere parte alla spedizione (1265).
Il Concilio di Lione (ecumenico XIII) aveva lanciato un appello invocante aiuto per i cristiani della Palestina ridotti nel 1244 dal sultano d'Egitto soltanto al possesso di loppe, Accon e Antiochia. Nel crescente raffreddamento per la santa causa, solo Ludovico IX fece voto di crociarsi appena fosse guarito della malattia che lo travagliava, e di mettere con disinteresse al servizio della sesta crociata tutte le sue energie. Nel 1248 partì infatti con un imponente esercito alla volta dell'Egitto. Dopo la conquista di Damietta ( 1249), mentre si avvicinava al Cairo, fu sconfitto a Mansura con tutto il suo esercito, decimato dalla peste (1250), a causa della disobbedienza di suo fratello, Roberto d'Artois, che aveva attaccato il nemico senza attendere il grosso dell'esercito. Nella ritirata Ludovico IX fu fatto prigioniero. Riscattò se stesso e i suoi compagni di sventura superstiti con una somma di 800.000 bisanti e la restituzione di Damietta. Si trattenne ancora a S. Giovanni d'Acri fino al 1254 e liberò molti prigionieri cristiani tra la generale ammirazione dei saraceni che lo avevano soprannominato il Sultano giusto. Non poté aspirare a risultati migliori perché gli vennero a mancare gli aiuti dalla patria. Durante la sua assenza Bianca di Castiglia, reggente del regno, aveva represso la rivolta dei pastorelli o contadini (1251).
Alla morte della madre (+1252) Ludovico IX tornò in Francia dove provvide all'organizzazione dei suoi stati e al consolidamento dell'autorità reale; interdisse le guerre private nei suoi domini; nominò degli "inquirenti reali" incaricati di visitare le province per prevenire o reprimere gli abusi dei balivi, siniscalchi e prevosti; abolì l'antica consuetudine del duello giudiziario; impose la "quarantena del re" di Filippo Augusto, suo nonno, cioè i 40 giorni che dovevano intercorrere tra l'offesa e la vendetta, durante i quali uno dei due avversari poteva ricorrere alla giustizia regia e mutar la guerra in un processo; istituì i casi di esclusiva competenza del sovrano, che egli esaminò nel bosco di Vincennes, seduto sotto una quercia; chiamò a sedere davanti ai tribunali legisti perché consigliassero i giudici; creò una commissione giudiziaria a corte che fu l'origine del parlamento; fece degli sforzi in vista di realizzare l'unità monetaria; favorì la fioritura della vita comunale; combatté le eresie degli albigesi e dei valdesi; promosse la pubblicazione del Libro dei Mestieri, vero codice industriale, superiore al suo tempo; proscrisse l'usura e i giochi d'azzardo; assicurò i privilegi del clero mediante la Prammatica Sanzione (1269); edificò a Parigi la Sainte- Chapelle in onore della corona di spine; eresse il collegio teologico (1257) detto poi la Sorbonne; fondò le Filles-Dieu per le donne cadute; gli ospedali di Pontoise, Vernon, Compiègne per i malati; i Quinze-Vingts per i 300 cavalieri abbacinati dai saraceni; emulò le opere buone compiute da S. Giovanni da Matha con la fondazione dell'ordine della SS. Trinità, al quale fu affiliato l'11-6-1256.
In politica estera Luigi IX cercò di eliminare i motivi di attrito tra la Francia e i paesi vicini. Una lega feudale, capitanata da Ugo il Bruno, conte delle Marche, e sostenuto da Enrico III, re di Inghilterra, fallì perché il santo re forzò il ponte di Taillebourg, e riportò una seconda vittoria a Saintes ( 1242). Convinto però che la pace deve essere fondata sul diritto, regolò il conflitto anglo - francese cedendo al re d'Inghilterra, col criticato trattato di Parigi (1259), la Guyenne, Limoges, Cahors e Périgueux, ottenendo in cambio la Normandia, l'Anjou, la Turenna, il Maine e il Poitou, terre già confiscate da Filippo Augusto a Giovanni senza Terra (+1216 ), dopo che lo aveva dichiarato decaduto dai suoi feudi francesi per l'assassinio del Plantageneta Arturo di Bretagna, pretendente come lui al trono d'Inghilterra, alla morte di Riccardo Cuor di Leone, suo fratello.
La figura di Ludovico IX restò circonfusa dell'aureola della santità. Il sire di Joinville, suo amico, ce ne lasciò una biografìa che è uno dei primi monumenti della letteratura storica francese.
I cristiani di Palestina nel 1268 perdettero anche loppe e Antiochia. Per compiacere Carlo d'Angiò, Ludovico IX intraprese allora (1270) l'ottava crociata, e si diresse prima a Tunisi, malgrado i consigli del papa, lo scontento dei vassalli e la sua cattiva salute, cullato dall'illusione che l'emiro di quella città fosse disposto a farsi battezzare con il suo popolo, per poi marciare contro l'Egitto come alleato degli occidentali. Nelle vicinanze di Cartagine scoppiò tra i soldati il tifo, che falcidiò l'esercito appena sbarcato e ridusse in fin di vita lo stesso re che a Tunisi morì il 25-8-1270. Agli inviati del principe della città aveva detto: "Desidero così vivamente la salvezza della sua anima che consentirei di restare nelle prigioni dei saraceni tutta la mia vita senza mai vedere il giorno, purché lui e tutta la sua gente si facciano cristiani".
La pietà di Ludovico IX fu sincera e senza affettazione benché il messaggero di Gueldre (Olanda) lo schernisse perché "bacchettone, collo torto e col cappuccio sulle spalle". Tutti i giorni ascoltava due messe e recitava le ore come i chierici. Amava ascoltare la parola di Dio, leggere la Bibbia, meditare i Padri e intrattenersi in questioni teologiche. A sera, prima di coricarsi, recitava 50 Ave Maria e faceva altrettante genuflessioni. Nei viaggi si fermava così a lungo nelle chiese che il suo seguito s'impazientiva.
A mensa era molto frugale. Volentieri si privava delle primizie e dei pesci di cui era ghiotto. Ogni venerdì si confessava e si faceva flagellare dal sacerdote con cinque catenelle di ferro. Portava il cilicio e ne offriva in dono agli amici. Durante l'avvento, la quaresima e ogni volta che si accostava alla Comunione dormiva da solo. Dopo che era stato con la regina non si permetteva di baciare i reliquiari. Per i poveri nutrì sempre un amore sviscerato. Invitava sovente i mendicanti alla sua tavola, li serviva e mangiava i loro avanzi. Visitava i lebbrosi e curava i malati più ripugnanti. In Palestina fece anche il becchino. Bonifacio VIII lo canonizzò nel 1297.
___________________
Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 281-284
http://www.edizionisegno.it/

" VI ERA CON LORO ANCHE GIUDA IL TRADITORE "

di P. Raniero CANTALAMESSA Ofm

Predica del Venerdì Santo
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Dentro la storia divino-umana della passione di Gesú ci sono tante piccole storie di uomini e di donne entrati nel raggio della sua luce o della sua ombra. La più tragica di esse è quella di Giuda Iscariota. È uno dei pochi fatti attestati, con uguale rilievo, da tutti e quattro i vangeli e dal resto del Nuovo Testamento. La primitiva comunità cristiana ha molto riflettuto sulla vicenda e noi faremmo male a non fare altrettanto. Essa ha tanto da dirci.
Giuda fu scelto fin dalla prima ora per essere uno dei dodici. Nell’inserire il suo nome nella lista degli apostoli l’evangelista Luca scrive “Giuda Iscariota che divenne” (egeneto) il traditore” (Lc 6, 16). Dunque Giuda non era nato traditore e non lo era al momento di essere scelto da Gesú; lo divenne! Siamo davanti a uno dei drammi più foschi della libertà umana.
Perché lo divenne? In anni non lontani, quando era di moda la tesi del Gesú “rivoluzionario”, si è cercato di dare al suo gesto delle motivazioni ideali. Qualcuno ha visto nel suo soprannome di “Iscariota” una deformazione di “sicariota”, cioè appartenente al gruppo di zeloti estremisti che agivano da “sicari” contro i romani; altri hanno pensato che Giuda fosse deluso dal modo con cui Gesú portava avanti la sua idea del “regno di Dio” e che volesse forzargli la mano ad agire anche sul piano politico contro i pagani. È il Giuda del celebre musical “Jesus Christ Superstar”e di altri spettacoli e romanzi recenti. Un Giuda che si avvicina a un altro celebre traditore del proprio benefattore: Bruto che uccise Giulio Cesare per salvare la Repubblica!
Sono ricostruzioni da rispettare quando rivestono qualche dignità letteraria o artistica, ma non hanno alcun fondamento storico. I vangeli – le uniche fonti attendibili che abbiamo sul personaggio – parlano di un motivo molto più terra-terra: il denaro. A Giuda era stata affidata la borsa comune del gruppo; in occasione dell’unzione di Betania aveva protestato contro lo spreco del profumo prezioso versato da Maria sui piedi di Gesù, non perché gli importasse dei poveri, fa notare Giovanni, ma perché “era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro” (Gv 12,6). La sua proposta ai capi dei sacerdoti è esplicita: “Quanto siete disposti a darmi, se io ve lo consegno? Ed essi gli fissarono trenta sicli d’argento” (Mt 26, 15).
* * *
Ma perché meravigliarsi di questa spiegazione e trovarla troppo banale? Non è stato forse quasi sempre così nella storia e non è ancora oggi così? Mammona, il denaro, non è uno dei tanti idoli; è l’idolo per antonomasia; letteralmente, “l’idolo di metallo fuso” (cf. Es 34, 17). E si capisce il perché. Chi è, oggettivamente, se non soggettivamente (cioè nei fatti, non nelle intenzioni), il vero nemico, il concorrente di Dio, in questo mondo? Satana? Ma nessun uomo decide di servire, senza motivo, Satana. Se lo fa, è perché crede di ottenere da lui qualche potere o qualche beneficio temporale. Chi è, nei fatti, l’altro padrone, l’anti-Dio, ce lo dice chiaramente Gesù: “Nessuno può servire a due padroni: non potete servire a Dio e a Mammona” (Mt 6, 24). Il denaro è il “dio visibile”[1], a differenza del Dio vero che è invisibile.
Mammona è l’anti-dio perché crea un universo spirituale alternativo, cambia oggetto alle virtù teologali. Fede, speranza e carità non vengono più riposte in Dio, ma nel denaro. Si attua una sinistra inversione di tutti i valori. “Tutto è possibile a chi crede”, dice la Scrittura (Mc 9, 23); ma il mondo dice: “Tutto è possibile a chi ha il denaro”. E, a un certo livello, tutti i fatti sembrano dargli ragione.
“L’attaccamento al denaro -dice la Scrittura- è la radice di tutti i mali” (1 Tm 6,10). Dietro ogni male della nostra società c’è il denaro, o almeno c’è anche il denaro. Esso è il Moloch di biblica memoria, a cui venivano immolati giovani e fanciulle (cf. Ger 32, 35), o il dio Azteco, cui bisognava offrire quotidianamente un certo numero di cuori umani. Cosa c’è dietro il commercio della droga che distrugge tante vite umane, lo sfruttamento della prostituzione, il fenomeno delle varie mafie, la corruzione politica, la fabbricazione e il commercio delle armi, e perfino – cosa orribile a dirsi – alla vendita di organi umani tolti a dei bambini? E la crisi finanziaria che il mondo ha attraversato e che questo paese sta ancora attraversando, non è dovuta in buona parte all’”esecranda bramosia di denaro”, l’auri sacra fames,[2]da parte di alcuni pochi? Giuda cominciò con sottrarre qualche denaro dalla cassa comune. Dice niente questo a certi amministratori del denaro pubblico?
Ma senza pensare a questi modi criminali di accumulare denaro, non è già scandaloso che alcuni percepiscano stipendi e pensioni cento volte superiori a quelli di chi lavora alle loro dipendenze e che alzino la voce appena si profila l’eventualità di dover rinunciare a qualcosa, in vista di una maggiore giustizia sociale?
Negli anni ’70 e ‘80, per spiegare, in Italia, gli improvvisi rovesciamenti politici, i giochi occulti di potere, il terrorismo e i misteri di ogni genere da cui era afflitta la convivenza civile, si andò affermando l’idea, quasi mitica, dell’esistenza di un “grande Vecchio”: un personaggio scaltrissimo e potente che da dietro le quinte avrebbe mosso le fila di tutto, per fini a lui solo noti. Questo “grande Vecchio” esiste davvero, non è un mito; si chiama Denaro!
Come tutti gli idoli, il denaro è “falso e bugiardo”: promette la sicurezza e invece la toglie; promette libertà e invece la distrugge. San Francesco d’Assisi descrive, con una severità insolita, la fine di una persona vissuta solo per aumentare il suo “capitale”. Si avvicina la morte; si fa venire il sacerdote. Questi chiede al moribondo: “Vuoi il perdono di tutti i tuoi peccati?”, e lui risponde di sì. E il sacerdote: “Sei pronto a soddisfare ai torti commessi, restituendo le cose che hai frodato ad altri?”. Ed egli: “Non posso”. “Perché non puoi?”. “Perché ho già lasciato tutto nelle mani dei miei parenti e amici”. E così egli muore impenitente e appena morto i parenti e gli amici dicono tra loro: “Maledetta l’anima sua! Poteva guadagnare di più e lasciarcelo, e non l’ha fatto!”[3].
Quante volte, di questi tempi, abbiamo dovuto ripensare a quel grido rivolto da Gesú al ricco della parabola che aveva ammassato beni a non finire e si sentiva al sicuro per il resto della vita: “Stolto, questa notte stessa l’anima tua ti sarà ridomandata; e quello che hai preparato, di chi sarà?” (Lc 12,20)!”. Uomini collocati in posti di responsabilità che non sapevano più in quale banca o paradiso fiscale ammassare i proventi della loro corruzione si sono ritrovati sul banco degli imputati, o nella cella di una prigione, proprio quando stavano per dire a se stessi: “Ora godi, anima mia”. Per chi l’hanno fatto? Ne valeva la pena? Hanno fatto davvero il bene dei figli e della famiglia, o del partito, se è questo che cercavano? O non hanno piuttosto rovinato se stessi e gli altri? Il dio denaro si incarica di punire lui stesso i suoi adoratori.
* * *
Il tradimento di Giuda continua nella storia e il tradito è sempre lui, Gesú. Giuda vendette il capo, i suoi seguaci vendono il suo corpo, perché i poveri sono membra di Cristo. “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40). Ma il tradimento di Giuda non continua solo ne casi clamorosi che ho evocato. Sarebbe comodo per noi pensarlo, ma non è così. È rimasta famosa l’omelia che tenne un Giovedì Santo don Primo Mazzolari su “Nostro fratello Giuda”. “Lasciate, diceva ai pochi parrocchiani che aveva davanti, che io pensi per un momento al Giuda che ho dentro di me, al Giuda che forse anche voi avete dentro”.
Si può tradire Gesú anche per altri generi di ricompensa che non siano i trenta denari. Tradisce Cristo chi tradisce la propria moglie o il proprio marito. Tradisce Gesú il ministro di Dio infedele al suo stato, o che invece di pascere il gregge pasce se stesso. Tradisce Gesú chiunque tradisce la propria coscienza. Posso tradirlo anch’io, in questo momento – e la cosa mi fa tremare – se mentre predico su Giuda mi preoccupo dell’approvazione dell’uditorio più che di partecipare all’immensa pena del Salvatore. Giuda aveva un’attenuante che noi non abbiamo. Egli non sapeva chi era Gesú, lo riteneva solo “un uomo giusto”; non sapeva che era il Figlio di Dio, noi sì.
Come ogni anno, nell’imminenza della Pasqua, ho voluto riascoltare la “Passione secondo S. Matteo” di Bach. C’è un dettaglio che ogni volta mi fa trasalire. All’annuncio del tradimento di Giuda, lì tutti gli apostoli domandano a Gesù: “Sono forse io, Signore?” “Herr, bin ich’s?”. Prima però di farci ascoltare la risposta di Cristo, annullando ogni distanza tra l’evento e la sua commemorazione, il compositore inserisce un corale che inizia così: “Sono io, sono io il traditore! Io devo fare penitenza!”, “Ich bin’s, ich sollte büßen”[4]. Come tutti i corali di quell’opera, esso esprime i sentimenti del popolo che ascolta; è un invito a fare anche noi la nostra confessione di peccato.
* * *
Il vangelo descrive la fine orrenda di Giuda: “Giuda, che l’aveva tradito, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì, e riportò i trenta sicli d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: Ho peccato, consegnandovi sangue innocente. Ma essi dissero: Che c’importa? Pensaci tu. Ed egli, buttati i sicli nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi” (Mt 27, 3-5). Ma non diamo un giudizio affrettato. Gesú non ha mai abbandonato Giuda e nessuno sa dove egli è caduto nel momento in cui si è lanciato dall’albero con la corda al collo: se nelle mani di Satana o in quelle di Dio. Chi può dire cosa è passato nella sua anima in quegli ultimi istanti? “Amico”, era stata l’ultima parola rivoltagli da Gesú nell’orto ed egli non poteva averla dimenticata, come non poteva aver dimenticato il suo sguardo.
È vero che, parlando al Padre di suoi discepoli, Gesú aveva detto di Giuda: “Nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione” (Gv 17, 12), ma qui, come in tanti altri casi, egli parla nella prospettiva del tempo non dell’eternità. Anche l’altra parola tremenda detta di Giuda: “Meglio sarebbe per quell’uomo se non fosse mai nato” (Mc 14, 21) si spiega con l’enormità del fatto, senza bisogno di pensare a un fallimento eterno. Il destino eterno della creatura è un segreto inviolabile di Dio. La Chiesa ci assicura che un uomo o una donna proclamati santi sono nella beatitudine eterna; ma di nessuno essa stessa sa che è certamente all’inferno.
Dante Alighieri, che, nella Divina Commedia, colloca Giuda nel profondo dell’inferno, narra della conversione all’ultimo istante di Manfredi, figlio di Federico II e re di Sicilia, che tutti a suo tempo ritenevano dannato perché morto scomunicato. Ferito a morte in battaglia, egli confida al poeta che, nell’ultimo istante di vita, si arrese piangendo a colui “che volentier perdona” e dal Purgatorio manda sulla terra questo messaggio che vale anche per noi:
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei[5].
* * *
Ecco a cosa deve spingerci la storia del nostro fratello Giuda: ad arrenderci a colui che volentieri perdona, a gettarci anche noi tra le braccia aperte del crocifisso. La cosa più grande nella vicenda di Giuda non è il suo tradimento, ma la risposta che Gesú da ad esso. Egli sapeva bene cosa stava maturando nel cuore del suo discepolo; ma non lo espone, vuole dargli la possibilità fino all’ultimo di tornare indietro, quasi lo protegge. Sa perché è venuto, ma non rifiuta, nell’orto degli ulivi, il suo bacio di gelo e anzi lo chiama amico (Mt 26, 50). Come cercò il volto di Pietro dopo il rinnegamento per dargli il suo perdono, chissà come avrà cercato anche quello di Giuda in qualche svolta della sua via crucis! Quando dalla croce prega: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34), non esclude certamente da essi Giuda.
Che faremo dunque noi? Chi seguiremo, Giuda o Pietro? Pietro ebbe rimorso di quello che aveva fatto, ma anche Giuda ebbe rimorso, tanto che gridò: «Ho tradito sangue innocente!» e restituì i trenta denari. Dov’è allora la differenza? In una cosa sola: Pietro ebbe fiducia nella misericordia di Cristo, Giuda no! Il più grande peccato di Giuda non fu aver tradito Gesú, ma aver dubitato della sua misericordia.
Se lo abbiamo imitato, chi più chi meno, nel tradimento, non lo imitiamo in questa sua mancanza di fiducia nel perdono. Esiste un sacramento nel quale è possibile fare una esperienza sicura della misericordia di Cristo: il sacramento della riconciliazione. Quanto è bello questo sacramento! È dolce sperimentare Gesú come maestro, come Signore, ma ancora più dolce sperimentarlo come Redentore: come colui che ti tira fuori dal baratro, come Pietro dal mare, che ti tocca, come fece con il lebbroso, e ti dice: “Lo voglio, sii guarito!” (Mt 8,3).
La confessione ci permette di sperimentare su di noi quello che la Chiesa dice del peccato di Adamo nell’Exultet pasquale: “O felice colpa che ci ha meritato un tale Redentore!”. Gesù sa fare di tutte le colpe umane, una volta che ci siamo pentiti, delle “felici colpe”, delle colpe che non si ricordano più se non per l’esperienza di misericordia e di tenerezza divina di cui sono state occasione!
Ho un augurio da fare a me e a tutti voi, Venerabili Padri, fratelli e sorelle: che il mattino di Pasqua possiamo destarci e sentire risuonare nel nostro cuore le parole di un grande convertito del nostro tempo, il poeta e drammaturgo Paul Claudel:
“Mio Dio, sono risuscitato e sono ancora con Te!
Dormivo ed ero steso come un morto nella notte.
Hai detto: “Sia la luce! E io mi sono svegliato come si getta un grido! […]
Padre mio che mi hai generato prima dell’Aurora, sono alla tua presenza.
Il mio cuore è libero e la bocca mondata, corpo e spirito sono a digiuno.
Sono assolto di tutti i peccati, che ho confessati uno ad uno.
L’anello nuziale è al mio dito e il mio volto è pulito.
Sono come un essere innocente nella grazia che mi hai concessa”[6].
Questo può fare di noi la Pasqua di Cristo.
*
NOTE
[1] W. Shakespeare, Timone d’Atene, atto IV, sc. 3.
[2] Virgilio, Eneide, 3. 56-57
[3] Cf. S. Francesco, Lettera a tutti i fedeli 12 (Fonti Francescane, 205).
[4] “ Ich bin’s, ich sollte büßen, / An Händen und an Füßen / Gebunden in der Höll. / Die Geißeln und die Banden / Und was du ausgestanden, / Das hat verdienet meine Seel“.
[5] Purgatorio, III, 118-123.
[6] P. Claudel, Prière pour le Dimanche matin, in Œuvres poétiques, Gallimard, Paris, 1967, p. 377 :
«Mon Dieu, je suis ressuscité et je suis encore avec Toi !
Je dormais et j’étais couché ainsi qu’un mort dans la nuit.
Dieu dit : Que la lumière soit ! et je me suis réveillé comme on pousse un cri ! […]
Mon père qui m’avez engendré avant l’Aurore, je me place dans Votre Présence.
Mon cœur est libre et ma bouche est nette, mon corps et mon esprit sont à jeun.
Je suis absous de tous mes péchés que j’ai confessés un par un.
L’anneau nuptial est à mon doigt et ma face est nettoyée.
Je suis comme un être innocent dans la grâce que Vous m’avez octroyée » .

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martedì 1 aprile 2014

LE GOFF : " IL MIO FRANCESCO : UN SANTO FATTO DI CARNE di Stephane Bouquet

Lo storico ribalta l' immagine idilliaca per meglio capirne la grandezza "La famosa predica agli uccelli non rappresento' certamente un momento felice. In realta' egli si rivolgeva ai volatili dell' apocalisse perche' attaccassero la curia con i loro becchi"



Dopo la biografia dedicata a Luigi IX, il medievalista racconta la vita del patrono d' Italia. E sfata dei luoghi comuni.  Lo storico ribalta l' immagine idilliaca per meglio capirne la grandezza "La famosa predica agli uccelli non rappresento' certamente un momento felice. In realta' egli si rivolgeva ai volatili dell' apocalisse perche' attaccassero la curia con i loro becchi" Dopo il saggio su san Luigi, Jacques Le Goff pubblica un' altra vita di un santo, quella di Francesco d' Assisi (1182 - 1226), che, si dice, predicava graziosamente agli uccelli, ma e' falso. Il nuovo libro e' piu' breve di quello su san Luigi. Esso adotta una forma frammentaria che Le Goff rivendica come un altro modo di scrivere la vita di un uomo. Il suo san Francesco non e' chiaramente un' agiografia, poiche' si assoggetta a tutte le regole della verifica scientifico - storica delle fonti, della lettura critica dei testi e delle immagini a disposizione, dello studio minuzioso, per esempio, del vocabolario di Francesco e dei suoi discepoli. Rimane il fatto che si e' colpiti dalla clemenza di Le Goff riguardo al suo eroe. Lo storico ha nei riguardi del santo una fascinazione e un' empatia profonda. Ciascuno ha le sue ragioni, sembra dire Le Goff, e Francesco aveva le sue, nei suoi momenti di debolezza, quando abbandona la lotta contro la curia romana e le consente di mettere le mani sulla sua confraternita e, piu' o meno, di modificare la dottrina. Le Goff crede di conoscere le motivazioni del santo che ama tanto. Gli abbiamo chiesto quali. - Perche' , quando ha deciso di dedicarsi al genere biografico, ha scelto prima san Luigi e non san Francesco che sembra accompagnarla da lungo tempo? "Scrivere una biografia per un medioevalista non e' facile, perche' deve avvicinarsi molto vicino al soggetto e, in generale, non dispone di sufficiente documentazione. La scelta era quindi limitata. Non volevo cavarmela con l' artificio di occultare il personaggio con cio' che lo circonda. Bisognava utilizzare la biografia come quello che io ho chiamato con Pierre Toubert un "oggetto globalizzante", che permette, a partire dal soggetto studiato, di illuminare la societa' che lo circonda. D' altro canto, i periodi sui quali sono meno ignorante sono il XII e il XIII secolo, con una certa predilezione per il XIII, che cerca di canalizzare e istituzionalizzare la grande fioritura economica, teologica, intellettuale e artistica del XII secolo. Avevo a disposizione, tutto sommato, tre personaggi: san Francesco d' Assisi, Federico II, san Luigi. Credo in linea di massima che ci debba essere un certo legame affettivo fra lo storico e il suo soggetto. Da lontano, Francesco mi attirava di piu' , ma esistevano eccellenti opere in italiano. Forse ero anche piu' intimidito, avevo timore di tradirlo, e non si trattava soltanto di un timore da storico". - Esiste per san Francesco lo stesso problema delle fonti che per san Luigi? "La biografia - e insisto sulla grande importanza della biografia che e' l' apice del mestiere dello storico - ha bisogno di fonti che permettano di raggiungere quella che si spera essere la verita' del personaggio. Per san Luigi, il problema delle fonti e' stato angosciante, perche' queste obbedivano tutte a stereotipi, a luoghi comuni, a modelli teorici della concezione medioevale del re, al punto che mi sono chiesto se lo storico era in grado di giungere a un san Luigi vero. Per san Francesco il problema e' stato un altro. Ha lasciato dei testi, abbiamo una grande quantita' di documenti scritti su di lui, cosi' come iconografia, e anche se il personaggio sembra difficile da comprendere, gia' i suoi compagni si domandavano chi era Francesco. A differenza di san Luigi, era proprio lui, l' eroe, a essere enigmatico". - In cosa consiste questo enigma? "Aveva sentimenti e atteggiamenti che potevano apparire contraddittori. Manifesta ostilita' nei confronti della Chiesa, scrive di tutti i colori sui prelati e la curia pontificia, ma, d' altro canto, insiste sul carattere necessario, cristico, del clero. Credo di averne compreso la ragione: Francesco aveva un bisogno profondo di sacramenti e di sacralita' . Questo spiega l' episodio delle stimmate. Quando dice che un serafino gli e' apparso e che dei raggi emessi dalle sue mani hanno lasciato delle stimmate sui suoi piedi, le sue mani, i suoi fianchi - Francesco e' il primo stigmatizzato, cosa che gli conferisce, in quanto santo, un carattere eccezionale - egli concilia cose contraddittorie. Il serafino fa parte del mondo sacro, ma il dono delle piaghe di Cristo nella sua carne e' il culmine del carattere evangelico (preghiera, ascetismo, eremitismo) ed e' molto lontano dalla sacralita". - Qual e' l' atteggiamento dello storico nei confronti dei miracoli? "L' uomo di fede accetta i miracoli senza spiegazione scientifica. Lo storico, quando i miracoli sono percepiti come tali dalla societa' , ha il dovere di considerarli come eventi storici. Questo e' il caso delle stimmate di Francesco, che non sono apparse in un momento qualsiasi. Quando, verosimilmente, il conflitto all' interno della curia romana e in seno alla sua confraternita diventa troppo forte, Francesco sceglie la fuga. Abbandona la guida dell' ordine nel 1220. E nel 1224 ha questa idea geniale delle stimmate. Certamente Francesco non se le e' inventate, ma per lui si trattava di un messaggio dall' alto. Le stimmate sono una ricompensa, un' approvazione divina del suo essere e della sua posizione, e, al tempo stesso, una penitenza che concilia tutte le sue aspirazioni". - Lei dipinge Francesco quasi come un rivoluzionario. "Cosa molto piu' vicina al vero Francesco di quanto non lo sia la sua predica agli uccelli, a proposito della quale ho cercato di dimostrare che non rappresentava proprio il momento idilliaco che si dice. Nauseato dalla curia, si rivolge agli uccelli dell' apocalisse e dice loro di attaccarla con i loro becchi. Siamo molto lontani dalla visione edulcorata, presentata in particolare da Giotto che ha dipinto un Francesco pronto a soddisfare la borghesia fiorentina, quindi tutto tranne che un rivoluzionario. Ora, Francesco detesta tutti coloro che detengono il potere temporale, in particolare i prelati, tanto piu' che in praelatum c' e' il prefisso prae, "al di sopra di, davanti a", prefisso di dominio. Ho sempre pensato che una delle fonti fondamentali dello storico fosse lo studio delle parole e del vocabolario. Per esempio, ho trovato il purgatorio sottolineando che verso il 1160 purgatorius, che era un aggettivo, diventa un sostantivo, purgatorium. Che cosa significa questo? Senza dubbio che ormai era un luogo. Francesco, dunque, per tornare a lui, e' strenuamente a favore dell' uguaglianza anche se pensa che bisogna evitare disordini, in ogni caso un certo disordine che possa facilitare l' ascesa al potere dei malvagi. Da questo punto di vista, san Francesco e' molto piu' attuale di san Luigi. E' uno di coloro cui ci rivolgiamo per cambiare la societa". - Lei fa diventare Francesco anche un femminista. "La questione e' controversa. Jacques Dalarun sostiene che egli era piuttosto antifemminista, perche' nei suoi scritti non parla quasi mai delle donne e in particolare di santa Chiara che ha fondato le clarisse, versione femminile dei francescani, e che fu la prima monaca di clausura a dare al suo ordine una regola scritta. Non condivido questo punto di vista. Non posso dire se Francesco "amasse le donne". Rilevo che un insieme di circostanze puo' indurre a non escluderlo. Oltre al Vangelo, la sua grande fonte d' ispirazione era la poesia cortese, che ha inventato l' amore moderno e da cui Francesco ha tratto la figura di Monna Poverta' . D' altra parte, Francesco si preoccupava della globalita' del mondo, come dimostra il "Cantico delle creature". Non poteva trascurare la meta' della societa' , per parlare in termine attuali". Stephane Bouquet " Liberation (Trad.: Oxford Group)

(10 ottobre 1999) - Corriere della Sera


Jacques Le Goff (Tolone, 1º gennaio 1924 – Parigi, 1º aprile 2014) 

martedì 4 marzo 2014

SAN FRANCESCO E LA QUARESIMA, IL CORAGGIO DELLA VERITA' , di Felice Accrocca.

Quaresima, tempo di verità. Per ben tre volte, il Mercoledì delle Ceneri, il Vangelo ci ammonisce: “non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti”; “non siate simili agli ipocriti”; “quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti” (Mt 6,2.5.16). Non si può vivere la Quaresima in modo ipocrita; non la si può ridurre all’astinenza dalle carni in giorno di venerdì e a qualche pratica devozionale in più, perché è un tempo che ci è dato per rientrare in noi stessi e aggredire le contraddizioni vere, quelle minano la vita di grazia.


È un approccio, questo, che i santi hanno saputo far proprio, perché sono stati capaci di andare alle radici, ai problemi veri, evitando un formalismo che lascia comunque il tempo che trova. Francesco, quando parlava ai frati e alla gente, sapeva andare dritto al cuore. Come quella volta che, implorato insistentemente da frate Elia, si recò a S. Damiano per predicare a Chiara e alle sue sorelle: «Quando furono riunite come di consueto per ascoltare la parola del Signore, ma anche per vedere il Padre, Francesco alzò gli occhi al cielo, dove sempre aveva il cuore e cominciò a pregare Cristo. Poi ordinò che gli fosse portata della cenere, ne fece un cerchio sul pavimento tutto attorno alla sua persona, e il resto se lo pose sul capo. Le religiose aspettavano e, al vedere il Padre immobile e in silenzio dentro al cerchio di cenere, sentivano l’animo invaso da grande stupore. Quando, a un tratto, il Santo si alzò e nella sorpresa generale in luogo del discorso recitò il salmo Miserere. E appena finito, se ne andò rapidamente fuori». Tommaso da Celano annota che tutte le sorelle scoppiarono pianto: «col fatto aveva insegnato loro a stimarsi cenere, e inoltre che il suo cuore non provava altro sentimento a loro riguardo che non fosse conforme a questo pensiero» (2Cel 207).

Anche se vi accenna quasi di sfuggita, l’agiografo non tace il fatto che le sorelle si fossero riunite «per ascoltare la parola del Signore, ma anche per vedere il Padre». Tale disposizione, che rivelava un atteggiamento di venerazione per la persona di Francesco, finiva comunque per diventare un inciampo: il mezzo (Francesco) rischiava di sostituire il messaggio (la Parola del Signore). Ed era questo che egli non poteva né voleva assolutamente tollerare. Per tale motivo si premurò di ricordare loro la sua realtà di peccatore. Predicò così con quel gesto, certo paradossale, ma capace di rivelarsi più efficace di un fiume di parole.

Ci sono rimasti poi frammenti dei discorsi che egli, negli ultimi anni di vita, teneva ai frati riuniti in capitolo. Ne stralcio alcuni frammenti, utili anche per noi. “Chiunque invidia il suo fratello per il bene che il Signore dice e fa in lui, commette peccato di bestemmia, poiché invidia lo stesso Altissimo, il quale dice e fa ogni bene” (Ammonizione VIII). “Il servo di Dio non può conoscere quanta pazienza e umiltà abbia in sé, finché gli si dà soddisfazione. Quando invece verrà il tempo in cui quelli che gli dovrebbero dare soddisfazione gli si mettono contro, quanta pazienza e umiltà ha in questo caso, tanta ne ha e non di più” (Ammonizione XIII). “Beato il servo, il quale non si ritiene migliore, quando viene magnificato ed esaltato dagli uomini, di quando è ritenuto vile, semplice e spregevole, poiché quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più” (Ammonizione XIX).

“Quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più”. Sì, perché l’uomo non vale per la posizione che è riuscito ad acquisire, per il conto bancario che è stato capace di mettere insieme, per l’abito che indossa o per l’auto che guida. Non è, in fondo, una nuova schiavitù – alla quale stiamo velocemente assoggettandoci – quella dell’immagine, per cui bisogna essere belli a tutti i costi, magri e in linea, vestiti in modo costoso e all’ultima moda, fino a deprimersi quando non si riesce a rientrare nei livelli standard, o a cadere vittime dell’anoressia nel tentativo di far rientrare il nostro corpo entro argini non suoi? Una schiavitù e un terribile inganno, del quale ci si accorge – spesso – quando è troppo tardi.

“Quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più”. Ci è richiesto il coraggio della verità, con noi stessi e con Dio. Il coraggio di guardarci dentro, senza bugie e senza finzioni, poiché sono ben altre cose che valgono davanti a Dio: “l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore” (1Sam 16, 7). Dobbiamo interiorizzare questo messaggio, perché Dio non ci chiede di trascinarci in un’altra Quaresima, ma di vivere una Quaresima altra! 

Felice Acrocca
Storico
 
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